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Posti di lavoro “umani” a rischio con la quarta rivoluzione industriale? Il report del Wef

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Quali sono gli impatti della trasformazione digitale nel mondo del lavoro? I robot o sistemi basati sull’automazione entreranno davvero in competizione con il lavoro degli esseri umani? Difficile poter rispondere a questa domanda senza correre il rischio di banalizzare un tema complesso che chiama in causa molti e diversi aspetti.

Quel che è certo è che la rivoluzione del digitale, dell’elettronica e in ultima analisi di quell’internet of everything che promette di rivoluzionare tutti settori della vita, non non potranno non avere ripercussioni su occupazione e skill necessari a lavorare in una tale società. Ed è il quadro che emerge dal “The Future of Jobs” ricerca che verrà presentata a Davos in occasione del  (Wef) che aprirà i battenti domani 20 gennaio.

Dalla’analisi emergono due trend connessi tra loro; il primo è legato al tema dell’occupazione che non vivrà un periodo facile dal momento che, dicono gli esperti, si prevede che saranno persi 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi cinque anni per effetto di innovazioni quali robot, che assumeranno lavori prima svolti da persone, ma anche  intelligenza artificiale e stampanti 3D. Secondo l’analisi anche i progressi nella genetica e nelle biotecnologie potranno avere un impatto significativo sul lavoro del futuro. Uno scenario cui si accompagna, però, la crescita di figure che gli stessi intervistati indicano come i due settori che avranno chance di esplodere nei prossimi anni: data analyst, che le imprese si aspettano potranno aiutarle a comprendere il fiume di dati che la disruption tecnologica porta con sè, ma anche esperti di vendite ultra specializzati: tutte le industry, di fatto, avranno bisogno di personale con skill commerciali sì, ma con la capacità di saper spiegare a imprese, Pa o cittadini, la natura tecnica e innovativa dei prodotti o di identificare nuovi target non tradizionali. Necessità chiare nei settori Media, Energia, Divertimento e informazione. Nel complesso i vantaggi derivanti dalla digital disruption si tradurranno in un guadagno, a fronte della perdita sopra indicata, di 2 millioni di posti di lavoro legati a mondo dell’IT, matematica, architettura e ingegneria.

WEF

Fonte: The Future of Jobs

Il secondo trend riguarda gli impatti della digital disruption nel quadro delle skill utili per lavorare: non solo emergeranno nuove professioni ma si accorcerà la “durata” delle skill. In altre parole, se skill e competenze permettevano ai lavoratori di eseguire i loro incarichi per molti anni, la velocità dell’ tenderà sempre più a cambiare lo scenario. Nell’indagine si riporta l’esempio dei robot o dei sistemi di machine learning: più che sostituire completamente il lavoro delle persone, potrebbero farsi carico di alcuni loro specifici task, “liberando” così il tempo di lavoro da riconvertire per altri impieghi.

Cosa fare?

L’analisi del Wef evidenza molte criticità cui l’organizzazione risponde evidenziando quanto è possibile fare per far si che la digital disruption sia soprattutto una opportunità: “le recenti discussioni sulle conseguenze sull’occupazione si sono spesso polarizzate tra coloro che prevedono illimitate opportunità e prospettive migliorative per la produttività dei lavoratori liberi dai lavori di routine, e chi, invece, vede nel cambiamento effetti negativi con la massiccia sostituzione del lavoro umano. Entrambe gli scenari sono possibili. Saranno le nostre azioni di oggi a determinare se ci dirigeremo verso l’uno o l’altro” si legge nel documento.

I suggerimenti del Wef per affrontare quanto sta accadendo guardano prima di tutto alla formazione, lì dove imprese e governi devono subito attivarsi per cambiare modelli di impiego e sistemi educativi. E poi, puntare su un mix di interventi immediati, legati all’evoluzione del ruolo e delle competenze delle stesse funzioni delle Risorse umane, passando per la costruzione di nuovi approcci per la pianificazione del lavoro e alla gestione dei talenti grazie ai data analytics, e ancora puntare da subito su sistemi di lavoro flessibile e l’attivazione di piattaforme di talenti che possano lavorare e collaborare anche a distanza. Sul lungo periodo, invece, il Wef invita a ripensare il sistema scolastico e formativo superando la tradizionale dicotomia tra materie umanistiche e scientifiche in ottica di integrazione delle competenze, a incentivare il principio della formazione permanente e della necessità di attuare collaborazioni tra pubblico e privato sempre al fine di rendere skill e competenze collaborative e complementari. In sostanza il futuro, secondo il Wef, è tutto da costruire: se la quarta rivoluzione industriale sarà una opportunità o un ostacolo per il lavoro, dipenderà dall’impegno delle imprese e delle istituzioni.

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