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Digital Divide di Genere: mito o realtà?

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Esiste un divario digitale di genere? Se sì perché? E soprattutto perché dovremmo preoccuparcene?

Il rapporto OCSE sul gender gap è pubblicato da 10 anni, coinvolge 145 Paesi è strutturato secondo quattro sotto-indici: economia, educazione, salute e partecipazione politica. La buona notizia è che globalmente  negli ultimi 10 anni la situazione è migliorata per le , soprattutto in termini di salute ed istruzione. L’Italia ha migliorato la propria posizione passando dal 69esimo posto al 41esimo nel 2015, soprattutto grazie all’indice relativo alla partecipazione politica (più Ministre nel governo Renzi), con lievi miglioramenti nell’educazione e nell’economia e un lieve peggioramento per la salute. Siamo comunque dietro a Paesi che non sono nel G8 e nel G20, come Rwuanda, Filippine, Nicaragua e Namibia, Mozambico. Esiste ancora un divario salariale: gli stipendi delle donne sono uguali a quelli degli uomini di 10 anni fa.

La tendenza globale è che hanno accesso all’istruzione superiore, e si laureano con voti più alti dei colleghi maschi, tuttavia questo vantaggio negli studi non si rispecchia nel percorso lavorativo. Per quanto riguarda l’Italia, dopo la laurea gli uomini si inseriscono prima nel mercato del lavoro, e a distanza di un anno il 50% ha un contratto a tempo indeterminato contro il 27% delle donne, secondo il rapporto Bachelor del 2014. Secondo l’indagine Alma Laurea su 200 mila studenti, dopo un anno il differenziale di stipendio è di 28 punti tra maschi e femmine. La situazione non è migliore per chi lavora nella ricerca: in Europa a fronte del 33% dei ricercatori  le donne sono solo il 20% dei professori ordinari e il 15% fra i direttori nell’istruzione superiore.

Neanche a Davos, a gennaio 2016, in occasione della presentazione del rapporto sul futuro del lavoro, le donne sono riuscite ad essere la metà: erano solo il 18%. Un buona percentuale, tutto sommato visto che fra le 500 aziende della classifica Fortune, ci sono solo 22 donne CEO cioè il 4.4%. A Davos sono state appositamente invitate alcune delle donne CEO della Silicon Valley, tra cui Sheryl Sandberg di Facebook.  Sandberg nel suo libro, Lean In, scrive che sono le donne le prime a non credere in loro stesse, a stare in disparte, a non farsi avanti e che lei stessa a volte sperimenta la “sindrome dell’impostore”, la sensazione di  non meritare successo nonostante l’evidenza delle sue capacità e competenze, un fenomeno tipico delle donne che hanno successo sul lavoro.

Il futuro è già qui?

Tutto lascerebbe pensare che in futuro sempre più automatizzato e dove la forza fisica sarà sempre meno importante, le donne possano aspirare ad un miglioramento della propria posizione lavorativa.

Per capire il futuro del lavoro –  dice l’OCSE – basta studiare il suo passato: la maggior parte delle attività di routine, quelle facilmente codificabili e riproducibili sono state già automatizzate e lo saranno sempre di più, includendo mestieri insospettabili come quello del giornalista o dell’analista finanziario. Come scritto in apertura, si prevede che nel periodo 2015-2020, la cosiddetta quarta rivoluzione industriale, basata su intelligenza artificiale, robotica, stampa in 3D, casa, fattoria e  fabbrica intelligente distruggerà 7,1 milioni di posti lavoro a fronte di 2 milioni di nuovi. I posti di lavoro persi saranno quasi equamente distribuiti fra uomini e donne (52% vs 48%) ma essendo le donne la componente minoritaria della forza lavoro, l’impatto sarà maggiore per queste ultime.

Il settore chiamato STEM (Scienza, Tecnica, Ingegneria e Matematica) è quello destinato a creare maggiore occupazione vede una minore presenza femminile e ciò porterà ad una ulteriore penalizzazione in futuro. Nei settori più colpiti – lavoro d’ufficio  e manifatturiero  — i posti in meno per gli uomini saranno 1,7 millioni, ma ci saranno 600.000 posti in più in ambito STEM, mentre le donne ne perderanno 370 mila e ne avranno solo 100.000 di nuovi.  Questo vuol dire che ci sarà un nuovo posto di lavoro   per 4 posti persi per gli uomini e un nuovo posto di lavoro  per 20 posti persi per le donne.

Il divario di genere nel lavoro di domani è analizzato anche per settori industriali: nel settore manifatturiero il divario salariale arriva fino al 49%, nel settore ICT è del 25%, nel settore energia non ci sono donne CEO, nell’ICT sono il 5%.

I responsabili delle risorse umane intervistati per questo rapporto hanno tutti dichiarato che intendono rafforzare la presenza femminile nelle loro aziende. E’ curioso che il 44% di loro  parli di “pregiudizi inconsci” che i manager avrebbero nei confronti delle loro colleghe femmine, che insieme alla mancanza di equilibrio  tra lavoro e vita, creano ostacoli significativi alla diversità di genere sul posto di lavoro, mentre il 39% indica fra le cause la mancanza di modelli femminili e il 36% dice di non trovare un numero sufficiente di donne qualificate (nonostante le laureate abbiano voti più alti e siano in maggioranza). Non manca neanche un 10% che dichiara che non ci sono barriere.

La buona notizia per le donne, secondo l’OCSE, è che l’automazione alleggerirà i lavori di casa in cui le donne sono tradizionalmente impegnate, di cosa lamentarsi quindi?

Risulta quindi abbastanza evidente l’importanza avvicinare le ragazze alle materie scientifiche e tecnologiche. Le ragazze sono in minoranza nelle professioni dell’ICT: secondo il rapporto CEPIS solo due profili ICT hanno circa il  20% di donne impiegate: il project manager e il formatore ICT, mentre in generale le donne sono meno del 10% nei ruoli più specialistici  come  Database Administrator, Test Specialist, ICT Consultant, Enterprise Architect, Network Specialist, Service Manager e sono meno del 5% fra i Systems Architect.

E in passato?

Eppure non è sempre stato così: negli anni ’40 le donne erano alla base dei progetti informatici dei primi computer e ancora alla fine degli anni ’60, programmare era un lavoro per donne.  Cos’è cambiato da allora? Secondo uno studio di Jane Margolis, che ha osservato a partire dagli anni ’80 un deciso declino delle iscrizioni femminili alle facoltà di informatica, una possibile causa o almeno un punto di inizio di questa inversione di tendenza sta nella diffusione dell’informatica personale, che ha portato un computer a basso costo nelle case. Questi primi computer erano considerati poco più che giocattoli più adatti ai ragazzi  e a loro venivano relegati con maggiore frequenza, cosicché quando arrivavano all’Università avevano già familiarità con i computer e quindi erano avvantaggiati. Questo ha creato una serie di stereotipi culturali, ripresi ad esempio dai film degli anni ’80 come War Games e altri, dove il protagonista è un adolescente maschio mago del computer: una cultura che ha contribuito ad allontanare le ragazze da questo mondo.

Stereotipi

Non basta convincere le ragazze a studiare le STEM, se dopo pochi anni abbandonano il settore. Nel 2014 Kieran Sydney ha intervistato 716 donne che avevano lasciato il lavoro nell’industria tecnologica dopo una media di circa 7 anni: quasi tutte hanno dichiarato che lo hanno fatto a causa delle discriminazioni sul posto di lavoro. Lei sostiene che molte mamme che lavorano in ambito STEM, nonostante la passione iniziale, tengono quel lavoro solo per pagare i conti e considerano il lavoro dei loro partner, più interessanti, creativi o sfidanti. Kieran  si chiede se perfino loro non ci credono e non trasmettono ai figli un’immagine positiva di quello che fanno, come possono farlo altri, come potrà mai cambiare la domanda “così facile che potrebbe usarlo anche tua madre”, come sinonimo di “così  facile che potrebbe usarlo anche uno stupido?”

Uno studio dell’Harvard Business School, ha dimostrato che un pitch fatto da un uomo ha un percentuale di successo maggiore: la voce maschile è percepita come più convincente, logica e fattuale della stessa narrazione fatta con una voce femminile.

Un altro mondo che rimanda uno stereotipo di ambiente prevalente per maschi è quello del videogioco: nonostante le donne siano una fetta consistente della popolazione dei consumatori le case produttrici non sembrano rendersene conto.

Il #gamergate ha fatto scoppiare nel 2014, la discriminazione esistente anche in questo settore. Uno dei casi più famosi è quello di Zoe Quinn ideatrice di  DepressionQuest,  un gioco che tenta di far capire cos’è la depressione a chi non ne soffre che ha raccolto premi e critiche molto positive: troppe secondo chi dichiarava che fossero dovute ad un suo coinvolgimento con giornalisti e critici. Tesi implicitamente sostenuta anche dal suo ex ragazzo. Questa vicenda ha innestato un’escalation di rabbia e minacce verso la Quinn: dallo stupro, alla morte, allo smembramento. Anita Sarkeesian è una femminista esperta di media canadese che ha iniziato nel 2009 la produzione di video documentari sui tropi o traslati contro le donne nei videogiochi, individuando alcune figure ricorrenti come “la donna diavolo seduttrice” e “l’eroina in pericolo”. Proprio da quest’ultima parte l’idea di indagare i tropi anche nel mondo dei videogame. Per questo motivo lancia una campagna su Kickstarter e raccoglie 6000 $ in 24 ore e alla fine della campagna durata 12 giorni arriva a 158.922 dollari. Questo successo si è tradotto in una violentissima campagna di odio nei suoi confronti. Ad agosto 2014, dopo la pubblicazione del sesto episodio della serie su YouTube, annuncia che è costretta a cambiare casa, a seguito delle minacce subite.

Persino giocare con un personaggio femminile prevede un costo aggiuntivo, come ha scoperto una dodicenne americana che a sue spese ha confrontato 50 app del suo iphone: il 98% dei giochi offre un personaggio maschile. Nelle 50 app esaminate, il 90% offrono personaggi maschili gratis e solo il 15% femminili. Se pensiamo che il 60% di chi gioca a  Temple Run, scaricato circa un miliardo di volte, sono donne la cosa appare ancora più ridicola.

Per questo vanno sostenute e moltiplicate tutte le campagne che insegnano alle ragazze a realizzare i propri videogame, come la Girl Tim Hackathon e in generale a sostenere le iniziative che promuovono la partecipazione delle ragazze nei settori STEM, e le  iniziative che favoriscono la condivisione dei saperi.

Sono molte le iniziative in programma nei prossimi giorni tra cui i tanti eventi di Rosa digitale  e il  Mese delle STEM: le ragazze vogliono contare per le scuole. Non mancate e non fate mancare il vostro supporto!

Eleonora Pantò

Eleonora Pantò

Mi occupo di innovazione tecnologica nell’educazione presso CSP, applicando la metodologia dei living lab ed in progetti internazionali sull’apprendimento declinato sui videogiochi, sui MOOC e sull’ambiente marino.
Collaboro alle iniziative promosse dalle associazioni di cui faccio parte: l’Associazione Culturale Dschola per tecnologia e scuola, l’Associazione Europea Media & Learning, per media digitali nell’educazione, il Centro Studi di Informatica di Ivrea – Torino per l’uso consapevole della rete, il Museo Piemontese dell’Informatica, per donne e STEM. Ho contribuito all’avvio della sezione italiana di Global Voices Online ed ho organizzato il primo evento italiano sui citizen media e la prima iniziativa italiana di crowdfunding a sostegno del giornalismo di inchiesta.
Nell’informatica dal 1981, ho progettato e realizzato le prime versioni dei siti web della pubblica amministrazione piemontese ed ho lavorato nella formazione professionale. Mi occupa di Internet ed educazione dal 1996. Per l’editore Apogeo ho scritto “Internet per la Didattica” e collaborato a “Gens electrica”. Scrivo sul mio blog Puntopanto.

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