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È venuto il momento di fare sul serio

L’industria del software proprietario è nata “formalmente” nel 1981 con il PC IBM, e con la concessione su licenza del sistema operativo DOS (che creava, attraverso il geniale meccanismo legale della licenza d’uso, la scarsità di fatto di un bene altrimenti facilissimo da riprodurre su larga scala come il software). Lasciando da parte qualsiasi tipo di giudizio sull’azienda, è impossibile non riconoscere a – e soprattutto a Bill Gates – una capacità imprenditoriale tale da costruire su questo meccanismo un autentico monopolio.

Il movimento del è nato nel 1983, e si è consolidato nel 1985 con la creazione di Free Software Foundation. Purtroppo, a oltre 30 anni di distanza continua a essere “solo” un movimento, perché è mancata una figura in grado di distillare gli enormi vantaggi del nei confronti del software proprietario in un modello di business capace di dare vita a un’industria.

Nel frattempo, però, i sostenitori del software libero hanno trovato il tempo per discutere di questioni di lana caprina come le differenze tra il software libero e il software open source (che sono la stessa cosa, ma che partono ciascuna da una diversa sfumatura concettuale), il nome del sistema operativo libero (come se il problema stia nel nome GNU/Linux e non nel fatto che per anni il sistema stesso fosse alla portata solo di una sparuta minoranza di utenti dotati di competenze tecnologiche avanzate) e i diversi approcci delle distro alla pacchettizzazione e alla sicurezza (e non alla strategia per conquistare una quota di mercato superiore, per fare il primo numero significativo, al 10%).

Certo, considerate nel piccolo di ciascun individuo o di un piccolo gruppo che condivide le stesse idee, si tratta di discussioni fondamentali. Ma viste in ottica di business, perché le scadenze di fine mese non distinguono tra software proprietario e software libero, si tratta solo di perdite di tempo e quindi di occasioni mancate. Anche perché, nel frattempo, l’industria del software proprietario ha approfittato dell’assenza di concorrenti per trasformare il monopolio in sistema.

E mentre il movimento del software libero si arrotolava intorno a eventi mortalmente noiosi come i LinuxDay, l’industria del software proprietario metteva radici nella pubblica amministrazione e nelle aziende, definendo essa stessa le barriere all’ingresso: la certificazione delle competenze, l’ECDL per i dipendenti, la diseducazione sui formati standard, l’utilizzo di formati proprietari per l’interoperabilità (una bestemmia, che è la norma, e non solo in Italia, perché nessuno conosce i formati standard), le font proprietarie, e così via.

Naturalmente, come ogni sistema che si rispetti, anche quello del software proprietario ha fatto in modo che le barriere all’ingresso diventassero ogni giorno più difficili da superare, attraverso meccanismi che vanno oltre gli aspetti di mercato e coinvolgono direttamente il sistema politico (per esempio, con l’adozione “pilatesca” del formato OOXML).

Fortunatamente, la nascita di progetti di software libero un po’ più vicini agli utenti, e la testardaggine di alcuni esponenti – pochi – del movimento del software libero, hanno cominciato a incrinare il fronte del sistema del software proprietario. Peraltro, i numeri non sono mai stati tali da poter impensierire le aziende, fino a quando non è arrivato qualcuno che ha investito sulla comunicazione del software libero.

E dire che una dritta in tal senso l’aveva data lo stesso Bill Gates, quando era stato interrogato nel corso della causa intentata dal Governo degli Stati Uniti e da 12 stati confederati contro Microsoft, alla fine degli anni ‘90, per posizione di monopolio. “Se volete distruggere Microsoft, datemi Linux, e in pochi anni Microsoft sarà solo un ricordo”, ovvero: se pensate che il problema sia l’azienda, non avete capito una cippa.

Dopo 30 anni, è giunto il momento di fare sul serio. Basta con quelli che puntano all’integralismo del software libero (la frase “il software libero lo devono usare solo gli sviluppatori”, ripetuta a Palermo durante la ConfSL a giugno 2016, è semplicemente idiota), perché è dimostrato che non porta da nessuna parte, se non a una posizione subordinata nei confronti del software proprietario.

Impariamo a comunicare, e cominciamo a usare le stesse armi del software proprietario: certificazione delle competenze, ECDL su software libero per gli studenti e i dipendenti delle organizzazioni, protocolli per le migrazioni e la formazione, protocolli di intesa con la pubblica amministrazione… e vediamo cosa succede.

Sono convinto che i risultati arriveranno molto prima della fine dei prossimi 30 anni (anche perché io, data l’età, devo sbrigarmi).

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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