Open 4 Business

Fare business con il software libero sul desktop

open source

Il è largamente superiore al software proprietario, sotto ogni punto di vista: un’affermazione che trova la sua conferma nella realtà del mercato, visto che tutte le organizzazioni di tipo “strategico” nel mondo usano Linux sui server (parliamo del Pentagono, della NASA e del CERN, per fare solo i primi nomi che mi vengono in mente), perché solo Linux offre le garanzie di qualità e sicurezza richieste dalle rispettive “mission” aziendali.

Questa realtà è stata confermata, nel 2015, dalla ricerca sul Futuro del Software Open Source sponsorizzata da Black Duck e North Bridge, che ha rilevato un dato che non lascia adito a dubbi: il 78% delle aziende “funziona” grazie al software libero e solo il 3%, una percentuale che possiamo considerare “fisiologica”, non lo utilizza in alcun modo.

La ricerca 2016 è stata appena annunciata, e sarebbe opportuno che coloro che usano il software open source sui server o sui desktop rispondano alla survey fornendo la propria opinione.

Solo in questo modo, infatti, l’industria del software libero riuscirà a far sentire la propria voce per mettere in chiaro il proprio ruolo e le proprie dimensioni, rispetto ai ripetuti tentativi di disinformazione messi in atto dall’industria del software proprietario.

Anche perché ci troviamo in un momento storico particolare, in quanto la rinnovata strategia competitiva Microsoft prevede un atteggiamento amichevole – squisitamente di facciata – verso il software open source, che se da una parte è l’anticamera del ben noto “embrace extend extinguish” dall’altra non consente più attacchi diretti come quelli portati da Steve Ballmer contro Linux, considerato un “cancro”. Quindi, bisogna approfittare immediatamente di questa fase di falso amore, perché non durerà a lungo.

Purtroppo, l’industria del software libero sta maturando troppo lentamente rispetto al mercato, per cui lascia spazio alle aziende del mondo del software proprietario che cercano di ampliare il loro raggio d’azione millantando un impegno nei confronti del software libero che è sempre stato di tipo tattico e mai sinceramente strategico.

L’esempio migliore è stato quello di IBM, che nel 2008 è entrata nel progetto OpenOffice con grande enfasi, con la promessa di diventare un membro virtuoso della comunità, con il solo obiettivo di prenderne il controllo di fronte agli evidenti problemi di Sun (che stava cercando di acquisire, operando in gran segreto dietro alle quinte).

Quando la comunità ha preso il controllo del progetto OpenOffice, creando LibreOffice, le dichiarazioni di amore si sono trasformate in dichiarazioni di guerra (noi vi faremo chiudere), al punto che nel 2011 è stato creato – per la prima volta nella storia del software open source, e grazie alla complicità di Microsoft (il principale sponsor di Apache Software Foundation, e il datore di lavoro del President Ross Gardler) – Apache OpenOffice, il primo progetto di software open source nato, e tenuto in vita per tre anni con un investimento di milioni di dollari, con l’obiettivo di eliminarne un altro, ovvero LibreOffice.

Fortunatamente, il progetto IBM è fallito, e questo è dimostrato dal fatto che nell’estate del 2014 gli sviluppatori assunti dall’azienda di Redmond sono spariti da Apache OpenOffice, lasciando il progetto – che non ha mai avuto una comunità – sotto la tenda a ossigeno dove si trova ancora oggi, sorretto da un piccolo gruppo di personaggi che evidentemente preferiscono fare il gioco di Microsoft piuttosto che sostenere il software open source.

L’industria del software libero ha assistito a questo, e ad altri tentativi di “esproprio” del da parte delle aziende del software proprietario, senza diversificare le proprie competenze oltre allo sviluppo, che è fondamentale ma è insufficiente come base di un modello di business solido e soprattutto ripetibile.

In questo modo, a causa delle risorse necessariamente limitate – perché se il business non è ripetibile non c’è economia di scala – si finisce con l’avere pochi clienti, da cui si dipende oltre ogni logica, perché ciascuno di essi rappresenta una percentuale importante del fatturato. E il cane comincia a mordersi la coda…

Quelli che riescono a creare un business ripetibile, con costi sempre più marginali e guadagni sempre più alti, sono pochi.

Guardiamo il caso di LibreOffice, dove i fondatori del progetto hanno cercato di creare un modello di business che favorisce l’erogazione del valore aggiunto – non solo a livello di sviluppo ma anche per le migrazioni e la formazione – sostenuto da un programma di certificazione delle competenze che riproduce – nel principio, ma non nelle modalità – quelli dei grandi vendor come Microsoft e Cisco, la cui certificazione viene richiesta a tutti i livelli, in ogni Paese.

Ebbene, per problemi culturali, il programma non è stato compreso da coloro che si trovano a competere ogni giorno con i professionisti certificati Microsoft, e che ogni giorno rischiano di perdere del business perché non sono competitivi nemmeno sulla carta (e in qualche caso sono certificati, ma non lo dicono perché pensano che la certificazione sia quasi inutile…ovvero, il tripudio dell’incapacità di fare business).

Naturalmente, senza investimenti sulla creazione di un modello di business ripetibile, si rimane perennemente allo stadio dello sviluppatore, anche evoluto, che si scontra quotidianamente con i problemi dello sviluppo e non ha il tempo di passare allo stadio successivo. E il cane, ormai, si è mangiato la coda…

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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