#EpicFail

I City Park Apartments e quelli che “ti obbligano” a mettere Like su Facebook

Si è parlato spesso di come abbia ridefinito il significato della parola “amico” e di come sia ormai dato per scontato che tra i nostri contatti sui social network non ci siano soltanto coloro con cui abbiamo un legame nel mondo fisico, ma anche persone che seguiamo pur senza conoscerle o anche brand con i quali ci troviamo a interagire quasi quotidianamente per necessità o diletto.

Diamo per assodato che, così come i nostri amici di Facebook non sono tutti “amici”, anche molti dei “Mi Piace” che elargiamo a brand e aziende non sono tanto per un reale apprezzamento del brand e dei suoi prodotti ma, piuttosto, perché rappresentano un canale diretto per reperire informazioni utili sui servizi che offrono.

Quando mettiamo un “Mi Piace” a una pagina corporate, comunque, si tratta sempre di un atto volontario e libero: possiamo seguire la pagina Facebook del nostro gestore telefonico anche se poi ci si interagisce solo per lamentarsi del servizio, ma questo non inficia il modo in cui questo servizio ci viene erogato. Insomma: nessun brand al mondo ci obbligherà mai, per contratto, a mettere un Like alla loro pagina Facebook al fine di poter diventare loro clienti.

O almeno questo era quello che pensava anche un gruppo di inquilini di Salt Lake City, che si sono visti obbligati per contratto a “diventare fan” del complesso residenziale dove vivono, pena la possibile perdita del loro appartamento.  La storia, che ha dell’incredibile, risale alla fine di maggio ed è stata raccontata da una televisione locale e, manco a dirlo, è stata ripresa da mezzo web.

Come riporta C|Net, gli inquilini dei , un complesso residenziale di Salt Lake City, hanno trovato appeso alle porte delle loro abitazioni un avviso, chiamato Facebook Addendum, in cui si diceva che avrebbero avuto cinque giorni di tempo per “diventare amici” della pagina Facebook del complesso residenziale. In caso contrario sarebbero stati in aperta violazione del contratto di affitto da loro stipulato mesi prima.

Non solo: tra le condizioni del Facebook Addendum che gli inquilini si sono visti arrivare letteralmente dal nulla, ci sarebbe stata anche una clausola in cui da una parte i proprietari del complesso residenziale sarebbero arrogati il diritto di pubblicare sulla pagina Facebook in questione foto e video degli inquilini e delle loro abitazioni e, dall’altra, gli inquilini stessi si sarebbero dovuti impegnare a non scrivere nulla di negativo sui social a proposito del complesso residenziale stesso.

Naturalmente, gli inquilini non l’hanno presa bene e hanno giustamente obiettato come queste regole potessero costituire una chiara violazione della loro privacy. E oltretutto, come fa notare C|Net, cosa sarebbe successo se un inquilino non avesse avuto un account su Facebook?

Interpellati, i rappresentanti legali dei City Park Apartments hanno spiegato che quel foglietto che gli inquilini si sono trovati appeso alla porta voleva essere una sorta di notifica in vista  dell’imminente inaugurazione della piscina condominiale e relativa festa: una specie di avviso a proposito del fatto che alcune delle foto scattate durante l’evento sarebbero potute finire su Facebook. E che l’unico modo di verificare quali e quante immagini sarebbero apparse online era appunto quello di stringere una relazione con la pagina Facebook del complesso. Le cose però sarebbero andate «un po’ troppo in là» e la formulazione finale dell’avviso «non sarebbe stata rivista», e il portavoce dei City Park Apartments ha specificato che nessun inquilino sarebbe mai stato a rischio di sanzioni qualora non avessero «stretto amicizia» con la pagina Facebook.

Si tratta di un caso limite, certo, e probabilmente anche frutto di una buona dose di pressapochismo da parte di chi si è occupato di gestire la comunicazione con gli inquilini del complesso residenziale che ha generato parecchia confusione. Ma la storia è comunque interessante per fare due considerazioni: fino a che punto è utile sponsorizzare la propria presenza sui social e quando invece coinvolgere a tutti i costi gli utenti diventa controproducente per l’immagine del proprio brand?

Va da sé che non si può obbligare “per contratto” a seguire un brand su Facebook, ma non sono nemmeno troppo rari quei brand che costruiscono la propria identità quasi esclusivamente intorno alla loro presenza sui social, con il rischio di diventare fin troppo invasivi o, addirittura, di tagliare fuori una fetta di utenti che non sono presenti su quelle piattaforme o che non sono troppo ben disposti nei confronti di un tale livello di coinvolgimento.

Allo stesso modo, un’azienda dovrebbe offrire i propri contenuti – tutti, specialmente quelli che possono essere di una qualche importanza per i propri utenti – non solo su tutte le piattaforme e i media in cui è presente, ma anche su quelli dove sono presenti i propri utenti e clienti. Ma la comunicazione deve avvenire secondo un flusso preciso: devono essere gli utenti a trovare i contenuti nei luoghi del web che già frequentano, senza essere in qualche modo “costretti” a frequentare piattaforme non di loro interesse o, addirittura, a stringere relazioni per poter accedere a contenuti che li riguardano.

Lesson Learned: Un brand che obbliga i propri utenti e clienti a modificare il proprio comportamento sui social rischia di mettere a repentaglio la propria immagine quanto – e forse di più – un brand che lascia “buchi” nella propria presenza sul web.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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