Analogical side

Ma tutti questi mestieri “WebQualcheCosa”, hanno poi un mercato?

Community Manager

Due episodi recenti mi hanno ispirato questo titolo e questa riflessione: un post di Francesco Mercadante (“Disturbi da blogger”) e aver partecipato, in qualità di esperto di comunicazione organizzativa, alla selezione di alcuni profili digitali per un’impresa di medio-grande dimensione. Nella fase preliminare di lettura dei CV, mi sono trovato alle prese con un uso tanto ossessivo quanto spesso gratuito di “Human, Innovative, Transolver, Hero, Evangelist, Angel, Examiner…”. Ma in un mercato che, sia pur timidamente, comincia a dare segni di ripresa, quali profili professionali digitali interessano concretamente alle aziende? Parliamone, anche attraverso le mini storie di Paolo X e Sonia Y.

Tra hashtag e condizionali incauti

Paolo X, palestrato e tatuato quanto basta, mi guarda mentre scorro nuovamente il suo CV. “Leggo nel Suo profilo: HashtagSocial Media Metrics Innovative Mapper. Mi potrebbe riassumere, con un esempio, cosa fa?” Of course! mi risponde mettendosi a tappare furiosamente sul tablet e mostrandomi trionfante il suo sito: “My responsive website!”. Gli faccio presente che l’ho già visto prima il sito, ma comunque mi complimento per farlo rilassare. Poi insisto: “Me lo dica con un esempio, grazie!” Di nuovo “Of course”, poi parte con una narrazione ricca di hashtag verbali e, in maniera temeraria, anche di incidentali che avrebbero richiesto una maggiore confidenza con la grammatica e la consecutio. Alla fine mi sorride, assertivo: “Ecco, va bene come #storytelling di quello che faccio?”. E dice proprio così: HashtagStorytelling, mentre mima il cancelletto piegando contemporaneamente l’indice e il medio della mano sinistra. Gli dico che non chiedevo tanto, mi bastava solo un #esempio (sì, dico proprio HashtagEsempio; mi adeguo anch’io!). Poi provo a sintetizzare: “Insomma Lei analizza i dati e fornisce una reportistica graficizzata in 3D, chiara, parlante a prova di… stupido. E così?”. Si illumina e, all’immancabile “of course!”, segue un rammarico confidenziale: “Guardi… se sarei in tempo, lo mettevo così nel CV, come valore aggiunto del mio #PersonalBranding!”. Quel “se sarei” sono unghie sulla lavagna per le mie orecchie di vecchio analogico. Ricorro anch’io al tono confidenziale e gli sussurro che il “se ipotetico” richiede sempre il congiuntivo. Con e senza hashtag…

Mestieri che hanno un mercato

Promesso che poi vi dico come è finita la selezione, può essere utile riassumere quello che ho capito del mercato, lato aziende. Allo stato, vedo cinque profili che hanno già, e da tempo, una loro oggettiva ragion d’essere e sottolineo le caratteristiche alle quali imprese e selezionatori mi sembrano più attenti:

. Il suo compito è far crescere quanti-qualitativamente la comunità coinvolgendola, trasformando le critiche in occasione di dialogo, dimostrando che il Brand è capace di apprendere dai suoi utenti e mirando molto in alto: a fare del Brand un Love Mark. Empatia e capacità di interagire in tempo reale sono i talenti che non devono mancare a un Community Manager. È compito dell’azienda invece garantirgli il collegamento con i flussi di comunicazione interna, senza i quali potrebbe fare solo intrattenimento. Nei casi di grosse aziende, coordina anche l’attività di diversi Social Media Manager, che io considero il livello base dal quale poi crescere verso la funzione di Community Manager.

  (Search Engine Optimizer). È un ottimizzatore appunto, non un pubblicitario. Il suo compito è di portare il progetto, il sito, il prodotto che gli è Seoaffidato alla migliore visibilità possibile in rete, con riferimento al traffico proveniente sia dai motori di ricerca sia dai Social. Proprio perché è l’interprete di una disciplina in continua evoluzione, il suo talento è direttamente proporzionale alla capacità di provare, testare, collaudare non dando mai niente per scontato: non c’è cosa più fluida degli algoritmi adottati dai motori di ricerca. Le Serp devono essere nei suoi sogni e nei suoi incubi.

. Analizza e interpreta i comportamenti di navigazione degli utenti: chi, quando, dove, come accede al sito e vi naviga. Individua le navigazioni interessanti per possibili partnership e quelle potenzialmente dannose. Evidenzia cosa funziona nel portale, cosa deve essere migliorato, cosa scoraggia individuandone le cause. Sulla base di una analisi qualitativa propone le strategie di miglioramento. Le sue doti irrinunciabili: Il “Real Time”, soprattutto durante una campagna pubblicitaria o in momenti di crisi, e l’aggiornamento costante. Perché anche questa è una disciplina in perenne trasformazione.

Web editor (oggi, meglio ). Crea e alimenta costantemente i contenuti delle pagine web: testi, aggiornamenti multimediali, e qualsiasi contenuto riutilizzabile dagli utenti. Utenti che sono sempre più prosumer: consumano contenuti ma li producono anche, in perfetta coerenza con la filosofia del 2.0. Siamo passati in poco tempo dalla multimedialità alla crossmedialità, e oggi al web editor si chiede l’attitudine alla transmedialità: i contenuti prodotti devono essere adattabili a tutte le forme mediatiche per garantire la collaborazione e la più alta partecipazione possibile del pubblico. Un Web editor è tanto più bravo quanto più riesce a innescare sistematici processi di feedback e di co-creazione.

. A differenza del web editor non crea contenuti, ma cura i contenuti di altri: nel rumore di fondo di una informazione torrenziale, seleziona e aggrega fonti e notizie e ne cura la pubblicazione. Se preferite, è un co-creatore. I contenuti giungono sempre da diversi media, sia digitali sia tradizionali, provengono da autori diversi e quindi richiedono un’attitudine alla transmedialità. Dietro ai contenuti da filtrare, selezionare, riassemblare, mixare ci sono le persone che li hanno prodotti: ci vuole umiltà, sensibilità e attenzione alle citazioni, all’inserimento di link ipertestuali, alle Creative Commons, ai riconoscimenti. Comprese vere e proprie iniziative di Pr e Digital Pr. Ecco, a questa figura professionale si adatta bene la definizione di “HinnovHunter”, capace cioè di selezionare il meglio della Rete rispetto all’obiettivo dato.

Non è più tempo di Angel, forse di Caregiver

Nei CV e nei colloqui ho trovato troppi “nuovi mestieri”, nel senso che in realtà molti di questi sono qualità caratterizzanti un profilo professionale. Da un Web Analyst ad esempio, proprio perché è l’interprete principale dei dati sui quali costruire una strategia, mi aspetto che sappia predisporre una social media metrics map (o meglio, plan). Ma, con buona pace dello storyteller Paolo, quale azienda per consentirsi di avere uno specialista dedicato esclusivamente alla reportistica graficizzata?!

Così come dal tradizionale responsabile delle Pubbliche relazioni (PR), oggi mi attendo che abbia anche competenze da Digital PR, da chi si occupa di Comunicazione istituzionale oggi è legittimo pretendere un aggiornamento in termini di E-reputation management. E infine, sarebbe opportuno evitare nei CV, definizioni datate, e anche vagamente ridicole: passi per l’ormai polveroso Social Media Evangelist, ma il Social Media Angel…: è l’angelo custode che ci protegge dagli errori digitali? È la voce della coscienza aziendale? O l’antagonista del Social Media Devil?

E a quando, il Social Media Caregiver? Anche se poi, forse, l’idea di una badante per le aziende che, senza nessuna consapevolezza, si tuffano nei Social non sarebbe poi così balzana…

Community Manager

Ma com’è finita la selezione?

Ha prevalso Sonia Y, tra le più giovani dei partecipanti, risultata la più convincente in cinque colloqui con cinque interlocutori diversi.
È praticamente di padre lingua inglese (madre italiana), ma non ha mai usato un termine inglese quando c’era un corrispondente e pertinente termine italiano. Parlava con frasi brevi e senza incidentali, con la chiarezza della semplicità. Ha presentato il CV in un unico foglio (“perché se le cose che hai fatto sono significative, non c’è bisogno di enfatizzarle; se non lo sono, fai perdere tempo a chi legge”) e quando le è stato chiesto di analizzare un Epic Fail e dire quale sarebbe stata la sua strategia per la gestione della comunicazione di crisi, l’ha fatto in maniera puntuale e sorprendente. E ha citato altri Epic Fail, anche più pertinenti del caso sottopostole.

Alla domanda di rito del Direttore Risorse Umane (Perché dovremmo assumerla e che cosa chiederebbe all’azienda?) ha risposto: “Perché è vero: vi manca un Community Manager e io penso di esserlo. All’azienda chiederei, nell’ordine:

  • la garanzia che avrò a disposizione le informazioni aziendali per fare questo mestiere
  • una tipologia contrattuale rassicurante
  • un sistema premiante legato ai risultati.

E quando quello ha insistito con l’ultima e un po’ melliflua richiesta (Qual è il suo difetto nascosto?), ha replicato: “non è nascosto, è evidente: sono in sovrappeso. Ma è cioccolato, non dismetabolismo!”

È ufficiale, da lunedì 4 gennaio 2016, la consapevolmente paffuta Sonia Y sarà la Community Manager. Con competenze anche da Seo.

 

 

Marco Stancati

Marco Stancati

Oggi consulente per la comunicazione d’impresa, formatore, curatore d’eventi. Ieri manager aziendale, docente alla Sapienza di Roma (comunicazione Interna e Pianificazione dei Media), direttore responsabile di periodici. Da sempre buon nuotatore, da otto anni plurinonno e discreto fotografo. Da analogico che vive quotidianamente la fantascienza del digitale, scrive di fenomeni coinvolgenti, di motivante umanità e di ordinaria disumanità.

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