Umanesimo e (iper) Complessità

Per un’innovazione inclusiva: ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico

jacek_yerka

La transizione al digitale si è presentata da subito come un processo complesso in cui abbiamo assistito non alla scomparsa/sostituzione dei vecchi media – da molti tuttora paventata – a vantaggio di nuovi media e delle reti sociali digitali; bensì, ad un’integrazione, ibridazione e convergenza, ad una sorta di galassia riconfigurata (McLuhan), in cui l’accesso e le possibilità di elaborare informazioni e conoscenze creano le condizioni per una maggiore autonomia – e quindi responsabilità – dei soggetti comunicanti. Ma, pur cambiando profondamente la “natura” degli strumenti, degli ambienti comunicativi e degli ecosistemi sociali, le questioni sono le medesime: la nostra attenzione deve, pertanto, continuare ad essere posta sulla qualità delle relazioni comunicative (e dei processi educativi) e sui rapporti di potere (conoscenze, competenze, asimmetrie, inclusione). È necessario comprendere tale (iper)complessità sociale evitando, come detto più volte, di confondere i mezzi con i fini, il piano degli strumenti con quello dei contenuti, ma soprattutto, evitando di ergersi a giudici[1]. E, a proposito di centralità strategica di conoscenze e informazioni, il matematico Norbert Wiener, fondatore della cibernetica – da lui intesa come studio del controllo e della comunicazione nell’animale e nella macchina –  confrontando i modi di comunicare ed i modelli organizzativi e di azione dell’uomo con quelli delle macchine e del regno animale, arriva ad affermare che «la società può essere compresa soltanto attraverso lo studio dei messaggi e dei mezzi di comunicazione relativi ad essi; e che nello sviluppo futuro di questi messaggi e mezzi di comunicazione, i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo, e fra macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante»[2]. Una tesi che, peraltro, riafferma con chiarezza una convinzione che lo stesso Wiener aveva espresso in uno scritto precedente, allorché aveva affermato che «il sistema sociale è un’organizzazione simile a quella individuale, tenuta assieme da un sistema di comunicazioni»[3].

caosNon è più possibile, dunque, non prendere atto della fondamentale importanza che i complessi processi di produzione, gestione ed elaborazione delle informazioni e delle conoscenze hanno assunto, in misura sempre maggiore, nell’evoluzione dei sistemi sociali e nella loro organizzazione. Sulla base di quanto appena detto, si potrebbe dunque sostenere anche che un sistema sociale (o un’organizzazione complessa), caratterizzato da una circolazione delle informazioni e delle conoscenze non ottimale, con ogni probabilità presenterà anche un’organizzazione disordinata e tendente al caos e all’entropia. Tale discorso risulta ancora più decisivo nella “società ipercomplessa”: l’ecosistema globale in cui tutti i processi e le dinamiche hanno di fatto assunto come riferimento l’intero sistema-mondo. È sempre Wiener ad individuare nell’informazione un prerequisito della nostra stessa sopravvivenza: vivere significa disporre di informazioni indispensabili; da questo punto di vista, l’informazione è anche una forma di controllo dell’entropia cui tendono i sistemi sociali, le reti, il sistema-mondo. Diversi autori hanno parlato di tre rivoluzioni industriali nella storia delle società umane: le prime due basate sull’energia (vapore ed elettricità), la terza sull’informazione. Le nuove tecnologie della connessione hanno creato una rete di conoscenze potenzialmente planetaria, segnata tuttavia da profonde asimmetrie e disuguaglianze, peraltro documentate da studi e ricerche. Al di là delle ben note questioni legate al digital divideancora troppe le persone e le comunità fuori dal nuovo ecosistema (1996) – ciò pone alla nostra attenzione diverse questioni: 1) quante di queste informazioni si traducono/sono traducibili operativamente in conoscenze?  Dal momento che parliamo sempre di inclusione e cittadinanza: queste informazioni/conoscenze vengono realmente diffuse e rese disponibili per tutte/i? Come vengono diffuse e quali le logiche? Ma, soprattutto, quante Persone (individui/cittadini/utenti/consumatori) sono davvero in grado, non soltanto di usare in maniera consapevole la tecnologia e le reti (sarebbe già di fondamentale importanza!), ma anche di analizzare criticamente con la propria testa contenuti, dinamiche, processi, criticità, interessi etc. senza cadere nelle reti fin troppo conformistiche e omologanti, in grado di condizionare profondamente i climi d’opinione, nonché portatrici di una “nuova” cittadinanza – almeno per il momento – soltanto illusoria? Per non parlare dei preoccupanti effetti anche in termini di restrizione della sfera della libertà e dei diritti (cfr. società della sorveglianza e del controllo totale). A ciò si aggiunga che l’aumento delle informazioni/conoscenze sembra essere più quantitativo che qualitativo ed esistono numerose criticità e variabili da considerare: l’analfabetismo telematico, ma soprattutto l’analfabetismo funzionale e la questione “povertà educativa” (Dominici,1996). Temi e questioni di cui si sta prendendo coscienza, fino in fondo, soltanto di recente e che non possono essere più ignorati. Già all’inizio degli anni Ottanta, Alvin Toffler parla dell’avvento di una “infosfera” (concetto oggi molto utilizzato e, talvolta, attribuito erroneamente ad altri studiosi #CitaregliAutori…da parte mia ho sempre preferito, per tutta una serie di ragioni, parlare di “nuovo ecosistema della comunicazione”, fin dal 1995), ma tale concetto sembra attagliarsi soprattutto ai paesi occidentali più sviluppati[4]. I valori fondanti della società industriale – lavoro e capitali – sono stati sostituiti da informazione e . L’impresa dell’informazione sostituisce la fabbrica e ciò segna il trionfo dell’economia immateriale su quella materiale. Tutta la realtà viene ad essere sempre più organizzata secondo un modello di tipo reticolare, fondato su un’economia interconnessa della condivisione che, tuttavia, pone anche problemi di appropriazione privata della conoscenza sociale. Una rivoluzione partita da lontano, sostanzialmente riconducibile ad una rivoluzione del controllo.

internetCome ho avuto modo di affermare più volte, la Società Interconnessa (e ipercomplessa) determina un vero e proprio mutamento rivoluzionario di tutte le dinamiche socio-politiche e dei processi produttivi e culturali: capitale intellettuale e produzione e distribuzione della conoscenza ne sono i punti di forza[5]. Si tratta di un’ennesima e straordinaria rivoluzione tecnologica, le cui origini vanno ricercate negli ultimi decenni dell’Ottocento, generata dal rapido progredire dell’industrializzazione che aveva determinato, già allora, una crisi di controllo, a cui la società dell’informazione e della conoscenza sembra aver offerto delle (possibili) soluzioni (informazione-conoscenza-gestione del rischio/complessità/imprevedibilità-controllo-fiducia). Una rivoluzione realizzata attraverso il potenziamento dei mezzi di informazione e comunicazione, che si sono mostrati in grado –  in primo luogo – di governare l’economia mondializzata; una rivoluzione che sta determinando uno sconvolgimento senza precedenti nella storia dell’evoluzione dei sistemi sociali, che anche lo stesso James Beniger associa opportunamente alla definizione di rivoluzione del controllo[6] (il vero “motore” della società dell’informazione). Si tratta di un complesso processo consistente nel «rapido mutamento delle circostanze tecnologiche ed economiche che permettono di raccogliere, conservare, elaborare e comunicare le informazioni e di esercitare il controllo sociale attraverso decisioni formali o programmate. Iniziata negli ultimi decenni dell’Ottocento, la rivoluzione del controllo è proseguita ininterrottamente fino ai giorni nostri, accelerando la sua marcia proprio in epoche recenti grazie allo sviluppo delle tecnologie dei microprocessori. Per le conseguenze di ordine intellettuale, culturale e materiale, la rivoluzione del controllo ha nella storia di questo secolo un’importanza paragonabile a quella della rivoluzione industriale nel secolo precedente. Ma la storia non è in grado di spiegare perché proprio l’informazione abbia assunto un ruolo di primo piano all’interno dell’economia e delle società contemporanee. La risposta a questo interrogativo va ricercata nella natura di tutti i sistemi viventi, e cioè nel rapporto esistente tra informazione e controllo. La vita stessa, in ultima analisi, è un problema di controllo, tanto nelle cellule e negli organismi quanto nelle economie nazionali o negli altri sistemi con finalità […] Visto da questa prospettiva, l’effetto di gran lunga più determinante dell’industrializzazione diventa la velocità impressa all’intero sistema di elaborazione materiale. Tale velocità ha condotto la società verso quella che ho chiamato crisi di controllo: un periodo durante il quale le innovazioni nel campo delle tecnologie di elaborazione delle informazioni e di comunicazione hanno segnato il passo rispetto alle innovazioni nel settore energetico e nell’applicazione dell’energia alle attività produttive e ai trasporti»[7].  Le reti elettroniche e i nuovi ecosistemi sociali e digitali favoriscono una comunicazione (connessione) planetaria quasi istantanea anche se la transizione verso la società globale dell’informazione/comunicazione (infocosmo) non riesce, ancora, a fornire adeguate garanzie in termini di concreta apertura dei sistemi e di sociale/culturale, con dinamiche che oscillano tra il caos e l’ordine, tra l’inclusione e l’esclusione. Processi dialettici e ambivalenti che non trovano un momento di sintesi e rendono drammaticamente evidente l’assenza di un modello teorico-interpretativo adeguato in grado di abbracciare l’ipercomplessità, definendo nuovi problemi e non soltanto soluzioni, nuove domande e non soltanto risposte. Ancora poca la consapevolezza rispetto al fatto che qualsiasi attività pratica e di ricerca non possa che essere concettualmente orientata. E, in tal senso, non faremo molto strada finché non si uscirà da quelle che, già diversi anni fa, avevo chiamato le “false dicotomie”: teoria vs. ricerca/pratica; formazione scientifica vs. formazione umanistica; conoscenze vs. competenze; hard skills vs. soft skills

jacek_yerkaAnche perché siamo di fronte ad una ipercomplessità che – come ripetuto più e più volte in passato – vede l’evoluzione culturale ormai in grado di condizionare quella biologica: ciò richiede un cambiamento di paradigma che trova il suo punto d’appoggio, la sua “leva” fondamentale, nell’urgente necessità di ridefinire (o, finalmente, abbattere!) i confini tra naturale e artificiale, tra umano e non-umano, tra mente (individuale, collettiva) ed ambiente, tra sistemi e nuovo ecosistema etc.

Occorre, pertanto, essere consapevoli – non soltanto a parole e nel discorso pubblico – che il futuro (come ripetiamo sempre, la “vera” innovazione, quella sociale e culturale) è di chi riuscirà a ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico, di chi riuscirà a ridefinire e ripensare la relazione complessa tra naturale e artificiale; di chi saprà coniugare (non separare) conoscenze e competenze; di chi saprà coniugare, di più, fondere le due culture (umanistica e scientifica) sia a livello di educazione e formazione, che di definizione di profili e competenze professionali (sulle competenze: non mi stancherò mai di ripeterlo…sono necessarie sia le hard che le soft skills). Facendo attenzione alle continue tentazioni delle vie brevi, delle soluzioni semplici, delle strade giù percorse e, per questo, rassicuranti che spesso nascondono soltanto interessi economici e di potere, visioni ideologiche rese ben visibili, oltre che accettabili e condivisibili, attraverso un’incessante attività di promozione e marketing degli eventi. Questa, la definizione che abbiamo sempre utilizzato: “Innovare significa destabilizzare”. Ma occorre, prima di tutto, educare e formare criticamente le persone a pensare con la loro testa e a vedere gli “oggetti” come “sistemi” (e non viceversa)**. #CitaregliAutori

(Immagine di copertina).

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[1] G. Simmel (1903), Die Groβstädte und das Geistesleben, trad.it. Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, Roma 1990

[2] Cfr. N.Wiener (1950), The Human Use of Human Beings, trad.it., Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino 1966, p.23-24.

[3] Cfr. N.Wiener (1948), Cybernetics: or Control and Communication in the Animal and the Machine, trad.it., La cibernetica, Il Saggiatore, Milano 1968, p.49.

[4] A. Toffler (1980), The Third Wave, trad.it., La Terza Ondata, Sperling & Kupfer, Milano 1987.

[5] Sui temi dell’economia della conoscenza, della centralità del capitale intellettuale e della stessa conoscenza come fattore produttivo si veda l’ampio ed interessante lavoro di T.A Stewart (2001), The Wealth of Knowledge, trad.it., La ricchezza del sapere. L’organizzazione del capitale intellettuale nel XXI secolo, Ponte alle Grazie, Milano 2002.

[6] Cfr. J.R.Beniger (1986), The Control Revolution, trad.it., Le origini della società dell’informazione.La rivoluzione del controllo, UTET, Torino 1995.

[7] Ibidem p.XXXVIII-XXXIX.

Piero Dominici

Piero Dominici

Docente universitario e formatore, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università degli studi di Perugia.

Membro dell’Albo dei Revisori MIUR, fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da vent’anni di teoria dei sistemi e di teoria della complessità con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti cittadinanza, democrazia, etica pubblica.
Svolge attività di ricerca, formazione e consulenza presso organizzazioni pubbliche e private. Ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento. Relatore a convegni internazionali, collabora con riviste scientifiche e di cultura.

Autore di numerosi saggi e pubblicazioni scientifiche, tra le quali: Per un’etica dei new-media (1998); La comunicazione nella società ipercomplessa.Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014).

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