Open 4 Business

Community versus Club

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Il primo Leadership Summit organizzato a Milano – in breve, CLSxItaly – è stato una grossa delusione, e ha confermato tutti i miei dubbi sulla realtà del software open source in Italia, e soprattutto sulla maturità della maggior parte dei suoi attori. In soldoni, le comunità del software open source non ci sono, e quando ci sono non sono in grado di fare ecosistema.

Partiamo dall’inizio: il Community Leadership Summit è un evento nato per iniziativa di Jono Bacon, un attivista del software open source che nel corso della sua carriera ha ricoperto il ruolo di community manager di Ubuntu, e ha scritto un libro molto interessante che si intitola “The Art of Community”. L’evento è nato in associazione a OSCON, che significa Open Source Conference, ed è la più grande manifestazione del settore negli Stati Uniti.
Quindi, il CLS è nato come ritrovo degli esponenti delle comunità del software open source, ed è ancora oggi – a distanza di anni – un evento focalizzato in modo esclusivo sulle comunità del software open source. Gli esponenti del software proprietario non partecipano, e se partecipano lo fanno in modo molto sommesso, perché l’ambiente è completamente diverso dalla loro realtà, e i temi sono molto lontani dalla loro cultura.

Il CLSxItaly, al contrario, ha visto una partecipazione massiccia di dipendenti e sviluppatori , quasi tutti in ambiente .NET, e una partecipazione scarsa o addirittura nulla di esponenti delle comunità del software open source, per cui non solo è stato inferiore alle attese – ero già rimasto abbastanza deluso dall’evento di Portland – ma anche inutile sotto il profilo della condivisione della conoscenza (che è l’essenza della comunità).
Infatti, ho poco – per non dire nulla – da condividere con i dipendenti Microsoft, e probabilmente ancora meno con gli sviluppatori .NET, e non solo perché non sono uno sviluppatore, ma perché non hanno nulla da condividere, visto che lavorano con prodotti proprietari il cui codice sorgente è inaccessibile.

Comunità, nell’accezione del Community Leadership Summit, significa condivisione della conoscenza, in un ambito in cui anche il software è conoscenza in quanto il codice sorgente è accessibile a tutti, e tutti – in base alle competenze – possono contribuire alla crescita sia del software sia dell’ecosistema. Microsoft ha la pretesa di condividere la conoscenza senza condividere il codice sorgente, e in questo è identica a tutte le altre grandi aziende, che vedono nel software open source un’opportunità tattica e nulla più.
Le aziende vorrebbero trasformare la comunità in un club privato, dove a una facciata fatta di sorrisi e pacche sulle spalle corrisponde un retroscena dove c’è un “primus inter pares” che stabilisce le regole di ingaggio, e una platea che dipende a tal punto dal “primus” da rispettare queste regole in modo acritico, perché dal rispetto delle regole dipendono la quantità e la qualità del business. La comunità è diversa e si basa su regole completamente diverse, scritte dal basso e rispettate da tutti (perché non c’è un vertice, se non quello deciso dai membri in base a criteri di meritocrazia completamente estranei al mondo delle aziende). La comunità, soprattutto, non è un club.

All’inizio della mia carriera ho lavorato in una grande multinazionale statunitense, che apparteneva al mondo dei sistemi proprietari. Successivamente, sono stato un consulente di comunicazione per aziende del software proprietario come Adobe. Professionalmente, sono nato in quell’ambito, anche se oggi sono abbastanza diverso. Quindi, conosco il settore, e conosco le aziende.
Nel frattempo, però, sono passati più di trent’anni, e il mondo è cambiato. E sono cambiate anche altre cose, come i modelli di sviluppo del software. Lo sviluppo di tipo proprietario – i più bravi li assumiamo tutti noi, e li mettiamo in una stanza a sviluppare software – è superato, e sta in piedi solo grazie ai cavilli legali delle licenze e alle pressioni delle lobby.

Oggi, il software si sviluppa in modo collaborativo, condividendo la conoscenza grazie alla possibilità di accedere al codice sorgente. I migliori restano a casa loro ma lavorano insieme a noi, perché una delle maggiori ricchezze della comunità sta nella diversità (e non nell’omologazione tipica dei club). Perché nella comunità tutti hanno qualcosa da condividere.
Purtroppo, il CLSxItaly è partito in direzione opposta, e ha assecondato – anche se non credo che questa fosse la volontà degli organizzatori – la strategia Microsoft, che vuole cercare di controllare il mondo delle comunità attraverso un’edizione rivista e aggiornata del processo “embrace, extend and extinguish” (ovvero: “empatizza, estendi ed estingui”).
Fortunatamente, riusciranno a farlo solamente con i loro amici .NET.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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