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Apple a Napoli, un po’ di equilibrio non guasta

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Da qualche giorno in rete non si parla d’altro: l’apertura del nuovo centro a . Purtroppo in un contesto come il mondo digitale italiano, più polarizzato che uno stadio di calcio in cui si gioca il derby, è difficile trovare informazioni equilibrate e verificate.

Inoltre, essendo una questione che ha visto il Governo parte attiva, sia nella definizione dell’accordo che nella sua divulgazione, era inevitabile che i toni della comunicazione sui social prendessero una piega ancor più polarizzata, e spesso, purtroppo, per motivi che nulla hanno a che fare con il contesto specifico.

Vediamo allora di fare un po’ di sana chiarezza disintermediata dalle tristi logiche appena descritte.

Iniziamo dalle basi: “Apple aprirà un centro di sviluppo app in Italia, a Napoli?” Sì, su questo dovremmo essere tutti d’accordo, visto che il comunicato ufficiale di Apple parla chiaroApple Opening Europe’s First iOS App Development Center in Italy. Nel nuovo centro Apple verranno accolte 600 persone.

“Quindi ci saranno 600 posti di lavoro a Napoli?” No, per averne la conferma basta leggere il comunicato di Apple che recita: “to give students practical skills and training on developing iOS apps for the world’s most innovative and vibrant app ecosystem”. Si tratta in pratica di un centro di formazione, veicolato in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II e dedicato alla formazione verticale per la realizzazione di app.

“Però è vero! L’ho letto su Internet! Ci saranno 600 posti di lavoro!” E’ vero, molti hanno interpretato questo comunicato in modo impreciso e sia sulla rete che sulla carta stampata è uscita proprio questa notizia, pazienza.

“E’ vero, è vero! L’ha detto anche Renzi!” Anche questo è vero, se andate a vedere la puntata di Porta a Porta del 21 Gennaio (dai su, un piccolo sforzo), al minuto 15:30 il Presidente del Consiglio dice questo: “C’è il Sud, oggi una grandissima, azienda la Apple, ha annunciato che farà un investimento a Napoli per l’innovazione e le applicazioni, una cosa molto bella, 600 posti di lavoro a Napoli, quindi una cosa che dà senso di fiducia nel paese”.

La sostanza comunque non cambia: sono 600 studenti, non 600 posti di lavoro.

“Peccato, se fossero stati 600 posti di lavoro sarebbe cambiato tutto per il digitale in Italia”. No. Alla fine l’incremento puramente numerico sarebbe trascurabile. Sì perché a leggere sempre i dati ufficiali forniti da Apple in Europa ci sono 2,96 milioni di sviluppatori iOS registrati.Questi i paesi maggiormente rappresentati:

  • UK: 646k
  • Germania: 472k
  • Francia: 332k
  • Italia: 264k
  • Spagna: 191k
  • Paesi Bassi: 180k
  • Svezia: 117k
  • Svizzera: 103k
  • Belgio: 74k
  • Danimarca: 74k
  • Irlanda: 38k

Come si può vedere quindi in Italia ci sono già 264.000 sviluppatori iOS, l’incremento di 600 unità è sicuramente interessante. ma dal punto di vista dei numeri incide per meno dello 0,25%.

Mi hanno fatto notare che in teoria è possibilissimo registrarsi al developer program di Apple senza essere interessati a produrre app. Potenzialmente è vero. Certo resta da capire chi può essere disposto a spendere 99 euro per registrarsi al programma senza avere intenzione di pubblicare almeno un’app. Certamente ci sono casi di Editor che si iscrivono al developer program per pubblicare app che poi vengono scritte da altri. Supponiamo che siano il 50% (132.000), ok la percentuale sale allo 0,5%.

“Però le app sono il futuro!” No. Le app, e tutti i servizi correlati, sono il presente e rappresentano un enorme ecosistema che da un lato fornisce servizi al consumatore e al cittadino, dall’altro abilita la realizzazione di infrastrutture software tradizionali (intese come non-mobile) che spesso costituiscono in realtà il vero iceberg di cui l’app è soltanto la punta visibile.

apps

Provate a pensare all’app di Facebook che avete a bordo del vostro smartphone: quell’app in realtà è ben poca cosa rispetto all’enorme infrastruttura hardware e software necessaria per farvi vedere la vostra timeline o per farvi postare le foto dei vostri gattini. Solitamente l’app rappresenta la modalità con cui l’utente finale accede al servizio, ma quasi sempre il servizio vero e proprio viene prodotto da architetture software grandi, ridondate, sottoposte a backup, scalabili, sicure, in alta affidabilità, ospitate in grandi datacenter.

La stessa cosa accade con le altre piattaforme software, come i servizi informativi e dispositivi bancari, i motori di ricerca, i sistemi di pagamento su cellulare, le piattaforme di messaggistica, fino ad arrivare al vostro giochino preferito.

Il pensare quindi che l’app sia il software che utilizziamo è profondamente sbagliato.

In questo senso l’iniziativa Apple rappresenta un fattore estremamente positivo in quanto al crescere del numero delle app disponibili è ragionevole pensare che possa crescere anche il numero delle infrastrutture software che rendono disponibili i servizi alle app. In questo contesto, e non certo nella singola app, si potrà avere davvero un pezzettino del cambiamento in positivo tanto auspicato.

“Apple l’ha fatto soltanto per guadagnarci!” Può essere. E’ senz’altro vero che Apple guadagna moltissimo dal mercato delle app. Un numero su tutti: Customers spent “over $20 billion” on the App Store in 2015.

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In pratica i consumatori hanno speso in app, solo nel 2015, circa 20 miliardi di dollari e, come sapete o come dovreste sapere, il 30% di questa cifra viene trattenuta da Apple. Questo significa che se realizzate un’app, le mettete sullo store e chiedete 1 euro, e se trovate qualcuno disposto a pagare per la vostra app, del vostro euro Apple ne trattiene all’origine il 30%.

E del tutto evidente che all’aumentare del numero delle app a pagamento, ed all’aumentare del volume economico legato alle app, il 70% andrà agli sviluppatori ed il 30% andrà ad Apple. In ogni caso, personalmente, dubito fortemente che questa sia una delle ragioni che  ha spinto Apple ad aprire il centro a Napoli.

“Apple lo ha fatto solo per avere lo sconto fiscale!” Ne dubito fortemente. Stando alla stampa che si occupata della questione“Apple Italia ha raggiunto un accordo con il fisco italiano per sanare l’evasione da quasi un miliardo di euro contestata ai vertici dalla procura di Milano. L’azienda di Cupertino ha chiuso la partita pagando all’erario 318 milioni di euro, cioè la cifra richiesta nei verbali di accertamento.” . Se ha pagato tutto quanto richiesto non si capisce di quale sconto fiscale si parli.

“Comunque c’è sicuramente un complotto del Governo!” E’ VERISSIMO!!!111!1!!!1 LEGGENTIDEVONOSAPERE!!!1!1!! Le prove sono qua.

“E’ un’iniziativa che non serve a nulla!” No. In un paese in cui le aziende delocalizzano verso posti con il costo del lavoro più basso del nostro, da cui molti (troppi) cervelli scappano, in cui le aziende si rifiutano di investire per un sacco di buoni motivi, qualunque iniziativa imprenditoriale deve essere considerata con favore. Se poi è al sud ancora di più. Se poi è Apple allora la possibilità che serva è davvero alta.

“E’ un’iniziativa che cambia il modo di vedere l’informatica in Italia!” No. Purtroppo no. L’informatica in Italia rimane esattamente la stessa, anche se è un seme che, se ben coltivato può contribuire nel medio periodo alla creazione di un ecosistema virtuoso che veda le app, indipendentemente dalla tecnologia, come punto di accesso per i consumatori di servizi pubblici e privati. Servizi che andranno comunque disegnati, progettati, realizzati, ospitati e mantenuti.

“Comunque erano meglio i 600 posti di lavoro!” No, non erano meglio. La cosa migliore che si possa fare è la formazione, perché le persone con alta formazione hanno più facilità nel trovare lavoro in contesti che sappiano davvero valorizzarli e pagarli. Hanno solitamente più autonomia decisionale e spesso riescono ad orientare le scelte strategiche e tecnologiche verso la qualità dei servizi pubblici e privati, una delle cose di cui l’Italia ha tanto bisogno.

E quindi ben venga l’iniziativa di Apple a Napoli, senza eccessivi trionfalismi e senza guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto. Senza dimenticare che non può essere considerata  un’iniziativa fine a se stessa, ma che deve essere inserita in un ecosistema virtuoso che contenga una vision di lungo periodo, perché non si vive di solo app in un paese che è tra gli ultimi posti in tutte le classifiche di merito europee, che ha enormi problemi di infrastrutture fisiche e digitali e che soffre tassi altissimi di disoccupazione.

Quello che comunque non deve essere ammesso è l’immobilismo. Perché se pensate che l’Innovazione sia qualcosa che accade mentre guardate fuori dalla finestra, avete perfettamente ragione. Accade a qualcun altro.

 

Massimo Canducci

Laureato in Scienze dell’Informazione e in Tecnologia della Comunicazione.
Innovation Manager in Engineering, si occupa di Innovazione in tutti i suoi aspetti.
Professore a contratto di Innovation Management all’Università di Torino.

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