La Bella Terra

Perché spesso non si innova

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Da circa quattro anni sto aiutando una importante associazione di categoria nello sviluppo di un bel progetto di sistema e digitale. Per motivi di riservatezza (ho firmato un NDA) non posso dire di chi si tratta. Ma vorrei prendere ad esempio questo caso per fare qualche considerazione sul perché spesso non si fa nel nostro Paese.

Questo progetto coinvolge una categoria di aziende e professionisti “storici” nati senza le tecnologie digitali e da sempre abituati a modelli e processi tradizionali. Per di più, sono cresciuti nella tipica visione italiana dove ciascun attore ha il suo orticello o nella filiera o in una certa parte del territorio.

A livello associativo (meglio, su indicazione di alcuni illuminati membri del loro direttivo) è stato lanciato questo progetto di innovazione digitale. Il progetto è stato lanciato quattro anni fa ed è lungi dall’essere passato alla fase operativa. Abbiamo studiato architetture, modelli di business, innovazione dei processi, scelto fornitori. Di tutto di più. Ma non si riesce ad avere un ok a partire.

Perché?

  1. Non è questione di soldi. Per gli associati l’investimento richiesto è una briciola dei loro ricavi.
  2. Non è questione di prospettive diverse o alternative più solide. Per certi versi, o fanno quel progetto (o qualcosa di simile) oppure sono “messi male”. È uno di quei progetti “stay in the race” che devi fare oppure sei morto.
  3. Non è un problema di rischio tecnologico. Sono architetture e modelli che, seppur nuovi per quel settore, sono ampiamente conosciute e testate in altri.

Perché dunque non si fa?

Tre motivi:

  • I soggetti che dovrebbero portare avanti il progetto ne capiscono proprio poco e quindi hanno paura o mettono vincoli e requisiti illogici per tutelarsi da “ciò che non capiscono”.
  • Molti dei soggetti coinvolti vedrebbero messo in discussione il loro ruolo e, per difendersi, continuano a sollevare problemi e vincoli per ostacolare, rallentare, condizionare lo sviluppo del progetto.
  • In generale, si sta continuamente discutendo di rischi e problemi che suggerirebbero di “non fare” piuttosto che dei motivi e delle prospettive che spingerebbero a “fare”.

Questi sono i problemi: non siamo veramente né capaci né desiderosi di cambiare. Non ci rendiamo conto di cosa voglia dire “cambiare sul serio”. E quindi siamo sempre alla ricerca di scuse, alibi e motivi per complicare le cose, per renderle più difficili, per rimandare le scelte a qualcun altro o, peggio, “al futuro”.

Ecco, quando parliamo dei problemi dell’innovazione nel nostro Paese dovremmo innanzi tutto guardare a queste semplici cose: sappiamo come cambiare? vogliamo cambiare? sul serio?

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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