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Document Freedom Day: 5+1 motivi per usare formati standard aperti

open standard

Ci vuole una giornata internazionale, il Document Freedom Day (DFD) che si celebra oggi, per riflettere sull’importanza dei formati standard aperti, per parlarne e farli conoscere. Ci vuole una giornata come questa per ricordare le volte in cui non siamo riusciti ad aprire un documento perché non avevamo il programma giusto per farlo. E’ necessario il per ricordare a livello internazionale quanti scambi di conoscenza non avvengono perché mittente e destinatario (più o meno intenzionalmente) usano formati diversi, ovvero non parlano la stessa lingua.
“Standard incompatibili tra loro – si legge nella pagina di presentazione dei DFD – vengono usati per manipolare i mercati e consentire alle compagnie di far pagare enormi somme alle persone per il privilegio di accedere ai propri dati. Gli standard chiusi sono la base dei peggiori monopoli tecnologici presenti al mondo”.

Ma quali le ragioni per cui adottare formati standard aperti come aziende, Pubbliche Amministrazioni e cittadini?

Le 5+1 buone ragioni scritte dai visionist del canale Open4Biz:

1. Maggiore libertà. Come utente: usare standard aperti significa avere maggiore libertà di scelta di software, libero o proprietario, per molte piattaforme diverse, spesso gratuito o a basso costo. Come azienda per evitare il vendor lock-­in sui propri dati e asset aziendali mettendo in condizione l’azienda di usare un formato sicuro per creare, archiviare e riaprire i file in futuro anche se il software originale non esistesse più. Come Pubblica Amministrazione: usare standard aperti significa mantenere il controllo effettivo dei dati gestiti dall’amministrazione per conto dei cittadini. (Marco Giorgetti)

2. I contenuti sono nostri. Quando usiamo un programma, qualunque programma, di norma produciamo un file con dei contenuti, siano essi un testo o un progetto architettonico, un’immagine o un filmato. A prescindere dalla licenza d’uso del programma, i contenuti sono di proprietà di chi li produce, cioè dell’utente. Sono roba nostra. Eppure quando salviamo il nostro file facciamo un atto di fede: crediamo fermamente che il programma scriva nel file tutte e sole le informazioni che riguardano i nostri contenuti. A meno che non utilizziamo un formato standard aperto, che ci permette di conoscere che cosa viene scritto e come, e quindi di mantenere la piena proprietà dei contenuti. I formati proprietari, per definizione, non lo permettono: per rientrare in possesso dei contenuti dei file dobbiamo utilizzare il programma che lo ha generato. Questo lascia l’utente in uno stato di dipendenza, di perenne “analfabetismo di fatto”: assomiglia molto alla pratica, in uso nel secolo scorso, per cui quando il figlio in guerra scriveva una lettera ai genitori analfabeti, questi si recavano dal parroco del paese per farsela leggere, e per farsi scrivere la risposta da inviare al fronte. Per questo tipo di analfabetismo il rimedio è notoriamente uno solo: la scuola. Per quell’altro il rimedio è l’uso di formati standard aperti tutte le volte che è possibile. Risulta quindi evidente che i programmi che usano formati proprietari per la memorizzazione di contenuti (che appartengono all’utente), compiono un’operazione lecita, eppure immorale, eticamente insostenibile. (Marco Alici)

3. Ce lo chiede l’Europa. L’utilizzo dei formati standard è da tempo sostenuto e richiesto a livello europeo e internazionale: pensiamo a quanto fatto dal Governo inglese, indiano, americano, francese e altri che si stanno muovendo in questa direzione. Lo scorso anno ad esempio anche la piccola isola di Taiwan ha sorprendentemente raggiunto la prima posizione all’interno dell’indice del Globale Open Data 2015 ed è stata riconosciuta come uno dei maggiori hotspot di dati aperti, tanto che il Report  “Freedom of the Press 2015” identifica l’isola – insieme a Giappone, Australia e Nuova Zelanda – tra i primi paesi nell’area Asia Pacifico per la libertà di stampa. Taiwan ha dimostrato che l’utilizzo di Open Document Format garantisce una miglior interoperabilità, una reale trasparenza e, di conseguenza, una maggiore libertà anche di informazione e comunicazione. (Emma Pietrafesa)

4. Regole trasparenti per tutti. “Standard” significa avere delle regole che specificano in dettaglio come fare una determinata cosa. Avere “standard” che non sono condivisi come uno standard proprietario, ovvero definire  delle regole su come fare una cosa ma non rendere possibile conoscere e quindi seguire quelle regole, è un controsenso nei termini stessi del concetto. Utilizzare formati aperti significa avere uno standard comune di memorizzazione dei dati e condividere tale standard così che chiunque possa conoscere ed utilizzare tali “regole su come fare le cose”. Questo permette, ad esempio, di scrivere in qualunque momento un programma per risolvere un problema e memorizzare dei dati in un formato tale che questi dati, di qualsiasi tipo siano e qualunque fonte abbiano, siano conservabili e riutilizzabili anche moltissimo tempo dopo che sono stati prodotti ed in modo indipendente da chi abbia realizzato il software originale, creando un fattore di indipendenza che è alla base stessa del concetto di “”, senza il rischio di incorrere in problemi di copyright e proprietà intellettuali. Utilizzare formati aperti permette inoltre di progettare infrastrutture tecnologiche  che siano manutenibili ed espandibili al bisogno in qualunque momento; per assurdo, anche dopo che l’azienda che ha progettato il sistema non sia più sul mercato. (Paolo Giardini)

5. Democrazia digitale. Gli standard aperti sono le fondamenta della democrazia digitale, in quanto proteggono i cittadini dai rischi di prevaricazione della loro libertà che possono essere facilmente nascosti nei sistemi operativi e nei programmi per personal computer. Per fare un esempio alla portata di tutti: una marca di automobili non condiziona all’uso di una marca di carburanti (per cui l’utente sceglie la combinazione di marche che preferisce in base alle sue esigenze), così come un formato standard dei documenti come ODF consente la scelta
del programma di produttività – per esempio, LibreOffice – che meglio soddisfa le esigenze di ciascun utente, e allo stesso tempo permette di scambiare i documenti in modo trasparente (proprio perché è standard, e quindi sempre uguale, indipendentemente dal software che ha generato il documento). Al contrario, un software come Microsoft Office condiziona all’uso di un
formato non standard per lo scambio dei documenti (perché essi hanno caratteristiche che solo Microsoft conosce e non condivide), in modo da “spingere” tutti gli utenti all’uso dello stesso programma per evitare problemi nello scambio dei documenti. (Italo Vignoli)

6. Obiettivo: non essere controllati. Standard aperto, al di là delle molte definizioni, non può che significare “nessuno lo controlla”. Da intese private sul come fare qualcosa, gli standard sono sempre di più le “regole della strada” che coinvolgono e regolano la vita dei cittadini, delle imprese e degli enti pubblici. Si esalta una funzione normativa generale, al di fuori di un controllo formalmente democratico e in alcuni casi al di fuori di ogni democraticità anche sostanziale. Chi controlla gli standard si pone dunque al di sopra e in una posizione di controllo su aspetti fondamentali della vita economica e in certi casi civile e democratica, senza averne i pesi e contrappesi. Ciò è inaccettabile. L’antidoto è appunto l’apertura degli standard, che non devono offrire ad alcuni una strada più agevole, che devono essere imparziali per favorire la piena concorrenza, che non devono garantire ad alcuni posizioni di rendita passiva. Pertanto, nella formazione e nell’implementazione degli standard, le regole devono consentire l’imparzialità, la piena conoscibilità, l’interoperabilità e la neutralità tecnologica, nonché l’assenza totale di vincoli proprietari. Il mercato da solo non necessariamente tende a tale assetto, per cui sono le regole e i comportamenti concreti del legislatore e delle autorità che devono condurre con azioni appropriate a una situazione tendenzialmente ideale: se necessario con imposizioni e sanzioni. (Carlo Piana)

Tornando, allora, alla domanda iniziale del perché una giornata come questa, possiamo dire che è necessaria ad acquisire consapevolezza che il patrimonio documentale della PA (e quindi di tutti) salvato in formato proprietario è ostaggio di chi il formato lo ha costruito e tenuto chiuso. Giornate come questa si possono festeggiare quest’anno in Italia grazie alla scelta del Ministero della Difesa che adotta formato standard aperto ODF per i suoi documenti.

Potremmo chiederci perché non vengano intraprese nel nostro Paese a livello istituzionale iniziative a favore dello standard aperto, ma la domanda, leggendo le 5+1 buone ragioni, rischia di essere retorica.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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