Society

Dialettiche aperte: traiettorie e discontinuità della società (di massa) interconnessa/iperconnessa

Ogni ha il suo proprio ordine della verità, la sua politica generale della verità: essa accetta cioè determinati discorsi, che fa funzionare come veri

                                                                                              Michel Foucault 

L’intera questione si riduce a questo: può la mente umana governare ciò che ha creato?

                                                                                                                    Paul Valéry 

Le tecnologie sono praticamente cose vive. Come tutte le entità che si evolvono, devono essere sperimentate in azione, dall’azione[…] Alla fine, vivendo insieme a ciò che abbiamo creato, se non siamo soddisfatti dei risultati possiamo reindirizzare le tecnologie verso nuove funzioni; muovendoci insieme a loro, non contro di loro.

                                                                                                                Kevin Kelly

L’innovazione tecnologica è variabile determinante per l’evoluzione dei sistemi sociali e delle organizzazioni, ma da sola non è sufficiente. Ancora una volta, servono cultura, condivisa e formazione per far metabolizzare ai sistemi il cambiamento e gestire efficacemente le fasi di mancanza di controllo associate alle accelerazioni dettate dalla tecnologia che, lo ricordo, è sempre un prodotto della cultura e non un qualcosa di “esterno”.

                                                                                                                   P.D. (1998)

La “nuova” (iper)complessità (cognitiva, soggettiva, organizzativa, sociale ed etica), che contraddistingue la Società Ipercomplessa (2003), richiede con urgenza, non soltanto strategie e politiche in prospettiva sistemica e transnazionale, ma anche, e soprattutto, la definizione e configurazione di un modello teorico interpretativo in grado, se non di comprendere, almeno di riconoscere e spiegare le traiettorie, già di per sé confuse e incerte,  e le numerose discontinuità di un processo globale di mutamento che, a sua volta, sta mettendo seriamente in discussione, paradigmi, metodologie, strumenti di analisi, culture (organizzative e non). La civiltà tecnologico-cognitiva inizia, con grave ritardo, a prendere finalmente consapevolezza dell’importanza di un Pensiero e di una Politica che non possono più permettersi il lusso di visioni chiuse e particolaristiche, a maggior ragione in un’epoca così segnata da precarietà, insicurezze e vulnerabilità di ogni tipo; un’epoca così segnata da drammatici conflitti che alimentano, non soltanto nelle classi politiche e dirigenti degli Stati-nazione, le illusioni di trovare soluzioni semplici e immediate a problemi che sono complessi; ma anche, e soprattutto, che nutrono le logiche della chiusura e dell’emergenza continua. Senza, peraltro, considerare le nuove asimmetrie e disuguaglianze che appaiono sempre più evidenti, paradossalmente, proprio nell’era della massima espansione tecnologica e di straordinarie scoperte scientifiche.

Un’era ipertecnologica, sempre più segnata da “spinteentropiche e caotiche, che, al di là delle innegabili accelerazioni e avanzamenti in ogni campo della prassi sociale e umana, avrebbe dovuto definire e determinare condizioni ideali anche in termini di controllo e prevedibilità dei comportamenti, dei processi, dei sistemi. Una fase di mutamento radicale e globale che, come ribadito più volte anche in passato, ci costringe a ripensare categorie, codici, linguaggi, strumenti, identità, soggettività, norme e modelli culturali, comunità (aperte), spazi relazionali e comunicativi, ambienti, ecosistemi. Mai, come in questo momento, l’innovazione tecnologica, con tutti i rischi/le opportunità che essa comporta, pone gli attori sociali e le organizzazioni di fronte alla possibilità di operare un ulteriore e irreversibile salto di qualità.

Questo progressivo impossessarsi delle leve della propria evoluzione mette radicalmente in discussione modelli e categorie tradizionali, obbligandoci (?) a rivedere/riformulare addirittura anche la stessa definizione del concetto di Persona. A ripensare l’umano e la sua interazione, per certi versi, ambigua con la tecnica e il tecnologico: un’interazione da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni. Tra “nuove” utopie e distopie. Tra forze dell’interdipendenza e forze della frammentazione. Tra inclusività ed esclusività, dentro asimmetrie che corrono lungo traiettorie discontinue.

Siamo dentro la società interconnessa/iperconnessa che «è una società ipercomplessa [1], in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; una tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione  e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social network e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco. Per queste stesse ragioni, parleremo di “tecnologie della connessione” e non di “tecnologie della comunicazione”» [2]

Tra neopositivismo e tecno-illuminismo

Tra neopositivismo e tecno-illuminismo, stiamo vivendo un’epoca segnata dal trionfo delle tecnologie, nella quale il Soggetto sembra essere riuscito nell’intento di dominare la natura, controllare l’ecosistema e organizzare l’ambiente che lo circonda secondo le sue leggi ed in funzione della sua utilità. In realtà, tali obiettivi non sono stati completamente raggiunti e soprattutto non li ha chiariti, benché sembri consapevole di essersi posto ormai nel suo operare al di là di un irreversibile salto di qualità.

Lo sviluppo  scientifico e le nuove tecnologie della connessione hanno profondamente modificato le condizioni economiche, politiche e sociali, oltre che i rapporti tra i vecchi Stati-Nazione, ormai scavalcati dai flussi e dalle dinamiche della globalizzazione: protagonisti di questa nuova grande rivoluzione [3], quella digitale, che ha trasformato l’economia mondiale, sono  soprattutto  i media e, in particolare, la Rete i quali, annullando la barriera dello spazio-tempo e, quindi, le grandi distanze che ci separano dal resto del mondo, hanno creato le condizioni strutturali per l’avvento del nuovo ecosistema comunicativo basato su una logica di connessione continua.

Torna di attualità, mai come in questa fase, l’immagine del Villaggio Globale – profetizzato da McLuhan [4] – che, pur in un contesto dominato da razionalità e logiche di controllo e sorveglianza[5], sembra caratterizzato da un’entropia che disarticola gli equilibri della cosiddetta infosfera [6]. Un “villaggio globale” sempre più interdipendente, che – lo sosteniamo non da oggi – sembra sempre più assomigliare ad una società di massa ipertecnologica e iperconnessa, ma soprattutto ipersorvegliata.

Considerando la complessità di tale metamorfosi e le nuove situazioni che essa comporta, per risolvere le quali non è sufficiente ricorrere all’esperienza acquisita, è doverosa un’analisi approfondita delle possibili implicazioni correlate all’avvento della civiltà tecnologica delle Reti. Come argomentato anche in altra sede (1996), si tratta di una trasformazione antropologica, evidentemente in grado di cambiare anche il nostro modo di comprendere la realtà e il sistema-mondo, ma non per questo motivo, meno problematica nelle sue possibili conseguenze.

Il Soggetto (le nuove soggettività) sembra essere pronto, ancora una volta, per rubare il fuoco degli Dei, percependo le sue potenzialità di azione e la sua capacità di plasmare la realtà attraverso la ragione, la scienza e la tecnologia, come quasi illimitate. Ciò nonostante, si ha l’impressione che non vi sia una grande consapevolezza rispetto ai fini delle scelte e delle azioni. Detto in altre parole, il problema fondamentale è che «in seguito a determinati sviluppi del nostro potere, si è trasformata la natura dell’agire umano, e poiché l’etica ha a che fare con l’agire, ne deduco che il mutamento nella natura dell’agire umano esige anche un mutamento nell’etica. E questo non soltanto nel senso che nuovi oggetti dell’agire hanno ampliato materialmente l’ambito dei casi ai quali vanno applicate le regole vigenti del comportamento, ma in quello ben più radicale che la novità qualitativa di talune nostre azioni ha dischiuso una dimensione del tutto nuova di rilevanza etica che non era prevista in base ai punti di vista e ai canoni dell’etica tradizionale. I nuovi poteri che ho in mente sono naturalmente quelli della tecnica moderna. Di conseguenza il mio primo obiettivo è domandare in quale modo questa tecnica influisca sulla natura del nostro agire modificandola, in quale misura essa renda, sotto il suo dominio, l’agire diverso da ciò che è stato nel corso di tutti i tempi» [7].

Vladimir Kush - Sunsrisebytheocean

Vladimir Kush – Sunsrise by the ocean

Nella società interconnessa, la Rete e i media digitali guidano e accelerano il processo di cambiamento, con la comunicazione e l’informazione divenute ormai dei “bisogni primari”, in grado di incidere sulla stratificazione sociale a livello e globale. A ciò si aggiunga che – come affermato in tempi non sospetti – la vita e la prassi dei regimi democratici si fondano sempre più su regole d’ingaggio che vengono definite e costruite (oltre che messe in pratica), non dal Legislatore, bensì all’interno delle istituzioni educative e formative, dei luoghi in cui si costruiscono socialmente e si elaborano le informazioni e le conoscenze (si veda, in particolare, il concetto che abbiamo proposto di Società Asimmetrica).

Le cd. autostrade elettroniche e le reti sociali, con i nuovi ambienti connettivi e comunicativi, hanno creato un vero e proprio cyberspazio mondiale, il luogo dell’intelligenza diffusa e connettiva – in passato, abbiamo parlato di nuovo ecosistema (1996)formato da comunità virtuali [8] che, almeno potenzialmente, sono in costante contatto tra loro in una realtà dominata dal continuo flusso delle informazioni e dei beni immateriali. A tal proposito, anche Pierre Lévy aveva teorizzato, l’avvento di una nuova intelligenza collettiva coordinata in tempo reale e l’apertura di un nuovo spazio antropologico, lo spazio del sapere (si pensi al modello open source) che per configurarsi come opportunità, dovrà essere necessariamente aperto e, soprattutto, costruito collettivamente. Grazie ai new-media ed alle reti sociali, sono destinati a svilupparsi nuovi collettivi intelligenti e cybersocialità [9], in possesso di straordinarie capacità cognitive frutto dello scambio e della condivisione dei saperi, della fusione delle diverse cognizioni e delle creatività presenti nei sistemi sociali [10]. Secondo Lévy l’intelligenza, con l’aiuto delle tecnologie informatiche, potrà essere distribuita ovunque e costantemente valorizzata [11]. Si delinea così uno scenario complesso e affascinante allo stesso tempo. Anche se la rivoluzione digitale porta con sé una serie di rischi che vanno valutati attentamente: se, da una parte, è indiscutibile che media digitali e tecnologie della connessione offrano agli attori sociali (individuali e collettivi) possibilità di azione e trasformazione della realtà tuttora inesplorate, dall’altra, pongono alla nostra attenzione questioni di fondamentale importanza riguardanti l’organizzazione e la realizzazione di società realmente aperte e inclusive, che non possono non fare i conti con l’esigenza di provare almeno a garantire eguali condizioni di partenza [12]. Le nuove forme di disuguaglianza sono evidentemente di carattere conoscitivo e culturale. Efficace, in tal senso, l’analogia utilizzata da Luciano Floridi: «La società dell’informazione è come un albero che ha sviluppato i suoi lunghi rami in modo molto più ampio, rapido e caotico, di quanto non abbia fatto con le sue radici concettuali, etiche e culturali» [13]. Un’immagine che rende bene lo sforzo analitico portato avanti in altri contributi oltre che nel presente.

Proprio per le ragioni appena esposte, la nuova civiltà tecnologica dell’informazione richiede delle scelte, che si riveleranno decisive per gli assetti economico-politici dell’umanità, poiché in base alle strategie che  verranno adottate,  si  potrà tentare di colmare la  voragine  che  divide il  mondo in due: il Nord ricco e sviluppato da una parte ed  il Sud arretrato dall’altra.

Il problema fondamentale è: come coniugare progresso tecnologico e civiltà? Il filosofo Koslowski, qualche anno fa, chiariva bene, la questione: «la richiesta di rendere etica e culturale la società industriale e di rendere etiche e culturali le diramazioni sociali della sua economia e del suo stato, non è altro che una risposta alla scoperta che il moderno, per sua stessa natura, implica dei rischi».

Si tratta, pertanto, di questioni ineludibili legate al convincimento, piuttosto radicato e diffuso, che il progresso tecnologico possa portare con sé, contemporaneamente, quello culturale e morale degli individui e delle società.

Ma prima occorrerà chiarire bene la natura, gli effetti e le possibilità dei nuovi media e dei nuovi ambienti digitali: nel far questo, l’analisi va condotta considerando il fatto che, a partire dalle prime teorizzazioni più significative fino ad oggi, quelle che possono sembrare le posizioni estreme degli Apocalittici e degli Integrati (oggi tecno-scettici vs. tecno-entusiasti), si sono venute approfondendo, delineando, diversificando ma anche sfumando [14]. Dicotomie e polarizzazioni che andrebbero superate una volta per tutte.

Tuttavia è dato di cogliere in essa dei leit-motivs, delle convergenze: a prescindere dai giudizi di valore, tutte le teorie sembrano ammettere che l’uomo, in modo più o meno cosciente, venga maturando una nuova concezione di sé, e questo in un lungo processo trasformativo che si pone già al di là di un autentico salto di qualità; tale idea, come si vedrà, è ben presente in quanti si accingono a formulare nuove proposte in sede etica.

A ben considerare la letteratura sui media (anche digitali), si ha l’impressione che essa vada alla ricerca di una sintesi, peraltro difficile.

Molti autori sembrano sposare delle tesi di tipo “apocalittico”, quasi neoluddiste, altri si distinguono per una visione ottimista dagli esiti già in atto che rasenta una sorta di integralismo tecnologico; altri, più avvertiti, hanno cercato di collocarsi in una più matura posizione di equilibrio fra le due posizioni estreme, optando per una sorta di terza via. Bene, che cosa hanno in comune ai fini del nostro discorso? In realtà forse una sospensione di giudizio ed è probabile che tale sospensione sia proprio una sospensione di giudizio etico-morale che riguarda identità, soggettività, relazioni sociali, rapporti di potere, asimmetrie. D’altra parte, nella modernità complessa, i sistemi sociali appaiono sempre più caratterizzati da dinamiche conflittuali e da una razionalità limitata che lasciano aperta e insoluta ogni dialettica. In tale contesto, la comunicazione, che abbiamo inteso fin dall’inizio come processo sociale di condivisione della conoscenza (1996), ha assunto definitivamente una centralità strategica in tutte le dimensioni della prassi.

L’ipertrofizzazione degli apparati burocratici, la progressiva dissoluzione dello spazio pubblico e l’evoluzione delle democrazie, fondate sui valori della trasparenza [15] e dell’accesso, sul concetto di sovranità popolare e, da un punto di vista culturale, sull’individualismo economico – impostosi su quello democratico [16], hanno ridotto lo spazio operativo della sfera pubblica alla sola questione della “rappresentanza” e al ruolo di ancella del sistema di potere. Il processo di evoluzione dei neonati regimi democratici, spesso culturalmente fondati sul concetto di sovranità popolare – intesa come egemonia o predominio delle maggioranze – e sulla mancata definizione del rapporto tra i valori fondanti della libertà e dell’uguaglianza, ha causato anche una radicale politicizzazione della stessa che, articolatasi poi in istituzioni politiche e in nuove istanze sociali in cerca di un riconoscimento pubblico e di una traduzione operativa in norme di diritto, è andata configurandosi sempre più come sistema autopoietico. In quel momento è venuto meno, per dirla con Habermas [17], quel livello di mediazione tra sistema e mondo della vita che si fonda su un agire comunicativo in grado di tematizzare criticamente istanze sociali e opinioni, generatesi all’interno del mondo della vita e della società civile, dando loro piena legittimità oltre che rilevanza pubblica.

Gli attuali sistemi sociali, così caotici e disordinati, attraversano un’ulteriore fase critica di mutamento segnata dall’avvento dell’economia interconnessa delle reti che pone all’attenzione nuove questioni in materia di cittadinanza, attualmente declinata anche come cittadinanza digitale [18] da autorevoli studiosi, i quali intravedono nel diritto di accesso alle informazioni, alla conoscenza e, oggi, ad Internet un diritto fondamentale (si parla di beni comuni): «Punto di avvio di questa riflessione è il diritto di accesso ad Internet, tuttavia inteso non solo come diritto ad essere tecnicamente connessi alla rete, bensì come espressione di un diverso modo d’essere della persona nel mondo (n.d.r. torna il concetto di trasformazione antropologica), dunque come effetto di una nuova distribuzione del potere sociale. Inadeguato, allora, si rivela il semplice riferimento al “servizio universale”, che solitamente continua ad accompagnare queste discussioni, poiché si rischia di concentrarsi quasi esclusivamente sull’apparato tecnico da mettere a disposizione degli interessati. Il diritto di accesso, infatti, si presenta ormai come sintesi tra una situazione strumentale e l’indicazione di una serie tendenzialmente aperta di poteri che la persona può esercitare in rete» [19]. Pertanto, in discussione ci sono nuove opportunità di emancipazione offerte dalle tecnologie della connessione e, più in generale, dalla conoscenza diffusa che alimenta le reti di protezione e promozione sociale: si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione, anche se alcuni osservatori continuano ad ipotizzare la possibile fine del legame sociale. Da sottolineare l’interessante processo di crescita di movimenti sociali e di gruppi di pressione che, non sentendosi rappresentati da una politica sempre più distante, si assumono la responsabilità di rendere visibili al Sovrano – oltre che alle opinioni pubbliche – istanze sociali generatesi dal basso.

Il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento sembra sul punto di essere scardinato dal nuovo ecosistema della conoscenza. La conoscenza comincia (finalmente) ad essere (anche) riconosciuta come bene comune e come risorsa in grado di (ri)stabilire rapporti sociali meno asimmetrici. Ma, è bene ribadirlo, le nuove forme di produzione sociale di conoscenza potranno essere decisive soltanto a condizione che gli attori dell’arena pubblica sappiano cosa fare con la conoscenza, le reti, i media civici e sociali e, più in generale, la tecnologia: e ciò riporta in primo piano l’urgenza di una riforma complessiva del pensiero (complesso) e del sapere, a maggior ragione in una fase in cui la stessa tecnologia sembra configurarsi quasi come un organismo vivente [20] in costante evoluzione (mi piace sempre richiamare il concetto di autopoiesi) lungo traiettorie soltanto in parte prevedibili.  Una lunga fase di transizione segnata, oltre che da nuovi conflitti e asimmetrie, da straordinarie innovazioni tecnologiche che sembrano, per tanti versi, configurarsi quasi come delle moderne “tecnologie del sé”, all’interno di processi che sono di costruzione del Sé e del NOI, di distinzione ma anche di identificazione e appartenenza e che – bene chiarirlo – riproducono, radicalizzandole in “forme” nuove, dinamiche preesistenti alla rivoluzione digitale. È opportuno precisare che – come noto –  il concetto di “tecnologie del sé” è stato definito e sviluppato da Michel Foucault, ma l’abbiamo recuperato in alcuni lavori, recenti e del passato, legandolo alle funzioni che certe tecnologie e dispositivi – gli stessi social media (anche se, contano sempre utilizzi e contenuti) – sembrano assolvere nella cd. Società Interconnessa, una “società” in cui, tra le molteplici dinamiche anche positive, registriamo il radicalizzarsi di certe tendenze e meccanismi sociali: p.e. la ricerca di una visibilità continua, di essere sempre sul “palcoscenico” (vecchia metafora), di uscire da una condizione di isolamento (reale o percepito) e/o di anonimato; l’urgenza di appartenere ad un gruppo di riferimento o ad una rete sociale esclusiva (vecchie questioni, ma di straordinaria attualità nell’era digitale e delle reti). Si tratta di dimensioni relazionali e sociali che vanno inserite nel quadro generale di una sempre più diffusa cultura dell’immagine e del narcisismo che, talvolta, può determinare anche processi di emulazione (apparentemente) in grado di migliorare (la percezione) perfino il benessere delle Persone e, più in generale, le loro esistenze e vissuti. Sempre a proposito di Michel Foucault – la cui lettura si rivela sempre di straordinaria importanza e attualità – egli individuava quattro tipi di tecnologia «tutti egualmente matrice di ragion pratica: 1) le tecnologie della produzione, dirette a realizzare, trasformare o manipolare gli oggetti; 2) le tecnologie dei sistemi di segni, che ci consentono di far uso disegni, significati, simboli, significazioni; 3) le tecnologie del potere, che regolano la condotta degli individui e li assoggettano a determinati scopi o domini esterni, dando luogo ad una oggettivazione del soggetto; 4) le tecnologie del sé, che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno  stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità (corsivo nostro)» [21].

Vladimir Kush

Vladimir Kush

Viviamo, d’altra parte, in un’epoca sempre più segnata dalla frantumazione dei sistemi di appartenenza e credenza – veri e propri produttori di identità individuali e collettive – e dalla conseguente affermazione di valori individualistici e utilitaristici. Non a caso si è dibattuto da più parti di “tirannia dell’individuo” [22], vera e propria forza centrifuga in grado di corrodere i legami dei sistemi sociali. Un processo di progressivo indebolimento e sfaldatura che trova ulteriori conferme nel diffuso deficit di partecipazione sociale e politica a sua volta alimentato da un clima di sfiducia generale nei confronti di tutte le istituzioni (formali e informali), in passato uniche responsabili della trasmissione dei sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo. Uno scenario estremamente complesso e di difficile lettura che, sulla scia della perdita di credibilità e di autorevolezza della politica, ha lasciato campo aperto all’ipotesi di una democrazia “oltre” i partiti, essendo quest’ultimi di mantenere il consenso e mediare le nuove forme di conflittualità come in passato. Sullo sfondo, una crisi della forma partito [23], che si aggiunge a quella, ben più profonda, riguardante la rappresentanza.

L’individualismo [24] dominante nei nostri sistemi sociali è l’esito, per certi versi inevitabile, del processo/progetto di emancipazione portato avanti nel corso della modernità. Un processo di emancipazione delle masse, prima, del Soggetto, poi, che se, da un lato, ha accresciuto gli spazi di libertà e ha portato al riconoscimento di alcuni diritti fondamentali (almeno in linea teorica), dall’altro ha contribuito ad indebolire i vincoli e i legami di appartenenza alla Comunità. Il trionfo del Soggetto non soltanto libero di ma anche libero da ha determinato, paradossalmente, in un’epoca che sembra segnata da maggiori opportunità di emancipazione e da straordinaria potenzialità comunicative (?) – anche se, a nostro giudizio, si fa spesso confusione tra comunicazione e connessione – uno scollamento del tessuto sociale, costituito da persone sempre più autonome  ma sole nell’affrontare tale complessità: «La nascita dell’Io moderno appare caratterizzata da una costitutiva ambivalenza: tra sovranità e carenza, tra desiderio di auto-affermazione e senso di sradicamento, tra conquista e perdita. Il declino dei fondamenti teologico-metafisici provoca quella “perdita dell’ordine” nella quale Hans Blumenberg riassume i presupposti stessi della genesi dell’età moderna, e getta l’individuo in un duplice disordine: quello esterno di un mondo “disincantato” e secolarizzato, non più retto da vincoli cosmici e da regole gerarchiche; e quello interno della propria vita emotiva, che assume inediti spessore e legittimità, ma che si disvela, allo stesso tempo, in tutta la sua perturbante verità. L’individuo si scopre libero, autorizzato a inventare il proprio programma di vita, a esplorare una realtà senza confini su cui dirigere il proprio sguardo curioso e carico di aspettative; ma allo stesso tempo egli avverte il proprio smarrimento e la propria debolezza di fronte alla crisi di ogni aprioristica certezza che non solo gli impone nuovi oneri, ma lo espone al caos inquietante di nuovi desideri, inclinazioni, passioni» [25]. Quella contemporanea è un’epoca in cui i meccanismi sociali della fiducia e della – struttura portante, insieme ai rapporti economici e di potere – sono stati messi a dura prova anche da processi di precarizzazione che hanno reso l’instabilità condizione esistenziale. L’ipotesi di fondo è, in conclusione, la seguente: al di là della profonda crisi economica – che non ha radici esclusivamente economiche, anzi! – la fase che stiamo vivendo è particolarmente drammatica perché le persone e gli attori sociali avvertono chiaramente questo rischio di fine del legame sociale; conta la loro percezione (individuale e collettiva), profondamente condizionata anche dalle narrazioni mediali e del Web, il sentirsi più soli nell’affrontare l’insicurezza e la precarietà della vita, ormai condizioni esistenziali: aggiungo che questo dramma della solitudine – che è un vuoto anche di senso, è difficoltà di dare un significato al reale – si riscontra anche nel bisogno ossessivo di comunicare (o di essere connessi, sempre?) e di essere “visibili” a tutti i costi nel nuovo ambiente comunicativo ed in particolare sui social networks; per non essere dimenticati (questione dell’identità e del riconoscimento) e cadere nell’oblio (anche se si discute di diritto all’oblio in Rete), all’interno di percorsi e vissuti sociali, altrimenti, assolutamente anonimi. Con processi e dinamiche assolutamente analoghi a quelli della società di massa (altro che superamento!) – che chiamano in causa, all’interno di una letteratura scientifica sulla “società di massa” estremamente articolata, anche i celebri studi della psicologia delle folle  – all’interno dei quali, le logiche di visibilità, l’irrazionalità (o, per lo meno, la razionalità limitata) e i processi di emulazione e/o ostentazione sono sempre più diffusi, invasivi e dominanti.  Per certi versi, a conferma di un’epoca paradossale e contraddittoria, non possiamo che rilevare segnali ed indicatori di una vera e propria era del narcisismo [26], che non riguarda più singoli individui bensì si rivela fenomeno collettivo, che porta all’affermazione di identità autoreferenziali e frammentarie, tra onnipotenza illusoria e impotenza reale. In questo scenario così complesso, incerto e articolato, la comunicazione, i mezzi di comunicazione (mass e new media, distinzioni ormai saltate), il sistema dell’informazione, la Rete e, in particolare, il Web 2.0 sembrano aver definitivamente occupato – per non dire egemonizzato – non soltanto lo spazio pubblico della discussione e della formazione delle opinioni pubbliche, ma anche quell’area decisiva della prassi sociale un tempo “controllata” dalle tradizionali agenzie di socializzazione. A tal proposito, è di fondamentale importanza tenere ben distinti i due piani di discorso e analisi: da una parte, le tecnologie e/o i mezzi di comunicazione ma anche i dispositivi, per i quali nutriamo un’attenzione quasi ossessiva, che ci fa perdere di vista le questioni più importanti; dall’altra, la comunicazione stessa che è processo sociale caratterizzato dalla presenza di soggettività etiche e di attori/individui che si confrontano sul terreno di rapporti di potere (!) più o meno simmetrici. Presupposto forte della presente analisi è il fermo convincimento che soltanto l’affermazione di una cultura della comunicazione, in generale, nei sistemi sociali ed, in particolare, all’interno ed all’esterno delle organizzazioni complesse (concetto di organizzazione come “sistema aperto”) possa effettivamente creare le condizioni per la realizzazione e la concreta applicazione di quei fondamentali diritti/doveri di cittadinanza senza i quali l’attore sociale (nelle sue molteplici vesti di cittadino-utente-consumatore) non può evidentemente trovare nessun tipo di legittimazione/riconoscimento alle sue istanze. Ritrovandosi, di fatto, in una condizione di sudditanza, all’interno di una sfera pubblica già ridimensionata e del tutto inconsistente. Conoscenza e competenze, in tal senso, saranno probabilmente in grado di determinare, sempre più in misura significativa, i rapporti di forza in ogni sfera della vita sociale, organizzativa, sistemica con evidenti ricadute per la cittadinanza e i regimi democratici.

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Kandinsky, improvvisazione con forme fredde

Come abbiamo affermato in passato:

“Le architetture complesse (2005), a supporto della società in rete, confermano e rafforzano ulteriormente, spazzando via ogni perplessità, il carattere di  “bene comune”  associato alla risorsa “conoscenza“: l’unica risorsa strategica, derivante da processi di acquisizione intersoggettiva, in grado di alimentare anche dal basso i gangli ed i tessuti che innervano l’economia interconnessa creando, in tal modo, le condizioni basilari per la realizzazione e l’evoluzione di quell’ecosistema cognitivo (2003) basato su processi aperti, dinamici e più democratici rispetto al passato; nonostante le tante criticità su cui abbiamo espresso la nostra opinione più volte, proponendo la definizione di “anello debole”(1996 e 2002) – tra sistema di potere ed ecosistema mediatico – per indicare una sfera pubblica non più autonoma dalla politica e, soprattutto, non criticamente formata. Tuttavia, non possiamo non registrare come si moltiplichino i progetti che hanno come nucleo fondante la condivisione della conoscenza e un nuovo modello economico basato sulla cooperazione, su una cultura partecipativa e mutualistica e, perfino, su un’etica del dono (lo ribadiamo, nel lungo periodo): si pensi all’idea, all’ambizioso progetto, tutt’altro che utopistico (anzi!), di realizzare una rete globale open source,  finalizzata, oltre che alla produzione/elaborazione di conoscenza, anche al controllo delle informazioni (cruciale, ancora una volta, il dibattito e le decisioni in materia di net neutrality). In una fase storica particolarmente delicata, sotto questo aspetto, con profonde implicazioni anche, ma non soltanto, per il possesso dei propri dati e la privacy (messi a disposizione dei cannibali digitali [27], spesso in maniera poco consapevole, anche in situazioni di realtà aumentata), per le identità e i diritti che vengono ad esser messi sempre più in discussione.

Un ecosistema della conoscenza che, strutturato in maniera reticolare, è destinato ad agevolare, significativamente, i processi di riduzione della complessità in una fase di passaggio all’ipermodernità sempre più contraddistinta dall’aumento dell’indeterminatezza e del disordine all’interno dei sistemi. A queste dimensioni estremamente problematiche non aggiungeremo, per motivi di opportunità, l’analisi che andrebbe condotta sul contesto storico in cui ci troviamo ad agire, e cioè la cosiddetta società della conoscenza: un contesto sempre più globale e interconnesso nel quale la stragrande maggioranza delle esperienze vissute e con cui interagiamo si rivelano, comunque e sempre, esperienze mediate dal sistema dell’informazione, dalle reti e, più in generale, dal sistema dei mezzi di comunicazione. Gli effetti di tali dinamiche sono soprattutto di natura cognitiva e di definizione delle gerarchie tematiche considerate prioritarie dalle opinioni pubbliche (democrazia).In altre parole, siamo costretti a prendere atto dell’assoluta rilevanza strategica che la comunicazione – intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza/potere, in grado cioè di rendere paritetica la posizione degli attori che partecipano all’atto comunicativo – e i sistemi comunicativi hanno assunto, oltre che nei processi di socializzazione riguardanti individui sempre più autonomi nelle loro scelte, anche nei meccanismi di strutturazione e definizione delle identità e delle appartenenze. Questa evoluzione creatrice (titolo di un’importante opera di H.Bergson), legata evidentemente anche all’innovazione tecnologica e all’avvento della cosiddetta Network society, ha determinato una sorta di dilatazione della prassi e, più specificamente, della sfera pubblica, contribuendo a ridare centralità alla questione dell’etica – delle conoscenze e delle competenze, non solo tecniche, indispensabili per garantire una “vera” inclusione digitale – anche se all’interno di un quadro problematico più complesso. Non a caso, sono proprio i concetti di rischio (->conoscenza, fiducia, libertà, oggi, si discute anche di rischio della libertà digitale) incertezza, vulnerabilità a connotare le dinamiche dei moderni sistemi sociali, attraversati da flussi migratori sempre più significativi e a contraddistinguere la nuova economia capitalistica della conoscenza (Knowledge economy). Il processo di globalizzazione radicalizza il conflitto – introducendo nuove forme e modalità per il possesso e l’accesso alle risorse (immateriali) – proprio perché investe la sfera dei valori condivisi, dei significati e dei simboli, costringendoci al confronto con l’Altro da noi (fondamentale): anche questo è un problema di conoscenza.

Il rischio, come abbiamo ribadito più volte, è che si confondano “comunicazione e “connessione”: la società interconnessa aumenta in maniera esponenziale le possibilità di “connessione” ma le opportunità di accedere, condividere e, soprattutto, poter elaborare conoscenza ed informazioni, per la maggioranza degli attori sociali, sono ancora lontane dal concretizzarsi. Allo stesso tempo, la società della conoscenza, fondata sulla condivisione e sull’apertura dei sistemi, è ancora lontana (come documentato da molte ricerche e rapporti) anche per il riprodursi in Rete di tendenze che caratterizzano, da sempre, gruppi, comunità, sistemi sociali: la “chiusura”, funzionale al contemporaneo aumento della coesione interna, e il controllo delle dinamiche e dei meccanismi riguardanti conoscenza e potere (P.Dominici,2005). Torniamo, evidentemente, ad una nostra vecchia ipotesi circa il rapporto, allo stesso tempo, complesso e ambivalente tra libertà e digitale: siamo di fronte ad una relazione dialettica, a dir poco, conflittuale e dagli esiti tutt’altro che scontati.

In questa linea di discorso, Ethan Zuckerman, uno delle voci autorevoli in materia, ritorna nel suo lavoro (2014) su queste tematiche di fondamentale importanza, parlando di cosmopolitismo, ma anche di tendenza all’auto-segregazione (via youtube -> digital self-segregation…torna la questione della fine del legame sociale e la “società degli individui” -> vedi anche post precedenti), e del ruolo centrale delle cd. “figure-ponte”(blogger) in grado di tradurre e condividere informazioni, collegando contesti. Nelle ricerca sociale torna, ancora una volta, centrale la figura del leader d’opinione (two-step flow of communication hypothesis), su cui la communication research ha prodotto, pur occupandosi allora di mass media, risultati significativi già a partire dalla metà del secolo scorso. Crescono le potenzialità conoscitive ma anche quelle di un’informazione disinformata”.

La Rete digitale – e la “nuova” velocità del digitale – sta cambiando in profondità assetti e gerarchie della società industriale e si presenta come un’estensione del sistema relazionale, uno spazio pubblico illimitato aperto alle intelligenze collettive (P.Lévy), alla cooperazione e all’intelligenza collaborativa (M.Minghetti). Ma, lo ripeterò sempre fino alla noia, senza politiche di lungo periodo centrate su scuola, educazione, istruzione, la cd. società della conoscenza sarà un sistema-mondo sempre più segnato da profonde  disuguaglianze e asimmetrie. E anche parlare di meritocrazia sarà pura retorica in una società senza mobilità sociale verticale e con un familismo amorale diffuso – con l’aggravante che scuola e università non svolgono più da tempo la loro funzione essenziale di “ascensori sociali” – che continuerà a favorire élite e gruppi ristretti; anche la meritocrazia sarà la meritocrazia dei soliti “pochi”, di coloro che hanno più opportunità in partenza. Educazione e Istruzione = Cittadinanza e Conoscenza = Potere

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro. I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi. Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione!

 

[1] Abbiamo definito e approfondito le dimensioni della società ipercomplessa in: P.Dominici, La comunicazione nella società ipercomplessa: istanze per l’agire comunicativo e la condivisione della conoscenza nella network society, Aracne Ed., Roma 2005; e in, La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Milano, FrancoAngeli 2011.

[2] Cfr. P.Dominici, Dentro la Società Interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, FrancoAngeli, Milano 2014, p.9. Mi permetto di aggiungere che: «Una rivoluzione di tale portata, legata a molteplici variabili e concause, da occasione irripetibile di innovazione sociale e mutamento, potrebbe rivelarsi l’ennesima opportunità per élites e gruppi sociali ristretti, a causa di tanti fattori: digital divide, cultural divide (troppo a lungo sottovalutato, come le “variabili” analfabetismo funzionale e povertà educativa), asimmetrie, mancanza di strategie sistemiche di lungo periodo. Per questa ipercomplessità sociale, oltre ad una rinnovata attenzione per le regole e i diritti, occorrono approccio critico alla complessità, in grado di evitare spiegazioni riduzionistiche e deterministiche, ma anche, e soprattutto, una nuova sensibilità etica.
Dal momento che, oggi, come mai in passato, la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1998). Gli attori sociali si trovano di fronte alla possibilità di operare un irreversibile salto di qualità: ma il problema non è soltanto rilevare, osservare il fatto scientifico, quanto prendere atto che la comunicazione è soprattutto un comportamento che genera comportamenti e produce valore. E, nel far questo, è di fondamentale importanza non confondere i mezzi con i fini, il piano degli strumenti con quello dei contenuti, la comunicazione con la connessione». Cfr. anche P.Dominici (1996), Per un’etica dei New Media. Elementi per una discussione critica, Firenze Libri Ed., Firenze 1998; monografia in cui, peraltro, parlo di trasformazione antropologica, di nuovo ecosistema e di economia e società della condivisione.

[3] L.Floridi (2010), Information. A very short introduction, trad.it., La rivoluzione dell’informazione, Codice Ed., Torino 2012; nella stessa prospettiva, prima di Floridi, si veda anche A.Toffler (1980), The Third Wave, trad.it., La Terza Ondata, Sperling & Kupfer, Milano 1987. Anche in questo caso, la letteratura, scientifica e non, è estremamente articolata, si vedano in particolare: M.Castells (1996-1998), The Information Age: Economy, Society and Culture, 3 voll., Oxford, Blackwell; M.Castells (2009), Communication Power, trad.it., Comunicazione e potere, Università Bocconi Editore, Milano 2009; G.Boccia Artieri, Stati di connessione. Pubblici, cittadini e consumatori nella (Social) Network Society, FrancoAngeli, Milano 2012; L.De Biase, I media civici. Informazione di mutuo soccorso, Feltrinelli, Milano 2013 e dello stesso Autore, Homo pluralis.Esseri umani nell’era tecnologica, Codice Ed., Torino 2015; D.Graeber, The Utopia of Rules. On Technology, Stupidity, and the Secret Jois of Bureaucracy, Melville House, 2015; Ippolita, La Rete è libera e democratica (Falso!), Laterza, Roma-Bari 2014.

[4] M.McLuhan, B.R. Powers (1989), The Global Village: Transformations in World Life and Media in the 21st Century, trad.it. Il Villaggio Globale: XXI secolo, SugarCo, Varese 1992.

[5] Oltre al grande classico, sempre amato, di M.Foucault (1975), Surveiller et punir. Naissance de la prison, trad.it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1976, si vedano: Lyon D. (1994), The Electronic Eye. The Rise of Surveillance Society, trad.it., L’occhio elettronico. Privacy e filosofia della sorveglianza, Feltrinelli, Milano 1997 e dello stesso Autore (2001), Surveillance Society. Monitoring Everyday Life, trad.it., La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, Feltrinelli, Milano 2002.

[6] Già all’inizio degli anni Ottanta, Alvin Toffler parla dell’avvento di una “infosfera”: si tratta di un concetto oggi molto utilizzato e, talvolta, attribuito erroneamente ad altri studiosi. Da parte mia ho sempre preferito, per tutta una serie di ragioni, parlare di “nuovo ecosistema” della comunicazione (fin dal 1995).

[7] H.Jonas (1979), Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, Frankfurt am Main, trad.it., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990, p.3.

[8] H.Rheingold (1993), The Virtual Community, trad.it., Comunità virtuali, Sperling & Kupfer, Milano 1994;  dello stesso Autore segnaliamo: H. Rheingold (2002), Smart Mobs, trad.it., Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina Ed., Milano 2003.

[9] Sul concetto di cybersocialità si veda: F.Casalegno, Le cybersocialità. Nuovi media e nuove estetiche comunitarie, Il Saggiatore, Milano 2007.

[10] Interessanti in tal senso i concetti di intelligenza connettiva e di intelligenza collaborativa; noi avevamo parlato di sapere condiviso (2003 e 2005), elaborato collettivamente e in maniera intersoggettiva.

[11] P.Lévy (1994), L’Intelligence collective: pour une anthropologie du cyberspace, trad.it., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996; dallo stesso Autore, diversi spunti in P. Lévy (1997), Cyberculture. Rapport au Conseil de l’Europe, trad.it., Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli, Milano 1999; su questi temi si vedano anche: K.Robins, F.Webster (1999), Times of the Technoculture: From the Information Society to the Virtual Life, trad.it., Tecnocultura. Dalla società dell’informazione alla vita virtuale, Guerini & Associati, Milano 2003; A.Marinelli, Connesioni.Nuovi media, nuove relazioni sociali, Guerini & Associati, Milano 2004.

[12] Su queste tematiche segnaliamo inerenti anche il cd.approccio delle capacità o capability approach: A. Sen (1992), Inequality Reexamined, trad.it., La diseguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 1994; M.C. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, Bologna 2002 (intr.di C.Saraceno) e (2010), Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, Princeton; M.C.Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, Bologna 2002 (intr.di C.Saraceno).

[13] L.Floridi (2010) op.cit., p.8

[14] Ricordiamo, per dovere di cronaca, il famoso testo che ha dato il là al dibattito su media e industria culturale. Le categorie concettuali sono U. Eco (1964), Apocalittici e Integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano 1994.

[15] Per una lettura critica della questione, con le relative implicazioni cfr. Byung-Chul Han (2012), Transparenzgesellschaft, trad.it., La società della trasparenza, Roma, nottetempo, 2014; diverse le analogie con  P.Dominici (2005), La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Milano, FrancoAngeli, 2011, soprattutto con riferimento all’analisi di alcune dinamiche tipiche della “società interconnessa/iperconnessa” e della rivoluzione digitale: da una parte, le possibilità di accesso e condivisione della conoscenza (inclusività vs. esclusività); dall’altra, la sorveglianza, l’illusione del controllo totale, la centralità strategica dei processi (inarrestabili) di accumulazione delle informazioni che non sempre si traducono in conoscenza, anzi. Si vedano anche: D.Lyon (2001), Surveillance Society. Monitoring Everyday Life, trad.it., La società sorvegliata. Tecnologie di controllo della vita quotidiana, Milano, Feltrinelli, 2002; E.Morozov, The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, trad.it., L’ingenuità della rete.Il lato oscuro della libertà di internet, Codice ed., Torino 2011.

[16] N.Urbinati (2011), Liberi e uguali. Contro l’ideologia individualista, Laterza, Roma – Bari.

[17]J.Habermas (1981), Theorie des kommunikativen Handelns, Bd.I Handlungsrationalität und gesellschaftliche Rationalisierung, Bd.II Zur Kritik der funktionalistischen Vernunft, Frankfurt am Main, Suhrkamp, trad.it. Teoria dell’agire comunicativo, Vol.I Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale, Vol.II Critica della ragione funzionalistica, Il Mulino, Bologna 1986.

[18] Su questi argomenti, molto discussi a livello di Stati-nazione e di sfera pubblica, suggeriamo di seguire anche il dibattito sulle competenze digitali. In questa sede segnaliamo il documento a cura dell’Agenzia per l’Italia Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri che nell’ambito del Programma nazionale per la cultura, la formazione e le competenze digitali, ha elaborato e pubblicato, nel mese di maggio 2014, le Linee Guida. Indicazioni strategiche e operative.

[19] S.Rodotà, Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli, Laterza, Roma-Bari, 2014

[20] Si veda, in questa prospettiva: K.Kelly (2010), What Technology Wants, trad.it., Quello che vuole la tecnologia, Codice, Milano 2011; testo certamente interessante, ma non del tutto originale nelle tesi proposte. Per ulteriori approfondimenti, rispetto a criticità e opportunità del nuovo ecosistema, si vedano anche: G.Lovink, Social media Abyss, trad.it, L’abisso dei social media. Nuove reti oltre l’economia dei like, EGEA, Milano 2016; Byung-Chul Han (2013), Im Schwarm. Ansichten des Digitalen, trad.it., Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, Roma 2015.

[21] Cfr. M.Foucault (1988), Technologies of the Self. A Seminar with Michel Foucault, trad.it., Tecnologie del Sé. Un seminario con Michel Foucault, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p.13. Aggiungo che l’analisi (le opere) di Michel Foucault è assolutamente fondamentale, ancor di più in un’epoca che, dal punto di vista culturale e della prospettiva, è totalmente schiacciata sul presente e su una visione del futuro quanto meno ambigua.

[22] T.Todorov (1995), La vie commune. Essai d’anthropologie générale, trad.it., La vita comune. L’uomo è un essere sociale, Milano, Pratiche Ed., 1998. Si veda anche F.Cassano (2004), Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Dedalo, Bari.

[23] M.Revelli (2013), Finale di partito, Einaudi, Torino.

[24] Sulla complessità del concetto: M.Weber (1904-1905), Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, trad.it., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1965; A.Laurent, Histoire de l’individualisme, trad.it., Storia dell’individualismo, Il Mulino, Bologna 1994.

[25] E.Pulcini, L’individuo senza passioni, Individualismo moderno e perdita del legame sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p.21; si veda anche AA.VV. (a cura di), Oltre l’individualismo. Comunicazione, nuovi diritti e capitale sociale, FrancoAngeli, Milano 2008.

[26] Si vedano in particolare l’interessante lavoro di: V.Cesareo, I.Vaccarini, L’era del narcisismo, FrancoAngeli, Milano 2012. Sulla cultura del narcisismo, suggerisco anche la lettura di un classico: C.Lasch (1979), The Culture of Narcissism. American Life in an Age of Diminishing Expectations, trad.it., trad.it., La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Bompiani, Milano.

[27] Rispetto alle grandi aziende del digitale c’è chi ha parlato di “cannibali digitali”. Si veda in particolare l’articolo di S. Vergine, Nuovi poteri. Cannibali digitali, in «L’Espresso», n.35, anno LXI, 3 settembre 2015. Probabilmente, il termine “cannibali” si richiama ad una frase di Marshall McLuhan «Il nuovo ambiente plasmato dalla tecnologia elettrica è un ambiente cannibalistico che divora le persone. Per sopravvivere, bisogna studiare le abitudini dei cannibali».

 

Piero Dominici

Piero Dominici

Docente universitario e formatore, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università degli studi di Perugia.

Membro dell’Albo dei Revisori MIUR, fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da vent’anni di teoria dei sistemi e di teoria della complessità con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti cittadinanza, democrazia, etica pubblica.
Svolge attività di ricerca, formazione e consulenza presso organizzazioni pubbliche e private. Ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento. Relatore a convegni internazionali, collabora con riviste scientifiche e di cultura.

Autore di numerosi saggi e pubblicazioni scientifiche, tra le quali: Per un’etica dei new-media (1998); La comunicazione nella società ipercomplessa.Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014).

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