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Osservatorio Competenze Digitali 2015: manca un Digital Innovation Officer?

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La diffusione della cultura digitale è condizione necessaria affinché si inneschi una trasformazione digitale in qualunque ecosistema. La spinta data dalle nuove tecnologie sta senza dubbio rivoluzionando il modo di operare di imprese e pubblica amministrazione, ma non si potrà davvero fare innovazione senza muovere alla stessa velocità anche l’altro piede: quello delle e della formazione.

I dati dell’Osservatorio delle Competenze Digitali 2015 – realizzato da NetConsultingcube e promosso da AgID, Aica, Assinform, Assintel e Assinter – presentato nei giorni scorsi in Lombardia (dopo Roma) disegnano uno scenario maturo nella consapevolezza dell’impatto della Digital Transformation per aziende e PA ma ancora con poche iniziative in termini di formazione e training.

Del resto già la rilevazione 2016 del DESI (Digital Economy and Society Index) aveva mostrato una situazione disastrosa con l’Italia regredita all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda l’indice composito sull’utilizzo di Internet e con il 43% della popolazione tra 16 e 74 anni con competenze digitali almeno basiche o superiori.  Nel rapporto si leggeva che “l’Italia non può sperare di cogliere pienamente i benefici dell’economia digitale finchè un terzo della popolazione si tiene lontano dall’utilizzo regolare di Internet”.

Se è vero che c’è bisogno di competenze digitali, è necessario anche un “modo” per definirle e valutarle. Su questo fronte la buona notizia è che dal 6 aprile scorso è disponibile una norma tecnica europea (e-Competence Framework (e-CF) – A common European Framework for ICT Professionals in all industry sectors – Part 1: Framework) per definire il modello di catalogazione delle competenze digitali dei professionisti ICT applicabile a tutti i Paesi membri. La cattiva notizia è che l’Osservatorio Competenze Digitali mette la mancanza di una figura specifica ai vertici di aziende e PA che possa guidare la digital transformation dall’interno, un un e-leader, evoluzione del CIO, il cui nome è stato individuato in Digital Innovation Officer. Un super ricercato ma carente a livello di recruiting.

Insieme a questa figura professionale, i profili più richiesti dalle aziende sono il Security Specialist, l’Enterprise Architect e il Business Analyst, mentre la PA si indirizza soprattutto verso profili come il CIO, il Security Manager, il Database Administrator, il Digital Media Specialist, il Business Information Manager e l’ICT Consultant.

Il reclutamento delle risorse nelle aziende ICT avviene, secondo il rapporto, nel 70% dei casi attraverso network personali e professionali, mentre circa la metà delle imprese si affida a società di ricerca e selezione o a head hunting. Informatica e Ingegneria la fanno da padrone tra le lauree considerate più appropriate, poiché rispondono meglio alle esigenze ed evoluzioni digitali che le imprese si trovano ad affrontare.

Il 60% di imprese e PA dichiara di avere rapporti continuativi con il mondo accademico, soprattutto per la formazione e selezione di risorse da inserire in stage, ma poche si impegnano attivamente nel supportare le Università nella strutturazione dei percorsi di studio. Cala drasticamente, invece, il rapporto di imprese e PA con la scuola secondaria: solo il 27% delle imprese attiva percorsi scuola-lavoro con Istituti Tecnici o Superiori, perdendo la preziosa occasione di formare al digitale le generazioni che lavoreranno in un mondo digitale.

L’attenzione alla formazione delle risorse interne si basa prevalentemente sui Training on the Job per più dell’80% di imprese e PA, ma con una media di giornate formative che si attesta sulle 6 giornate annue pro-capite nelle aziende ICT, 4 nella PA e solo 3 nelle imprese non ICT.

L’analisi condotta sui professionisti ICT si basa sullo standard europeo e-Competence Framework 3.0, che per la prima volta pone in atto un processo di razionalizzazione delle competenze digitali sulla base di 5 macro-aree: Plan, Build, Run, Enable, Manage. Il livello di copertura delle 5 macro-aree dell’e-CF varia dal 73% nelle aziende ICT al 41% nella PA. Gli ambiti più carenti risultano quelli di Enable e Manage, dimostrando quanto le sole competenze tecniche non siano sufficienti all’attuazione di percorsi di Digital Transformation.

I dati dell’Osservatorio evidenziano in Italia un gap ancora troppo alto tra esigenze culturali e tecniche delle professioni digitali richieste da imprese e pubblica amministrazione e il mondo della formazione scolastica e universitaria che rischia di non essere al passo con l’evoluzione digitale.

Cosa manca allora? Basta un osservatorio, una coalizione, un po’ di convegni e qualche ora di coding a scuola? O serve altro?

Sicuramente – afferma , professore di teorie della comunicazione alla Sapienza di Roma e membro del Comitato tecnico-scientifico della Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali AgID – manca un coordinamento tra i diversi soggetti e quindi una visione strategica complessiva. La nota positiva in tutto questo è senza ombra di dubbio la scuola che è partita in modo serio, credo per la prima volta, accellerando negli ultimi mesi su diverse attività. Finalmente, seppure con qualche limite, sono state previste risorse finanziarie per la formazione di figure specifiche come per esempio gli animatori digitali. AgID cerca di esercitare un coordinamento con tutti i limiti del caso che ci vedono purtroppo spesso fare affidamento sulla buona volontà delle persone, come nel caso della coalizione nazionale con cui abbiamo esposto buone pratiche create e sostenute grazie al volontariato. Se posso aggiungere qualcosa, potrei dire quello che non serve: le chermesse, gli annunci sul maestro manzi 2.0, le persone che usano il digitale soltanto per organizzare convegni che servono ad apparire e non a risolvere. Tutto questo non ha fatto che spostare il centro del problema piuttosto che aiutare a costruire azioni serie e coordinate”. 

 

 

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