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Nuvole (di vapore)

Le nuvole hanno sempre avuto un fascino particolare, ma non sono mai state tanto attuali come in questi ultimi anni. Mi riferisco, ovviamente, alle nuvole dell’Information Technology, ovvero al , un termine nuovo per un concetto abbastanza vecchio (e riproposto ciclicamente nel corso degli anni, visto che la memoria storica sembra essere uno dei punti più deboli degli operatori di settore).

Quando sono entrato nel mondo dell’Information Technology, nell’ormai preistorico 1981, le nuvole – intese come cloud – non si stagliavano ancora all’orizzonte, dov’era ben saldo il concetto di “time sharing”, nato negli anni ’60 per rispondere all’esigenza di condivisione della grande potenza di elaborazione dei pochi mainframe esistenti a livello globale.

Il time sharing prevedeva l’allocazione di un “tempo” di elaborazione a uno specifico processo, in modo tale da consentire a più aziende di usare un’unico mainframe. Alla fine, il concetto non era molto diverso da quello attuale, anche se oggi più macchine virtuali condividono in modo concorrente le stesse risorse hardware di elaborazione o di storage. Tanto che la visualizzazione a forma di “nuvola” risale proprio a quegli anni, e deriva dall’insieme dei cerchi disegnati intorno al mainframe per visualizzare i processi che lo condividevano.

E infatti, il simbolo della nuvola venne utilizzato per rappresentare le reti di computer all’interno di ARPANET dal 1977 e di CSNET dal 1981 (le due reti che hanno dato origine all’attuale Internet). Dagli anni ‘90, il simbolo è diventato l’icona dell’infrastruttura di rete degli Internet Service Provider (ISP) verso la quale puntano, in uscita, tutte le reti degli utenti, da quelle domestiche a quelle aziendali.

Nell’aprile del 1994, il termine “cloud” (nuvola) è stato usato per la prima volta nell’accezione attuale da Andy Hertzfeld sulla rivista Wired per descrivere il linguaggio di sviluppo Telescript: “The beauty of Telescript is that instead of having a device to program, we now have the entire Cloud out there, where a single program can go and travel to many different sources of information and create sort of a virtual service”.

All’inizio del 2008, OpenNebula – sviluppato dalla NASA – è diventato il primo software open-source per il dispiegamento di cloud private e ibride, e per la federazione di cloud. A metà del 2008, Gartner ha parlato del cloud come opportunità “to shape the relationship among consumers of IT services, those who use IT services and those who sell IT services”, e ha rilevato che “organizations are switching from company-owned hardware and software assets to per-use service-based models”, e che questo “will result in dramatic growth in IT products in some areas and significant reductions in other areas”.

Amazon ha presentato la propria Elastic Compute Cloud nell’agosto del 2006, mentre Microsoft Azure è stata annunciata come “Azure” nel mese di ottobre 2008 ed è stata rilasciata il 1° febbraio 2010 come Windows Azure, prima di essere ribattezzata Microsoft Azure il 25 marzo 2014. Per qualche tempo, Azure è rientrata nella lista dei TOP500 supercomputer, poi è uscita definitivamente.

Nel luglio del 2010, Rackspace Hosting e NASA hanno annunciato un software open source per il cloud chiamato OpenStack, con l’obiettivo di aiutare le organizzazioni a offrire servizi di cloud computing su hardware standard. Il codice sorgente deriva dalla piattaforma Nebula della NASA e da quella Cloud Files di RackSpace. Il 1° marzo del 2011, IBM ha annunciato il framework IBM SmartCloud per supportare Smarter Planet, un’iniziativa di marketing per il riposizionamento dell’azienda.

Infine, il 7 giugno 2012, Oracle ha annunciato Oracle Cloud, la prima soluzione a citare i tre livelli di servizio relativi alle applicazioni (Software as a Service), alle piattaforme (Platform as a Service), e all’infrastruttura (Infrastructure as a Service).

Nel frattempo, l’11 ottobre del 2006, Google aveva rilasciato Google Docs & Spreadsheets, segnando l’arrivo delle applicazioni che sfruttano il cloud, fino a quel momento focalizzate sui servizi di tipo infrastrutturale, sui PC degli utenti. Oggi, Google Docs, Sheets, Slides e Forms offrono funzioni elementari di gestione dei documenti unite alla capacità di commentare ed editare i documenti in modalità condivisa.

Le Google Apps for Work non vengono posizionate in modo antagonista rispetto alle soluzioni desktop, perché è abbastzanza evidente che a livello di funzionalità c’è ancora una differenza sostanziale tra i due approcci, e le applicazioni desktop – come LibreOffice – consentono una confidenzialità dei dati che non è e non sarà mai possibile con le soluzioni cloud.

A questo punto entra in scena Microsoft, che intravede nel cloud una opportunità unica: migrare gli utenti di Microsoft Office da una soluzione desktop – che ormai viene aggiornata con cadenza decennale, visto che gli utenti non hanno quasi mai bisogno delle funzionalità introdotte con le nuove versioni – a un servizio, con abbonamento annuale. Nasce Microsoft Office 365 (che nella realtà non è mai arrivato all’obiettivo dei 365 giorni di funzionamento ininterrotto, ma si è sempre fermato prima).

L’obiettivo è chiaro a tutti coloro che seguono con un po’ di attenzione le vicende dell’azienda di Redmond: difendere a oltranza il fatturato di Office – una fantastica “mucca da soldi” – facendo leva sul fatto che gli utenti sono molto più propensi a mantenere lo stesso software che utilizzano da anni piuttosto che affrontare il cambiamento, a costo di affrontare un Total Cost of Ownership (costo totale di gestione) molto più alto.

E qui viene il bello. Siccome l’eccitazione iniziale per l’applicazione cloud, indubbiamente più “trendy, fashion & glamour” rispetto al software un po’ demodé che gira solo sul desktop, mostra rapidamente la sua debolezza in termini di prestazioni, solidità e sicurezza, il marketing Microsoft – a cui stavolta non posso fare i miei complimenti – escogita una strategia per “épater le bourgeois”, ovvero meravigliare a buon mercato la gente (Vocabolario Treccani).

Così nasce il posizionamento “ma non scherziamo”, che punta sulla relativa – e spesso totale – incompetenza degli interlocutori, per puntare sulla diversità di Microsoft Office 365 rispetto alle applicazioni desktop, e affabulare sulla base di concetti fumosi, ma affascinanti come “parliamo di futuro”, “evitiamo di confrontare una soluzione tradizionale con una che spalanca i nuovi scenari della collaborazione”, e “passiamo dall’era del software a quella dei servizi cloud”.

Tutto questo ha l’obiettivo di sollevare una cortina fumogena sufficiente a nascondere il fatto che Microsoft Office 365 è molto più costoso rispetto a qualsiasi altra soluzione, e non offre – con qualche limitata eccezione – i vantaggi prospettati agli utenti. Anche perché le funzionalità sono limitate e la gestione del formato standard ODF inferiore rispetto a quella già non perfetta di Microsoft Office 2016.

D’altronde, le nuvole non sono altro che un enorme ammasso di vapore acqueo, per cui il fatto che il marketing delle applicazioni cloud – ovvero, quelle nella nuvola – non sia basato su fatti e numeri ma su affermazioni “vaporose” ha una sua logica.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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