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Cos’ha comprato Microsoft?

Appena uscita, la notizia ha fatto subito il giro del mondo: ha annunciato – a cose fatte – di aver comprato Linkedin. Costo dell’operazione: poco più di 26 miliardi di dollari. In contanti. 26 miliardi di dollari sono un po’ più dell’1% del PIL dell’Italia, il doppio del PIL dell’Albania, una volta e mezzo il prezzo pagato nel 2014 da Facebook per Whatsapp.

Sulle motivazioni strategiche di questa acquisizione si è già detto: Microsoft sta progressivamente disinteressandosi del mercato desktop e dell’utente domestico, accrescendo le sue attenzioni verso il mondo delle imprese e delle organizzazioni, e è il maggiore social network orientato al mondo del lavoro. Non ci compete nemmeno fare analisi economiche per capire se è uno strumento così tanto prezioso da valere 26 miliardi di dollari o se Microsoft ne aveva così tanto bisogno per il suo business da essere disposta a spendere qualunque cifra (e comunque stiamo tranquilli: se anche fossero soldi buttati, Microsoft non finirà sul lastrico per questo. Notizia, anche questa, tutta da meditare).

La domanda che ci poniamo è un’altra: cosa ha comprato Microsoft esattamente? Un’azienda con oltre 1500 dipendenti? Certamente. Un’infrastruttura hardware e software di tutto rispetto? Anche. Uno strumento per integrare nuove funzionalità da proporre ai propri clienti di prodotti per la produttività? Senz’altro. Ma davvero tutto questo vale da solo un punto di PIL italiano, o due PIL albanesi eccetera? Probabilmente con un decimo di quella cifra si sarebbe potuto mettere in piedi un’azienda e un’infrastruttura hardware e software di pari livello. Dunque dev’esserci dell’altro, e infatti c’è: con Linkedin Microsoft ha comprato anche (soprattutto?) i suoi 400 (quattrocento) milioni di utenti, che sono più degli abitanti degli USA, un terzo degli abitanti della Cina. Quattrocento milioni di profili, che sono dati anagrafici, curriculum, informazioni lavorative, ma anche dati aziendali, abitudini, interessi individuali e di gruppo e quant’altro possa esserci dentro al profilo utente di un social network. In altre parole: informazioni sulle persone. O meglio, informazioni su quattrocento milioni di persone. Poco importa che solo un quarto siano utenti attivi, l’attività non è tanto importante quanto le informazioni personali, materiale su cui Zuckerberg ha costruito la sua fortuna patrimoniale e il suo potere. Che siano le informazioni a giustificare la spesa?

Certo, un utente che si era iscritto a Linkedin dando i suoi dati a un’azienda, di fatto li sta consegnando nelle mani di un’altra. A sua insaputa, peraltro. Non è la prima volta che succede: è accaduto agli utenti di Whatsapp, ma anche a quelli di Skype, di Instagram, e di chissà quanti “luoghi” in cui siamo entrati. Né sta a noi dire se la cosa sia buona o cattiva: di certo come utenti – “basic”, ma soprattutto “premium”, che pagano – avremmo il diritto di essere, se non proprio interpellati, almeno informati. Possibilmente prima degli azionisti. O è chiedere troppo?

(foto di Luca Biada Flickr, CC-BY 2.0)

Marco Alici

Marco Alici

Ingegnere meccanico, lavora come progettista presso la Videx. Affascinato dai computer fin da bambino, quando gli regalarono un Commodore 16, negli anni dell’università scopre Linux e il mondo del Software Libero e Open Source, dapprima come semplice utente, poi come convinto sostenitore. A metà strada tra la formazione tecnica e la passione informatica si inseriscono i suoi interessi nel mondo della computer-grafica e della stampa 3D. È vice-presidente del Fermo Linux Users Group e membro dell’associazione LibreItalia.

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