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10 cose da modificare al nuovo CAD per favorire l’openness

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I giochi sembrano fatti: il testo del “nuovo ”, approvato in via preliminare lo scorso 21 gennaio e discusso con le autonomie locali e poi in una audizione di fine febbraio (ad invito per la società civile, con tanto di documento allegato in formato chiuso tanto per far capire l’aria che tirava), dovrebbe essere  ormai definito. Prima che si arrivi alla sorpresa della norma confezionata, però, abbiamo chiesto ai visionist del canale Open4Biz di esprimersi suggerendo migliorie al “ 3.0” a favore non solo del software libero ma più in generale dell’ in PA. Rispetto al software libero avevamo avuto modo di dire che la relazione sembrava complicata e il motivo della crisi piuttosto banale: siccome il 68 non ha sortito grandi effetti benefici sull’adozione di software libero nel pubblico, tanto valeva depotenziarlo abrogando i commi 2, 2-bis e 4 per pensare poi a una qualche soluzione alternativa. Senza fretta, che di software proprietario e multinazionali pronte a piazzarlo ce n’è in abbondanza.

Queste le 10 cose necessarie:

  1. Resuscitare il comma 2 dell’art. 68 in cui si afferma il principio di interoperabilità e di collaborazione applicativa che tutti in Europa si sforzano di introdurre e noi eliminiamo.
  2. Reintrodurre, e aggiornare periodicamente, un repertorio dei formati standard aperti, a cui aggiungere come allegato un elenco dei formati deprecati perché non standard e non aperti (come hanno fatto il Governo UK e il Governo svedese, notizia di ieri, e stanno facendo il Governo francese e il Governo olandese). Il tutto prendendo spunto da chi ha fatto un buon lavoro come la Svezia, tenendo in considerazione la definizione di Open IT Standard come proposto dallo European Interoperability Framework 1.0
  3. Introdurre l’obbligatorietà degli Open Standard che definiscono il principio di neutralità rispetto agli strumenti utilizzati. “Perché un’amministrazione che si definisca digitale come minimo deve adottare gli standard. Del resto non si fanno bulloni su misura per fare i ponti delle autostrade, no?”
  4. Prevedere il principio secondo il quale debbano sempre essere preferiti gli investimenti alle spese correnti per evitare le fuoriuscite di denaro pubblico in contratti di assistenza (leggi licenze) che potrebbero essere facilmente rimpiazzati da software libero.
  5. Imporre la pubblicazione in un repository nazionale e con licenza libera di codice sorgente e manuali dei software che le PA sviluppano internamente, fanno sviluppare alle in-house o a terzi. Questo istituendo magari una specie di “GitHub locale” gestito da AgID che vada a sostituire il farragginoso meccanismo del riuso
  6. Far riferimento, nell’art. 69, alla possibilità di soddisfare l’obbligo di riuso mediante licenza pubblica di software libero tra quelle maggiormente usate nel mondo, introducendo il divieto di creare licenze di software libero ad hoc.
  7. Prevedere per la pubblicazione degli open data licenza CC0 o una licenza equivalente di sostanziale messa in pubblico dominio.
  8. Fornire indicazioni semplici e precise sui formati da utilizzare per la condivisione dei dati, e per la pubblicazione in ottica di riuso. Questo perché ci sono ad oggi formati non standard ISO come OGG e WEBM che possono essere usati in assenza di standard ISO.
  9. Istituire una rete di PA, gestita da AgID, che possa condividere buone pratiche di adozione di software libero, standard aperti e apertura dei dati. Questo al fine di obbligare le PA a riusare ciò che di buono è stato già fatto al fine di non n-plicare le spese investendo negli stessi progetti n volte.
  10. Imporre l’obbligo per il dirigente che acquista software di allegare un prospetto finanziario che giustifichi la scelta in funzione del risultato da raggiungere, introducendo uno stringente meccanismo di controllo e sanzione per chi fa scelte non appropriate.

Come suggerito da Regioni e Comuni, poi, il CAD potrebbe contenere solo poche norme e principi invariabili nel lungo termine, lasciando gli aspetti tecnici a decreti e specifiche da emanare tramite AgID. Nella speranza che questi 10 suggerimenti a favore della diffusione dell’openness siano letti e meditati. Sempre che 10 possan bastare.

(foto smlp.co.uk, CC.BY 2.0)

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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