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Lobby, tecnologia e Codice dell’Amministrazione Digitale

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Le lobby sono una tra le conseguenze della rivoluzione industriale, in quanto costituiscono lo strumento di comunicazione istituzionale delle aziende sui temi “sporchi”, ovvero quelli su cui non è possibile prendere una posizione ufficiale (perché questa andrebbe contro gli interessi dei cittadini). Per esempio, la lobby dei produttori di sigarette ha cercato in tutti i modi di minimizzare i rischi dell’esposizione al fumo passivo, in modo da ritardare gli interventi a difesa della salute pubblica.

Naturalmente, esiste anche una lobby propositiva, che ha il compito di facilitare l’adozione di soluzioni commerciali dove esistono alternative di altro tipo. Questo è il tipo di lobby utilizzato nel mondo delle tecnologie, e sicuramente abusato in Italia, dove i grandi vendor hanno sempre avuto ampi spazi di manovra nella pubblica amministrazione.

Una situazione che è frutto di enormi investimenti da parte di alcune aziende. Investimenti che non sono assolutamente giustificati dai prodotti e sono sproporzionati rispetto alle dimensioni dell’azienda, come afferma questo articolo di Business Insider che confronta i dati a livello di Unione Europea.

Ma non basta, gli investimenti in lobby sono spesso superiori anche a quelli dei grandi produttori di OGM (e se il software ha bisogno di lobby più dei produttori di organismi geneticamente modificati, io – se fossi un uomo politico – inizierei a pormi degli interrogativi).

OpenSecrets e LobbyFacts ci forniscono le cifre rispettivamente per gli Stati Uniti e l’Unione Europea, e ci permettono di confrontare quello che spende Microsoft negli USA  e nell’Unione Europea con quello che spende Monsanto – produttore di sementi OGM – negli USA  e nell’Unione Europea. Dati che non hanno bisogno di ulteriori commenti.

Ma torniamo all’argomento dell’articolo, ovvero agli effetti delle lobby sulla revisione del CAD, e in particolare dell’articolo 68 che privilegia il software nei confronti del software proprietario.

Quando ho fatto parte della commissione AgID per la definizione del regolamento applicativo di questo articolo, lo squilibrio tra il mondo del software proprietario e il mondo del era imbarazzante, in termini di conoscenza e frequentazione del mondo politico.

Questo, sorvolando sul fatto che la presenza di Microsoft tra gli “esperti” nella redazione di un documento che spiegava come applicare una norma che chiedeva alle pubbliche amministrazioni di escludere l’uso di software proprietario era sospetta… E infatti, il risultato è stato un regolamento talmente complesso da non essere mai adottato.

Oggi, a distanza di tre anni, è diventato evidente il fatto che l’obiettivo dell’esponente Microsoft, sostenuto da quelli di Confindustria Digitale, e da altri esponenti del software proprietario, non era il regolamento ma la sua complessità, che alla lunga lo avrebbe reso inutilizzabile.

E infatti, nel corso dei lavori per la revisione del CAD – a cui sono stati invitati solo gli esponenti del software proprietario, per evitare qualsiasi rischio (perché magari c’era qualcuno in grado di sostenere il contraddittorio, e dimostrare che il problema era un altro) – la tesi è stata proprio quella dell’inutilità di un regolamento troppo complesso al punto da non essere mai applicato. Ovvero, siccome il regolamento applicativo di una norma estremamente semplice e chiara – si usa solamente software open source, a meno che sia possibile dimostrare la sua inadeguatezza – è un catafalco illeggibile di 70 pagine, eliminiamo il catafalco, così tutti quelli che vogliono ignorare la norma possono farlo in modo palese…perché manca il regolamento applicativo.

Purtroppo, una posizione sottoscritta anche da alcuni personaggi che in passato si erano dichiarati perlomeno neutrali nei confronti del software open source, ma che alla resa dei fatti si sono “bevuti” – e quindi hanno assecondato – le motivazioni delle lobby, e hanno sottoscritto la morte del CAD per fare in modo che l’Italia non perda il suo triste primato di Paese asservito alle strategie commerciali dei grandi vendor IT.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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  1. Fabrizio Gianneschi

    04/04/2016 alle 17:06

    A me sembrò assurda già la composizione del tavolo che scrisse il primo regolamento.
    Ne parlo qui: https://championingjava.wordpress.com/2014/01/15/schiavi-di-roma-mai-meglio-degli-usa/

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