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Dati Geografici Digitali: oltre le mappe

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Nell’ultimo intervento presentato su queste pagine ho immaginato che il Modello strategico di evoluzione del Sistema Informativo della Pubblica Amministrazione possa condurre anche ad uno sviluppo evolutivo dell’Informazione Geografica in Italia, sebbene tale campo d’applicazione non sia stato (ancora) menzionato.

AgID, con l’organizzazione della conferenza “Il ruolo dell’informazione geografica nel contesto dell’agenda digitale: sfide, opportunità e nuove policy” in programma l’11 maggio a Roma, partendo dallo stato dell’arte dell’informazione geografica in Italia e tenendo presente il contesto europeo e internazionale, invita le istituzioni pubbliche a individuare collegialmente nuove policy “in materia di utilizzazione dei dati geografici e produzione di servizi, accogliendo le sfide e le opportunità offerte dall’agenda digitale, sistematizzando forme di governance e strumenti adatti allo scopo”.

Le problematiche relative alla governance del comparto cartografico pubblico indotte dalla rivoluzione digitale non riguardano soltanto il nostro Paese. Gli organismi per l’informazione geografica nazionali devono affrontare nei rispettivi Paesi “la (mancanza di) una politica di sensibilizzazione relativa al cambiamento paradigmatico nella gestione delle informazioni geospaziali, da strumento impiegato semplicemente per produrre e visualizzare una mappa ad una soluzione di supporto alle decisioni basata su elementi affidabili, grazie alla sua capacità di integrare e analizzare dati geografici multi-scala e multi-tematici, statistiche e altri dati e informazioni al fine di fornire chiare indicazioni operative”.

Questa affermazione della competente Commissione di esperti dell’ONU, rammentando  i valori d’uso che i dati geospaziali digitali hanno assunto, segnala l’esigenza congiunturale rilevata a livello globale, a cui l’Agenzia intende prestare attenzione, coinvolgendo le istituzioni del nostro Paese perché siano individuate soluzioni condivise adeguate.

Uno dei requisiti fondamentali che i dati pubblici devono possedere perché il settore privato sia messo in grado di creare servizi basati sul loro riuso riguarda la loro attendibilità. Il settore pubblico si deve quindi concentrare sulla qualità e fruibilità dei propri dati, e deve impegnarsi per creare la piattaforma abilitante per ampliare, arricchire e migliorare i dati, includendo anche i cittadini e dei city user i quali parteciperanno alla co-progettazione dei servizi, fornendo feedback sulla qualità e sull’utilità dei dati utilizzati, nonché contribuiranno a fornire ulteriori dati.

Quando consultiamo una mappa siamo portati a dare per scontato che la rappresentazione del territorio coincida con la realtà. Il disallineamento tra la realtà e la sua rappresentazione, tollerato in epoca di “dato analogico”, limita profondamente il valore d’uso dei dati geospaziali, per molte applicazioni digitali. Le tecnologie geomatiche disponibili consentono d’intervenire per limitare tali discrepanze e certamente soluzioni innovative (sensori di nuova generazione, costellazioni di mini e micro satelliti, framework SW per automatizzare l’accesso a dati e processi, ecc.) tra pochi anni contribuiranno a ridurle ulteriormente.

La proposta che espongo nel seguito prescinde dalla tecnologia, ma focalizza l’attenzione su aspetti organizzativi relativi al processo di realizzazione dei database territoriali. Essa prende in considerazione la prassi di collaudo corrente dei dati geografici.  Gli enti pubblici titolari di attività cartografiche per realizzare e aggiornare database geografici procedono attraverso l’affidamento del servizio a società terze, seguendo le prescrizioni di legge in materia di appalti pubblici.  In particolare, la sequenza di attività all’interno di qualsiasi progetto cartografico include – in fase finale – l’esecuzione del collaudo, secondo quanto stabilito appunto dal Codice degli Appalti.

La distribuzione pubblica del database realizzato dalla società di servizi è subordinata al suo collaudo, ovviamente con esito positivo. Tale prassi è motivata sia da ragioni meramente amministrative (se reso pubblico il dato viene considerato collaudato de facto dal fornitore), sia da cautele di carattere gestionale volte – qualora emergano seri problemi di qualità del prodotto – a salvaguardare l’operato di tutti i soggetti coinvolti nel processo: ente appaltante, direzione lavori e fornitore. Lo svolgimento dell’attività di collaudo così impostata determina diversi inconvenienti che incidono proprio sulla corretta fruibilità del prodotto realizzato, tra cui ritardi nella disponibilità del dato e conseguente perdita di contenuto informativo a causa della sua obsolescenza.

Questa difficoltà può essere superata affrontando una reingegnerizzazione dei processi che tenga conto dei cambiamenti avvenuti nel settore della Geographic Information, nonché dei concetti dell’open government e dell’open data.

In base alla suddivisione dei compiti pubblico-privato richiamati prima, occorre – alla luce anche del nuovo Codice degli Appalti, recentemente entrato in vigore (GU 19.4.2016) – individuare e applicare la soluzione normativa e organizzativa per pubblicare i dataset geografici prodotti prima dell’esecuzione del loro collaudo, e attivare forme di collaudo collaborativo dei dati, che si svolgano in contemporanea al collaudo stesso e si protraggano oltre, come prassi ordinaria per contribuire a conservarne l’attendibilità.

Tale soluzione garantisce una maggiore circolazione del dato, incrementa sensibilmente la qualità del risultato complessivo e riduce i costi del processo. Infine, da non sottovalutare, limita il rischio di ripetizione del collaudo a seguito di un suo esito negativo, contingenza che provoca l’ulteriore rinvio del rilascio del prodotto cartografico.

In sintesi, la revisione del processo di collaudo dei database geografici deve prevedere:

  • la pubblicazione dei data set in versione draft (con metadati) da parte dell’ente proprietario e la richiesta/invito ai cittadini di validarli
  • i cittadini su base volontaria, segnalano anomalie/mancanze/errori
  • l’ente/collaudatore verifica le segnalazione e decide come intervenire e collauda il dato.

Il collaudo collaborativo dei database geografici ha raccolto da diversi momenti di confronto commenti favorevoli e apprezzamenti. Ne sono stati colti i vantaggi – una volta a regime – e i risultati conseguibili, in termini operativi ma anche come contributi al diffondersi di pratiche in sintonia con i concetti dell’open government e dell’openness.

La sua implementazione da parte di “apripista” innovatori risulterebbe una risposta coerente con quanto segnala la commissione UN-GGIM e ci auguriamo possa essere sostenuta nell’ambito del dibattito che seguirà all’ormai imminente conferenza promossa da AgID.

Sergio Farruggia

Sergio Farruggia

Sergio Farruggia (1954) è laureato in Fisica ed è consulente Geo-ICT, settore tra i più affascinanti della nascente Società della Conoscenza,
poiché -per la vastità delle tecnologie utilizzate, dei saperi coinvolti, dei campi di applicazione interessati- richiede naturalmente di essere
nodo di reti, collaborare, apprendere, innovare, essere partecipe del cambiamento della nostra società.

Collabora a progetti nazionali ed europei inerenti l’Informazione Geografica e partecipa attivamente alla vita di associazioni del settore:
membro dei consigli direttivi di Stati Generali dell’Innovazione e di AM/FM GIS Italia; ha fatto parte del consiglio scientifico della Federazione ASITA dal 2007 al 2015.
Collabora al geoblog TANTO.

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