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Apartheid digitale a scuola

La nostra vision sulla scuola è ormai nota da tempo: sogniamo una dove la tecnologia è un potente strumento al servizio della didattica, e quindi della conoscenza, utilizzato da docenti preparati e motivati e da studenti liberi e consapevoli delle possibilità e dei rischi connessi all’uso del . Preparazione, motivazione, libertà e consapevolezza fondate sull’utilizzo di software libero di qualità, perché qualsiasi alternativa finisce per mutilare uno di questi quattro pilastri. Sogniamo una intera generazione cresciuta a pane e software libero. E sappiamo che si può fare, perché sono molte le scuole in cui questo sogno è già realtà.

Per questo restiamo sempre assai contrariati (per usare un eufemismo) ogni volta che una scuola si muove in direzione ostinata e contraria.

Accade in un tranquillo pomeriggio d’estate come tanti, quando sul sito web di una scuola del centro Italia come tante compare l’avviso di una gara d’appalto come tante, nella fattispecie un progetto – cofinanziato tramite fondi strutturali europei nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) 2014-2020 – per l’ampliamento delle infrastrutture di rete dell’Istituto. Sembrerebbe davvero una come tante, se non fosse per le clausole contenute in uno degli allegati, precisamente nel capitolato tecnico.

A pagina 15 del documento, tra le caratteristiche tecniche minime degli apparati attivi, per ben due volte, in corrispondenza delle voci “Controller di rete” e “Firewall (Rack Mount)”, viene testualmente dichiarato che non sono accettate Appliance su mini/micro-computer e software Opensource installati come Pf-Sense e similari (pena esclusione).

Di fatto una fetta di mercato viene deliberatamente esclusa non sulla base delle caratteristiche tecniche dei prodotti, bensì sulla base delle caratteristiche della licenza d’uso. Non importa quanto buono possa essere un software, se la licenza d’uso non si paga non lo vogliono; e se è possibile accedere al codice sorgente, non lo vogliono. E se è l’ottimo pfsense, non lo vogliono.

In questa scuola come tante vogliono espressamente pagare la licenza d’uso di un software, non importa se peggiore di un software libero (il capitolato non dice nulla sulla qualità); in questa scuola come tante non vogliono vedere nemmeno una riga del suo codice sorgente; in questa scuola come tante non importa se esiste una legge che impone un’analisi comparativa di tipo tecnico ed economico (non una scelta a priori, dunque) tra diverse tipologie di soluzioni, tra cui anche software libero o a codice sorgente aperto.

Viene facile pensare che in questa scuola come tante, dove sanno benissimo cosa NON volere, forse hanno già scelto cosa volere.

Davvero a qualcuno piace una scuola così?

Marco Alici

Marco Alici

Ingegnere meccanico, lavora come progettista presso la Videx. Affascinato dai computer fin da bambino, quando gli regalarono un Commodore 16, negli anni dell’università scopre Linux e il mondo del Software Libero e Open Source, dapprima come semplice utente, poi come convinto sostenitore. A metà strada tra la formazione tecnica e la passione informatica si inseriscono i suoi interessi nel mondo della computer-grafica e della stampa 3D. È vice-presidente del Fermo Linux Users Group e membro dell’associazione LibreItalia.

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