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Investimenti in banda ultralarga? Ecco gli impatti su PIL e occupazione

La strategia per la è il primo tassello di un progetto più ampio che ingloba gli obiettivi dell’Agenda digitale europea. Dopo un pit-stop di vari mesi il mercato della banda ultra-larga nel nostro Paese sembra riprendere il proprio percorso.

La strategia nazionale

In Europa l’Italia si colloca tra gli ultimi 6 Paesi nella graduatoria per diffusione della banda larga, sebbene negli ultimi anni il nostro Paese abbia fatto registrare un incremento medio annuo più elevato della media UE28 (+4 punti percentuali) riducendo un po’ il divario. L’obiettivo ambizioso del nostro Paese entro i prossimi tre anni è quello però di dare connessione veloce, a 100 Megabit, al 75% degli italiani. Del resto non ci sono troppe alternative per provare a colmare il divario digitale con il resto d’Europa che ha già attualmente raggiunto tale percentuale di copertura. In Italia invece la copertura è del 50% circa della popolazione in merito alla fibra ottica con TIM come operatore principale seguito da Fastweb. Si tratta per lo più di connessioni FTTC (Fiber To The Cabinet) ovvero quelle connessioni a banda larga in cui la rete in fibra ottica dell’ISP (Internet Service Provider) arriva fino alla centralina di zona più vicina al luogo di fornitura del servizio di connessione alla rete, ad esclusione di realtà come Milano o Bologna e altre poche che dispongono nelle aree più strategiche della città di FTTH (Fiber To The Home) di gestione di Fastweb, Tim o Metroweb.

Gli investimenti previsti

Il Governo italiano si sta muovendo in due direzioni: la prima è quella delle cosiddette aree “a fallimento di mercato” per le quali un percorso strategico è stato previsto con lo stanziamento di 3,5 milioni di euro per la costruzione di una rete in fibra ottica di proprietà pubblica. A questo fine il Governo ha stretto un accordo con le singole Regioni per disporre dei fondi in modo coordinato e implementare i bandi di gara. L’altra parte di intervento riguarda invece le cosiddette “aree ricche”, protagoniste della corsa verso i 100 Megabit e dove i principali gestori telco (telecomunicazioni) sostengono di essere pronti a spendere nei prossimi quattro anni oltre 5 miliardi di euro. Per monitorare i passi in avanti che l’Italia sta compiendo è stato realizzato da parte del Ministero dello Sviluppo Economico un sito che consentirà ai cittadini di conoscere e verificare  il livello di copertura a 30 e a 100 mbps di ogni regione, comune, strada e quartiere, sia per le aree bianche, quelle a fallimento di mercato, sia per le aree nere, dove intervengono i privati. Una mappa, che si sovrappone a quella di Google, permette la visualizzazione dello stato dei lavori in una determinata regione, comune e persino strada. Al contempo lo scorso 13 giugno è stato dato il via libera al primo bando per la realizzazione della rete nelle aree bianche, quelle cioè a fallimento di mercato. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale sono partite le procedure per gli interventi nelle prime sei regioni (Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto) con le quali si sono chiusi specifici accordi di programma e relative convenzioni operative per l’utilizzo dei fondi FESR e FEASR: 6,5 milioni i cittadini interessati dagli interventi previsti in questo primo bando, più di 3,5 milioni le unità immobiliari e 3mila i comuni. Entro la fine dell’estate saranno pubblicati anche i bandi per tutte le restanti regioni.

Gli impatti economici sui settori produttivi

In letteratura sono diversi gli studi e le ricerche internazionali che hanno stabilito una correlazione positiva tra la penetrazione nell’uso del digitale e gli investimenti nelle infrastrutture, compresa la connessione via mobile, e lo sviluppo economico. I risultati hanno evidenziato effetti significativi e concreti sulla crescita economica. Sono stati elaborati differenti metodi per stimare questi impatti sulla crescita economica quali ad esempio analisi degli investimenti, monitoraggio dei risultati raggiungi, casi studio e buone pratiche. In Australia il Centre for International Economics ha condotto uno studio sugli impatti economici della banda larga sull’economia australiana su 53 settori produttivi localizzati in 8 regioni e ha stimato che il maggior impatto sul mercato che avrebbe prodotto un cospicuo capitale in investimenti sarebbe stato relativo al mercato immobiliare e al settore edile nel breve periodo proprio in relazione al soddisfacimento della domanda di banda sia ultralarga sia mobile nelle nuove costruzioni residenziali. I settori produttivi meno interessati dallo sviluppo delle infrastrutture digitali sarebbero stati invece il settore agricolo e la produzione di idrocarburi con un’incidenza infatti sul mercato minore dell’1%.

Analogamente uno studio italiano sulle evidenze degli investimenti nelle reti ultrabroadband ha stimato un impatto positivo su tutti i comparti di mercato ma i maggiori benefici sono stati stimati per il settore immobiliare, il manufatturiero, l’intermediazione finanziaria, i servizi alle imprese, trasporti e comunicazioni ovvero quei settori che già utilizzano servizi Ict come input in maniera massiccia. Istruzione e sanità invece sono tra i settori meno impattati dalla implementazione della banda larga insieme ai servizi sociali, poiché essendo settori ad alta intensità di lavoro sembra trovino meno vantaggioso l’aumento di offerta di servizi banda ultra-larga e la conseguente riduzione dei prezzi di tali servizi.

Lo studio italiano e gli impatti sull’occupazione

Un gruppo di ricerca dell’Università Sapienza di Roma, coordinato da Maurizio Franzini, nel rapporto Assessing the sectoral effects of ICT investments: the case of broadband networks  ha stimato gli effetti sull’occupazione e sul prodotto interno lordo  (PIL) degli investimenti in infrastrutture di rete a banda ultra-larga nel medio e lungo periodo riferiti al nostro Paese. Lo studio ha elaborato le stime attraverso la creazione di un modello di simulazione calibrato sulla base dei dati reali di produzione degli ultimi 20 anni (definito a livello di singolo settore produttivo) in grado di stimare l’effetto diretto e indiretto di un investimento infrastrutturale del valore di 12 miliardi di euro che è “la dimensione ritenuta necessaria, nell’ambito della strategia italiana banda ultralarga, per dotare l’85% della popolazione italiana di una connessione a 100Mbit/s”, come dichiarato nel report. Tre sono gli scenari simulati: 5, 8 e 12 miliardi di euro tenendo conto però che per raggiungere il massimo potenziale serviranno almeno 6-7 anni, pari al time-to-build necessario alla generazione della domanda dei servizi connessi.

In merito all’occupazione l’effetto degli investimenti è positivo nel suo insieme, ma il valore aggiunto e il differenziale di questo valore variano in relazione ai diversi settori. In alcuni settori, infatti, l’investimento determina un aumento della produttività e conseguentemente dell’offerta superiore all’aumento della domanda, realizzando quindi una riduzione dell’occupazione. Questa situazione si verifica soprattutto nei settori che fanno largo uso dei servizi Ict come input quali costruzioni, trasporti e servizi alle imprese. La variazione di valore aggiunto (quindi in relazione al PIL) in questi casi è superiore a un punto percentuale e gli effetti sono incrementali al crescere degli investimenti stessi. Gli effetti più positivi si registrano nel settore alberghiero e ristorazione e manifatturiero.

Lo studio evidenzia anche alcune criticità in merito agli aspetti occupazionali e il comparto a più elevata potenzialità di crescita in termini di business, identificato come “dei computer e servizi relativi”, dalle stime risulterebbe essere quello a subire il maggior impatto negativo, con una perdita di ben 6 punti percentuali. Stime fortemente negative sono state evidenziate per il settore della Pubblica Amministrazione e previdenza sociale.

Gli obiettivi da raggiungere

L’accesso alle connessioni veloci (maggiori di 30 Mbps) secondo i dati della Commissione Europea (2014) ha raggiunto attualmente solo il 21% registrando una delle peggiori performance tra i Paesi membri poiché la media europea di penetrazione si attesta al 62%. Nel nostro Paese tra il 2010 e il 2015 è aumentata notevolmente la quota di famiglie che dispone di un accesso a Internet da casa (da 52,4 % a 66,2%) sebbene un terzo delle famiglie non abbia ancora accesso a Internet, con un trend però discendente rispetto agli anni passati. Il contributo più rilevante alla diffusione della banda larga è stato fornito dalle tecnologie mobili poiché è rimasta stabile la quota di famiglie che accedono al web esclusivamente mediante banda larga fissa (1 su 3) mentre crescono le quote di famiglie con solo banda larga mobile da 6,6% a 18,6% o che dispongono di entrambe le modalità di accesso da 1,4% a 11,5%.

La maggior parte delle imprese non utilizza invece connessioni veloci e la velocità massima di connessione in banda larga fissa aumenta solo al crescere della dimensione delle imprese: il 40,1% delle grandi imprese utilizza connessioni fisse a velocità pari o superiore a 30 Mbit/s, contro il 12,3% delle piccole (11,9% nel 2014). Secondo le analisi dello studio italiano il gap tecnologico da colmare è enorme, ed i piani di investimento privati ​​non appaiono da soli coerenti con l’obiettivo di ridurre o quanto meno provare a colmare tale divario. Le azioni necessarie per conseguire gli obiettivi dichiarati dal Governo per la strategia di sviluppo delle infrastrutture e della banda larga saranno quindi sostenute da un ammontare di risorse pubbliche pari a 6 miliardi di euro, dei quali 2 di questi finanziati da fondi regionali europei, e per il restante con fondi europei di sviluppo.

Gli obiettivi italiani sulla banda larga sono di servire l’85% della popolazione con una connessione a 100 Mbps entro il 2020 e di assicurare al restante 15% una velocità di download almeno di 30 Mbps.

Emma Pietrafesa

Emma Pietrafesa

Ricercatrice e Comunicatrice. Lavora nel settore delle attività di ricerca e comunicazione da oltre 15 anni, con focus su: ICT e social media, tematiche di genere, salute e sicurezza sul lavoro, cambiamenti apportati dal digitale nel mondo del lavoro, competenze digitali, cyber harassment e cyber safety. Al suo attivo (italiano, francese e inglese) oltre 40 pubblicazioni tra articoli, saggi, monografie e cura redazionale di pubblicazioni scientifiche e accademiche. Docente e relatrice in convegni e seminari di settore. Scrive per testate online nel settore innovazione e digitale: Tech Economy, Ingenium, Girl Geek Life.

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