La Bella Terra

L’utente ai tempi di Internet

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Non c’è articolo di giornale o intervento a convegno nel quale non si dica che sta cambiando il modo secondo il quale interagiamo tra noi e accediamo ad una molteplicità di contenuti digitali. Eppure il mondo della televisione e dei media non pare aver colto questo cambiamento. O, quanto meno, non sta cambiando per tenerne conto con la dovuta velocità e decisione. Potrebbe essere una fisiologica lentezza nella reazione ad un fenomeno nuovo da parte di strutture complesse, oppure un voluto tentativo di ostacolare o quanto meno rallentare un processo che viene visto come dannoso o destabilizzante l’attuale struttura del mercato. In ogni caso, si tratta di un atteggiamento che non tiene conto di chi sia oggi l’utente finale e di quale siano le sue tendenze e preferenze.

1. Da consumatore a utente

Ho volutamente utilizzato la parola “utente” invece del più ovvio “consumatore” perché questo termine mette in un qualche modo in luce il cambiamento in atto del mercato.

  • L’utente accede ai contenuti attraverso una molteplicità di dispositivi connessi ad un sistema aperto di trasmissione (Internet per l’appunto). Non esiste più un sistema di distribuzione che vincola e controlla ciò che può essere visto dall’utente.
  • L’utente non è più passivo, ma, grazie a Internet, diviene sempre più “interattivo” e “interagente” con chi produce i contenuti e con tutti gli altri utenti.
  • L’utente è mobile non solo perché accede ai contenuti durante i suoi spostamenti della vita quotidiana da casa a lavoro o comunque in un territorio circoscritto. Oggi ci spostiamo molto di più attraverso i confini nazionali, sia per motivi di lavoro che di piacere.

2. Utente di contenuti, non di canali

Un utente non è più solo “consumatore” di quanto gli viene proposto da un canale. Acquista singoli prodotti digitali e si aspetta di poterne fruire su tutti i dispositivi e canali ai quali ha accesso. Se per esempio pago l’abbonamento digitale ad un quotidiano, desidero poterne fruire sia che vi acceda attraverso il sito web o l’app per smartphone o tablet. L’utente è sempre meno disposto a pagare per il “canale”, avendo egli già pagato il contenuto digitale. Pagare per il canale aveva senso quando questi “portava” un contenuto fisico (il giornale di carta) o costituiva un monopolio trasmissivo (rete televisiva). Con Internet, tutto ciò non ha più senso per l’utente.

Allo stesso modo, per un utente di dispositivi mobili non ha senso la divisione e differenziazione dei diritti (e quindi dei palinsesti e cataloghi) per area geografica. Per esempio, perché essendo io lo stesso abbonato a Netflix, se sono a Bruxelles per un viaggio di lavoro posso vedere sul mio smartphone una serie TV come Arrow, ma non la posso più vedere quando torno a casa? Cosa pago? I contenuti o il servizio di consegna dei contenuti? Oggi l’utente vuole pagare i contenuti. Anche perché basta una semplice connessione VPN per bypassare tutti i controlli basati su area geografica.

Eppure, non più tardi di qualche giorno fa, l’Unione Europea si è ancora espressa contro la rimozione del .

3. La caduta della intermediazione

Un altro effetto dell’avvento di Internet è la progressiva caduta di tutte quelle intermediazioni che non offrano un valore aggiunto significativo. Ciò è particolarmente vero, per esempio, nel caso degli eventi sportivi.

Prendiamo uno dei campionati più famosi al mondo, la NBA. Oggi quella lega offre applicazioni per fruire di tutte le partite (e di altri servizi aggiuntivi) su smartphone, notebook, tablet e smartTV. A che serve la “rete televisiva”? È completamente bypassata.

È un tema generale: se chi produce i contenuti può accedere direttamente e facilmente ad un sistema di distribuzione universale e neutro come Internet, quale ruolo rimane ai “vecchi” operatori?

4. Quali conseguenze per le media company?

Queste osservazioni sono solo alcuni spunti di riflessione che vogliono evidenziare un cambio di paradigma prima ancora che cambiamenti di natura tecnica. È l’intera catena del valore e il ruolo e posizionamento dell’utente finale che cambiano radicalmente. Le media company tradizionali devono prenderne atto. Non basta limitarlo o ostacolarlo. Volenti o nolenti esso si è concretizzato. L’unica possibilità è cambiare pelle per tenerne conto.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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