Visions

Internet non ci ha cambiato la vita. Ce l’ha solo resa più grande

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Io e siamo coetanei. Più o meno. Quando è nato, io avevo appena compiuto due anni e non potevo toccare l’erba e i fiori in giardino perché c’era Chernobyl e chissà come sarebbe andata anche quella storia se a quel tempo Internet fosse stato già un po’ più grandicello. Comunque. Io e Internet abbiamo la stessa età ed è sempre un po’ difficile parlare di un tuo contemporaneo: in genere è più facile parlare di qualcuno di più vecchio di te, su cui c’è già un giudizio storico. Oppure di qualcuno molto più giovane di te, e allora puoi giocarti la carta dell’esperienza e contribuire a creare quel giudizio storico che lascerai per quelli che verranno dopo di te.

Io e Internet abbiamo la stessa età ma ci frequentiamo regolarmente da poco più della metà dei miei anni. E proprio per questo posso ricordarmi alcuni momenti in cui ho avuto la consapevolezza che Internet stava cambiando la vita di tutti e il modo di approcciarsi al mondo. O, per lo meno, stava cambiando mio modo di approcciarmi al mondo.

Luglio 2001. La bolla è esplosa da un pezzo e per un sacco di gente della new economy le cose stanno andando maluccio ma io, forte della mia prima connessione ad Internet, trascorro ore su chat tipo Icq e C6. Mentre aspetto che si connetta la persona con cui mi sono data appuntamento, navigo un po’ a caso e capito su un forum dove si parla di cinema. Leggo un thread lunghissimo di gente che litiga a proposito di una recensione di Shrek. Decine e decine di commenti, particolarmente gustosi. Stavo leggendo il mio primo flame e nemmeno sapevo che si chiamasse così.

Internet ha creato un’unica grande conversazione globale. Abbiamo cominciato a condividere informazioni, documenti e opinioni, creando di volta in volta i luoghi e gli strumenti più adatti per farlo. Ogni notizia, ogni avvenimento, diventano protagonisti su un palcoscenico ampio quanto le persone che contribuiscono alla conversazione stessa. Non si tratta solo di commentare qualcosa che è accaduto, ma di costruirci attorno nuovi contenuti e nuovi significati: la produzione di nuovi contenuti, tutti generati “dal basso” e con codici comunicativi diversi, ha fatto sì che il web si popolasse di senso.

Ottobre 2010. Sono al barcamp che ho organizzato insieme all’associazione dove ho svolto il mio internship post-laurea. Tra gli speaker del barcamp c’è anche un fumettista che è diventato famoso grazie al suo blog, dove per anni ha pubblicato una striscia a fumetti tutti i giorni. È venuto da Trento a Modena per raccontarci come ci è riuscito, e un sacco di gente è venuta per ascoltarlo perché, ogni mattina, tutta quella gente passa dal suo sito per leggere la striscia che ha pubblicato, appena dopo mezzanotte.

Internet ha annullato uno dei pilastri dei media top-down: e cioè che i contenuti fossero prodotti a monte per essere poi distribuiti al pubblico. Non soltanto il web ha reso possibile la nascita di contenuti grassroot, ma ha anche eliminato il concetto di barriera all’ingresso: chiunque può entrare in gioco, anche con mezzi e risorse limitate. Io non posso trasmettere i miei video su Rai1, ma posso aprire un canale YouTube e conquistare la mia fetta di pubblico. Probabilmente non potrò mai stampare il mio giornale in modo economicamente sostenibile, ma ho potuto – e posso – aprire un blog, un sito, creare un podcast, una newsletter o un canale su Telegram o su Periscope. Una produzione e una diffusione che non rimane limitata alla mia posizione spazio-temporale ma che ha una distribuzione potenzialmente illimitata. Perché sono gli altri a cercare me.

Giugno 2015. Sto parlando con una liceale che è venuta a fare uno stage nella redazione dove lavoro. Lei ha diciotto anni. Le dico, quasi casualmente, che il mio primo accesso a Internet è stato un abbonamento di quaranta ore ricaricabili della tin.it. Quaranta ore di che cosa? Mi chiede lei. Quaranta ore di navigazione, rispondo io, da consumare in un anno. Ma in che senso quaranta ore di Internet in un anno? replica lei, come se le avessi detto che le stelle stanno appese al cielo con lo scotch e facendomi sentire all’istante molto vecchia. 

Internet è passato dall’essere uno strumento all’essere un luogo: un luogo popolato da persone, che esiste indipendentemente dalla nostra presenza o meno. Se ai suoi albori il web poteva essere inteso come una sorta di “biblioteca estesa e interattiva”, di cui ci si serviva al bisogno e cui utilizzo poteva essere in qualche modo razionato, oggi è evidente che non è più così. Sappiamo benissimo che Internet non finisce quando spegniamo il computer, esattamente come la città in cui viviamo non si ferma quando noi andiamo a dormire la sera. Il web è un luogo tangibile tanto quanto il mondo fisico e che richiede la nostra presenza, attiva e costante.

Aprile 2016. Io non so cosa diventerà Internet nei prossimi anni. Non ho molta voglia di pensare a prese usb installate nei polsi, anche se ammetto che certe mattine tornerebbe parecchio comodo farmi uppare la rassegna stampa direttamente nel cervelletto come facevano in Matrix. Ma mi piace pensare che l’evoluzione culturale dello stare sul web continui svilupparsi in armonia con il suo sviluppo tecnico, come è successo finora: siamo passati dall’usare nicknames perché su Internet è meglio non usare il proprio nome vero, al creare hashtag come #PorteOuverte per invitare sconosciuti a casa nostra durante un attentato terroristico e offrire loro un rifugio sicuro. Siamo passati dalle identità segrete al moltiplicare la nostra presenza in tutti i luoghi disponibili attraverso i social network, dal ma è sicuro dare il tuo numero di carta di credito a un sito? all’home banking. Non so quali nuovi device verranno sviluppati e commercializzati, non so come cambierà il modo di fruire i contenuti del web così come poco meno di dieci anni fa la fruizione si è spostata dai dispositivi fissi ai dispositivi mobili. Il web è stato plasmato secondo le esigenze di chi lo popola e lo utilizza: abbiamo creato piattaforme per recensire libri e film, piattaforme per metterci in contatto e comunicare superando le distanze geografiche, piattaforme per raccontare in tempo reale quello che sta succedendo in un dato luogo e in un dato momento. Ma tutto questo non è niente che l’uomo non abbia già fatto per secoli, all’interno delle proprie comunità. Ed è così che vorrei immaginare l’Internet del futuro: noi, in un luogo sempre più grande.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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