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Internet: non ci abbiamo creduto abbastanza?

bolle d'acqua

Niente, più leggo cose sui 30 anni di in Italia meno mi viene voglia di scrivere qualcosa. Non è che non ci siano state belle storie, entusiasmanti evoluzioni, cambiamenti evidenti. È che noi, non ci abbiamo mai creduto abbastanza. Noi politici. Noi imprenditori. Noi giornalisti. Noi educatori. E anche noi cittadini.

Se penso alla mia esperienza di Internet mi rendo conto di avere guardato le cose attraverso una bolla. Una bolla fatta di persone che hanno vissuto la possibilità di connessione come un’esperienza di vita, che fossero i nick name nelle reti usenet o i blogger che si leggevano e commentavano per ore. Il resto era il racconto quotidiano su Internet che passava attraverso editorialisti reazionari, politici refrattari, insegnanti dubbiosi, imprenditori incompetenti in modo saccente. Una storia che ancora ci accompagna. Troppo spesso.

In Italia abbiamo assistito ad una lenta strategia di delegittimazione culturale di Internet che ha visto alternarsi tesi apocalittiche ad atteggiamenti (pseudo)critici. Per anni la posizione refrattaria alle trasformazioni prodotte da Internet ha caratterizzato il dibattito mediale. Poi, negli ultimi anni, l’editoria italiana ha cominciato a dedicare spazi permanenti ad Internet ed alle sue culture, spazi che stanno incorporando dosi massicce di quelle posizioni di prudenza, di dubbio e di allerta che provengono da una tradizione polemista americana – e che spesso non hanno grande seguito a casa propria.

La nostra posizione culturale su Internet è in fondo sempre stata caratterizzata dal “sì… però…”. Che è quello che ci ha fatto spesso proporre improbabili idee su come rendere più sicura la rete, come bollini da apporre su siti per certificarli: una soluzione giuridica al nostro bisogno di assegnare uno statuto di Verità a Internet. Oppure che ci ha fatto discutere a lungo circa la “legione di imbecilli” che la frequentano e a cui, in fondo, dà voce.

È talmente radicato il nostro pregiudizio di fondo che Gianni Riotta, comparando in una pagina culturale  autori come Clay Shirky, Jaron Lanier, Nicholas Carr, Evgeny Morozov, contrapponeva qualche anno fa i cyber ottimisti ai cyber realisti. Realismo, dunque, nessun pessimismo. Il “sì… però…” inteso sempre come funzione critica. Quante “Amaca” di Michele Serra abbiamo lette intrise di “realismo”, tanto per citare un autore rappresentativo di quell’atteggiamento culturale Internet-snob che ci pervade. Non è lui, siamo noi. È solo il rispecchiamento del qualunquismo digitale che ritroviamo negli ambienti di lavoro, nelle scuole, nelle aule del parlamento, nelle redazioni …

E lo so che dicendo questo sto generalizzando, che negli uffici, nelle aule scolastiche e universitarie, nelle sedi istituzionali e nei media ci sono molte persone che credono nel potere trasformativo di Internet. Ma io guardo le cose dalla mia bolla – ricordate? – e per me molti di loro sono quelli che ho imparato a conoscere attraverso la rete. E sono quindi dietro le pareti della mia bolla, da questa parte. Ecco, io non vorrei che questa bolla crescesse per contenerci tutti ma che esplodesse. Così che non fosse un problema del “crederci abbastanza” ma di come affrontare le sfumature di una semplice normalità.

Ecco l’ è il segno che questa normalità non c’è. Troveremo tante iniziative spot sicuramente bellissime. E vedremo festeggiare la rete (sic!) nei modi più diversi e fantasiosi: gareggiare scuole mostrando la loro “digitalità”; università celebrare (autocelebrarsi?) online e docenti parlare con “il pubblico su temi non esclusivamente informatici”; organizzare convegni come “I bambini e la rete: le insidie dell’Orco internet”…

La dimensione festiva rompe la routine, scuote la quotidianità, crea la frattura necessaria per mostrare la diversità per poi riprecipitare, il giorno dopo, nelle nostre routine mentali. Con il ricordo delle maschere indossate e i coriandoli da finire di spazzare via.

In questi giorni ho passato diverse ore con un gruppo di ragazze e ragazzi della Scuola di Scienze della Comunicazione di Urbino – triennale,magistrale, dottorati – e un official tutor di Wikipedia per un progetto che stiamo portando avanti di cura di voci. Vederli imparare ad usare l’editor, fare ricerche, proporre miglioramenti, collaborare con passione attorno ai loro computer, tablet e cellulari … ecco, è festeggiare ogni giorno le possibilità di Internet, senza celebrazioni.

Giovanni Boccia Artieri

Professore ordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino Carlo Bo dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali e dirige il corso di laurea in Informazione, media, pubblicità e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo.
Si occupa delle culture della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione a come i social media cambiano il nostro modo di essere pubblici, cittadini e consumatori.

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