Il diavolo si annida nei dettagli

Prendilo, è gratis (la prima volta)

Alleanza

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a uno strano fenomeno: grandi colossi dell’industria informatica regalano prodotti software e servizi alle scuole. Microsoft ha messo in campo il suo Office 365 Education, Google il suo Google for Education. Apple è un po’ più in difficoltà: essendo di fatto un produttore di hardware (computer, smartphone e tablet) deve associare l’uso dei suoi software e servizi all’acquisto dei dispositivi. Comunque ha messo in piedi il suo programma di sconti per scuole e studenti, e in molti istituti è giunto persino a regalare l’hardware pur di sottrarre quote di utenti alla concorrenza. Le offerte sono sostanzialmente identiche: disponibilità di un account utente individuale, che permette l’utilizzo di programmi per la produzione di contenuti (testi, fogli di calcolo, presentazioni) che funzionano “in cloud” (girano cioè su computer remoti di proprietà del fornitore dei servizi, mentre l’utente vi accede da un browser, come fossero una pagina web), di spazio per la memorizzazione dei file e la condivisione in rete, di servizi di posta elettronica e messaggistica istantanea eccetera.

Sembra bello, e sembra trovare molto gradimento negli ambienti scolastici, ad esempio tra i cosiddetti “animatori digitali” delle scuole.

Animatori Digitali

Invece non lo è affatto. Si tratta anzi di un fenomeno alquanto preoccupante.

La prima domanda da porsi è: perché? Che cosa spinge queste aziende a regalare alle scuole questi prodotti e servizi?

Esistono in proposito due correnti di pensiero: una, forse un po’ fantasiosa e idealista, che attribuisce il “dono” alla filantropia e a una vera attenzione e preoccupazione delle aziende per la formazione scolastica delle nuove generazioni; l’altra, forse più cinica e realista, che ritiene si tratti soltanto di una strategia di marketing volta a creare familiarità e abitudine (fino all’assuefazione) all’uso di strumenti proprietari fin dalla giovane età. Una sorta di imprinting per cui, una volta cresciuti ed inseriti in un contesto lavorativo, gli utenti sentano la necessità di dover usare i medesimi strumenti – stavolta non più gratuiti – che sono a quel punto gli unici che si sanno usare, o comunque i preferiti perché acquisiti per primi. Ognuno è libero di formarsi una propria opinione in merito, ma per avere un quadro completo bisogna aggiungere alcune considerazioni:

  • la cronica carenza di fondi statali destinati alle infrastrutture scolastiche (gli strumenti informatici per la didattica lo sono, al pari delle lavagne e delle sedie), unita alle linee tracciate dall’attuale Codice per l’Amministrazione Digitale, che privilegiano soluzioni basate su e formati di file standard aperti, ha innescato nel mondo della un fenomeno virtuoso di progressivo passaggio da soluzioni proprietarie a soluzioni . Ottenendo almeno un paio di benefici: il primo è la liberazione di risorse fino ad allora riservate al pagamento di licenze d’uso di software, da destinare ad esempio alla formazione su tematiche specifiche, ad esempio quelle legate alle tecnologie digitali; il secondo è l’avvio di buone pratiche di produzione, diffusione e scambio di file in formati standard aperti.

In termini più semplici: negli ultimi anni una marea di istituti scolastici hanno abbandonato, per esempio, Microsoft Office e la sua giungla di versioni e hanno installato LibreOffice sui computer ad uso dei docenti e degli studenti, che possono tranquillamente installarlo anche nei propri e scambiare file prodotti in un unico formato standard ISO, il formato ODF, mediante una semplice ed economica chiavetta USB, ormai dotazione corrente negli astucci dei ragazzi. La cosa evidentemente si è saputa e deve aver causato più di un mal di pancia e la necessità di prendere contromisure;

  • è in atto ad opera del Governo una revisione del Codice per l’Amministrazione Digitale che molti esperti di questa materia giudicano insoddisfacente per più di un motivo, tra cui la perdita di valore di concetti fondamentali come interoperabilità e cooperazione applicativa, e l’apparente indifferenza verso l’uso di formati standard aperti per i file.

Messi tutti insieme, questi elementi apparentemente senza relazione compongono uno scenario a dir poco inquietante: aziende che entrano nelle scuole proponendo l’uso gratuito di strumenti che poi fuori, invece, si fanno ben pagare, e che si offrono di custodire e gestire (come?) informazioni istituzionali e personali di scuole, insegnanti, bambini e ragazzi, memorizzate in formati dalla reputazione migliorabile; istituzioni che di fatto stanno cambiando le leggi in modo che questo processo rientri perfettamente nella norma.

Si ha come l’impressione che istituzioni e imprese stiano facendo un passo ciascuno: le aziende, offrendo strumenti allo “stesso prezzo” (zero) delle soluzioni open source, di fatto rendono inutile la valutazione comparativa, che quindi, guarda caso, si è “diluita” nel nuovo CAD; le istituzioni, chiudendo un occhio sull’interoperabilità, di fatto lasciano campo libero all’uso dei formati di file imposti dalle soluzioni proprietarie. In direzione ostinata e contraria al resto dell’Europa a cui, evidentemente, ci preme appartenere solo quando ci conviene.

Marco Alici

Marco Alici

Ingegnere meccanico, lavora come progettista presso la Videx. Affascinato dai computer fin da bambino, quando gli regalarono un Commodore 16, negli anni dell’università scopre Linux e il mondo del Software Libero e Open Source, dapprima come semplice utente, poi come convinto sostenitore. A metà strada tra la formazione tecnica e la passione informatica si inseriscono i suoi interessi nel mondo della computer-grafica e della stampa 3D. È vice-presidente del Fermo Linux Users Group e membro dell’associazione LibreItalia.

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