Interviste

Libertà, Openness e Conoscenza: parla Rufus Pollock

Rufus Pollock

è fondatore e presidente di Open Knowledge una organizzazione internazionale non profit che dal 2004 opera per la condivisione della conoscenza, con l’obiettivo di mostrare come l’uso e il riuso della conoscenza, senza inefficaci blocchi o proibizionismi, possano favorire intuizioni e innovazioni in grado di produrre grandi cambiamenti. Pollock in precedenza è stato Fellow della Shuttleworth Foundation e Mead Fellow in Economia presso l’Emmanuel College dell’Università di Cambridge ed è attualmente consulente sugli open data per diversi governi. Ha lavorato a lungo come studioso, attivista e tecnologo sulle sfide sociali, giuridiche e tecniche relative alla creazione e alla condivisione della conoscenza.

Perché un network internazionale per la conoscenza aperta?

OpenKnowledge è una rete senza scopo di lucro, presente in tutto il mondo, formata da persone appassionate alla filosofia dell’openess, che sostengono attraverso la tecnologia e la formazione l’accesso e l’apertura alle informazioni, in particolare i dati, per consentire alle persone di poter lavorare con queste informazioni per la creazione e la condivisione della conoscenza. Vogliamo vedere una società mondiale illuminata, in cui tutti hanno accesso alle informazioni chiave e alla possibilità di utilizzarle per comprendere e modellare le proprie vite; un mondo in cui le istituzioni di potere siano trasparenti e soprattutto responsabili; una società in cui le informazioni di ricerca fondamentali che ci possono aiutare ad affrontare sfide come la povertà o il cambiamento climatico siano disponibili a tutti e per tutti.

In che modo state agevolando l’innovazione?

Come OpenKnowledge operiamo a livello internazionale: abbiamo e stiamo portando avanti vari progetti in tutto il mondo dalle Filippine a Berlino, da Londra al Lagos. Nel Regno Unito, ad esempio, abbiamo esercitato un ruolo importante nella promozione ed adozione dei dati aperti da parte del Governo nazionale, contribuendo quindi a rendere l’UK un leader mondiale in questo settore. Il Regno Unito infatti si è classificato al top nella classifica dell’Open Data Index per gli anni 2013 e 2014, e secondo posto lo scorso anno. Inoltre è stato il primo Paese a rilasciare nuove tipologie di dati come quelli relativi alle spese istituzionali di dettaglio che ha permesso al Governo inglese di risparmiare 4 milioni di sterline in 15 minuti.

Quali gli aspetti più importanti sui quali focalizzarsi in futuro?

Abbiamo necessità di accrescere il profilo della conoscenza aperta, aumentando la consapevolezza di quanto essa sia importante. C’è bisogno di cambiare le culture, le politiche e i modelli di business partendo dalle grandi organizzazioni per rendere l’apertura alle informazioni accettabile e desiderabile. Abbiamo necessità di sviluppare una migliore capacità di comprensione di informazioni, condivisione, ricerca e utilizzo dei dati, tra la popolazione e il mondo. C’è bisogno di creare e favorire una migliore collaborazione all’utilizzo dei dati tra governo, istituzioni, imprese e società civile anche al fine di riequilibrare il potere e renderci pronti per affrontare le grandi sfide di una società sempre più complessa. Abbiamo bisogno di strumenti tecnici, giuridici ed educativi per rendere il lavoro con i dati più semplice e maggiormente efficace.

Ritiene importante implementare l’ecosistema che gravita intorno agli open data?

Sì indubbiamente è un aspetto fondamentale. La collaborazione tra Governo, società civile ed imprese è l’unica chiave di successo. Ne siamo talmente convinti che proprio per questa finalità abbiamo creato i gruppi locali di , per facilitare le interazioni e collaborazioni in questo senso. Ritengo che le imprese possano fare di più ma solo attraverso il supporto dei governi nazionali che dovrebbero ad esempio sostenere maggiormente le piccole e media imprese e le reti attive e non focalizzarsi solo sui grandi enti laddove è più semplice operare in termini di innovazione.

Quale modello “open” di business è da consigliare alle aziende e perché?

Il modello di business è definito di tipo complementare o più semplicemente potremmo spiegarlo con la definizione come il cacio sui maccheroni. Se abbiamo la pasta vogliamo anche il formaggio quindi possiamo fare business fornendo la pasta in maniera aperta e successivamente caricare i profitti sul formaggio o vice versa. Ad esempio una compagnia come wordpress fornisce il proprio software in modalità aperta e gratuita ma fa business su hosting e servizi aggiuntivi. Gli Open Data possono fare la stessa cosa: noi rendiamo i dati aperti ma carichiamo il servizio per accessi API o analisi speciali. Un esempio da manuale in questo caso può essere considerato OpenStreetMap: un database di tipo open relativo ai geodati. Malgrado i dati siano tutti open e gratuiti molte aziende, centinaia ormai, riescono a sviluppare, proporre e fornire ottimi prodotti attorno a questi dati. Inoltre per le aziende l’opportunità di usare gli open data è davvero semplice e allettante anche quando l’azienda non è essa stessa open, come ad esempio molte realtà aziendale utilizzano software open source malgrado non forniscano prodotti in modalità open. Ad esempio molte aziende possono utilizzare i geodati aperti per altre finalità come nel caso degli enti e società per azioni americane che usando gli open data sulle condizioni atmosferiche americane hanno creato un indotto di circa 1 milione di dollari.

Emma Pietrafesa

Emma Pietrafesa

Ricercatrice non strutturata presso Enti di ricerca e Università, Comunicatrice. Lavora nel settore delle attività di ricerca e comunicazione da oltre 10 anni, con focus su: ICT e socialmedia ed impatto sugli stili di vita, tematiche di genere, salute e sicurezza sul lavoro, cyberharassment e cybersafety. E’ Responsabile del Coordinamento editoriale della Rivista accademica RES PUBLICA. Al suo attivo (italiano, francese ed inglese) oltre 40 pubblicazioni tra articoli, saggi, monografie e cura redazionale di pubblicazioni scientifiche e accademiche. Docente e relatrice in convegni e seminari di settore. Scrive per testate online nel settore ICT e digitale: TechEconomy, Girl Geek Life.

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