In Controluce

#ItalianDigitalDay: un Governo che parla di innovazione non vuol dire che governi l’innovazione

Innovation
Si è concluso ieri l’Italian Digital Day ed io, francamente, non so se essere più arrabbiato o avvilito. È triste vedere come nel nostro Paese si continui a confondere il governo dell’innovazione con un Governo che parla di innovazione.
  • Passi che c’è un Piano per la Banda Ultralarga al palo da mesi.
  • Passi che c’è un Piano Crescita Digitale che è una blanda dichiarazione d’intenti che guarda troppo alla Pubblica Amministrazione e troppo poco al Paese.
  • Passi che in nessun documento pubblico ci si occupa di definire una strategia che vada oltre l’apparenza e si preoccupa di arrivare alla sostanza delle cose: il ruolo della ricerca, il supporto reale all’innovazione (e da parte dell’innovazione) ai settori chiave del Paese, la promozione delle STEM, la digital & media literacy.
  • Passi che la governance dell’innovazione in questo paese è in mano a persone che vanno d’accordo nei convegni e si pugnalano nei corridoi.
  • Passi che si vola da un annuncio all’altro senza che mai qualcuno si preoccupi di render conto di ciò che si è fatto tra un annuncio e l’altro, alla faccia degli obiettivi S.M.A.R.T..
  • Passi pure che il nostro Presidente del Consiglio a Venaria ha appena detto, nel plauso generale del suo coro di accoliti, di essere favorevole all’attuazione di controlli a tappeto della popolazione tramite strumenti informatici per la lotta al terrorismo (nell’eterna lotta tra libertà e sicurezza pare evidente chi l’abbia spuntata ma attenzione: la libertà è un attimo a perderla, e ci vogliono anni per cercare di riconquistarla).

Ma è sempre più difficile digerire il boccone amaro dell’inconcludenza spacciata per operosità quando la retorica del gufismo di regime è in grado di disinnescare ogni critica, eliminando ad ogni forma di pensiero autonomo qualsiasi possibilità di incidere. Ed è forse questo disconoscimento preconcetto e strutturale della critica l’elemento di maggior rischio, oggi, nella discussione attorno al digitale. Elemento che è alimentato ed estremizzato dal costume tutto italiano di ridurre qualsiasi cosa ad una guerra tra fazioni: o sei pro o sei contro. Non manca nemmeno nel digitale – quel digitale italiano pure così povero e desolato – lo scontro tra fronti contrapposti. Sono i goliardici “digital minions” a schierarsi contro i pomposi “digital champions”. Due schieramenti all’interno dei quali – singolarmente – si trovano persone di rara competenza e grande disponibilità. Ma che trasformati in fazioni riescono inevitabilmente a trasformare ogni confronto in zuffa.

Eppure il nostro paese non avrebbe bisogno di zuffe, ma di confronto ragionato. Un confronto che oggi è particolarmente difficile per una complessa concatenazione di eventi:
  • I (s): La storia è nota. Un equivoco giocato sul plurale inglese di Champion per il quale una figura istituzionale genera un’associazione privata e quest’associazione si muove sul territorio come se fosse una struttura istituzionale. Un modello mal concepito che – non potendo risolvere i problemi che strutturalmente genera (conflitto d’interessi dei soci, presenza di sponsor privati, mancanza di competenze diffuse, focalizzazione sulla PA, mancanza di un reale processo di selezione all’ingresso ed altro) solo nella migliore delle ipotesi avrà un impatto neutro sul territorio. Tuttavia quella dei Digital Champion(s) è la macchina perfetta, per questo Governo.  Sono tutti dentro, quindi nessuno critica. Qualche esempio? Basta dire che un’associazione che vede al suo interno i maggiori esperti italiani di Open Data in oltre un anno di attività non è riuscita a pubblicare il dataset dei suoi iscritti. Alla faccia della trasparenza. Basta dire che molti dei membri attivi di questa associazione avrebbero fatto fuoco e fiamme per le dichiarazioni odierne di Renzi sulla sicurezza, eppure tutto tace. Alla faccia della coerenza. Insomma: un buon modo per disporre di un esercito di alleati pronti a schierarsi compatti contro chi vuole discutere e scostarsi dall’opinione del capo. Un cocktail fatto per una parte di persone competenti, per una parte di persone in buona fede e per il resto di un buon numero di altre persone deficitarie di una o di entrambe le caratteristiche precedenti.
  • L’innovazione di regime: il primo risultato è che una dinamica per certi versi settaria ha generato una vera e propria “innovazione di regime”. Chi è all’interno del cerchio magico ha diritto di parola e d’azione. Poco importa la competenza, meglio un buon Klout Score. Chi è al di fuori di esso passa invece per essere un indignato di mestiere. Il risultato? Chi non è allineato al regime degli innovatori fedeli al leader (o all’innovazione di regime) è di fatto estromesso. E chi teme di essere estromesso talvolta diventa magicamente allineato. Un vero e proprio circolo virtuoso. O vizioso?
  • Il digitale degli storyteller: Viviamo nell’era dello storytelling. Ma non può esistere storytelling senza una vera storia da raccontare. L’incontro di Venaria è stato paradigmatico in tal senso: un insieme di storie piccole e meno piccole, ma qual è la trama che le collega? Qual è la storia per il Paese? E quale la morale? Raccontare storie non basta per generare e supportare l’innovazione. Quanto a raccontare storie, va detto, il nostro Digital Champion Riccardo Luna è imbattibile. Non a caso è il suo mestiere. Tuttavia anche il più grande degli storyteller ha difficoltà se deve raccontare una storia che non c’è, e capita che per mantenere alta l’attenzione la sostituisca con tanti piccoli aneddoti. Ma se a mancare è la storia principale, che è la strategia digitale per il paese, il rischio è che lo storyteller finisca per inventarsi anche storymaker, ed è subito Genova. In sostanza la dimensione narrativa del digitale ha ormai di gran lunga sopravanzato quella sostanziale. Le storie si sono allontanate così tanto dalla realtà al punto da esser prossime a trasformarsi in racconti di fantascienza. O Fantasy, per chi preferisce il genere.
  • Dal Pop al Trash: Il rischio delle storie poi, quando si allontanano dai fatti, è che tendono a semplificare troppo la realtà. La narrazione del digitale alla quale stiamo assistendo banalizza a tal punto i problemi da far perdere la percezione della sottile linea di confine tra l’importanza di arrivare alle persone – ossia di essere realmente “pop” – e quella di diventare inesorabilmente trash. Nel Governo dei Tweet e delle Slide l’innovazione diventa quel trash che nella migliore delle ipotesi attira senza impegnare, incuriosisce senza destare davvero interesse. Insomma: vale un po’ di impegno, ma non richiede investimenti veri. Ma banalizzare l’innovazione è pericoloso: fa perdere di vista il ruolo del digitale nel supporto ai problemi reali. Fa pensare davvero che basti qualche nativo digitale per risolvere i problemi delle aziende, delle amministrazioni, del paese. Per sviluppare un ecosistema fertile per l’innovazione serve il coraggio di sviluppare una politica economica che la supporti, la visione per comprenderne le dinamiche, la forza per imporre un modello, la competenza per attuarlo. Non basta raccontare di alcune idee nate in un garage, o in un FabLab. Troppo spesso ci dimentichiamo che le aziende nate nei garage che hanno fatto la storia sono sì nate in un garage ma al piano superiore dello stesso stabile avevano Università come Standford, o il MIT. In un paese così rigido da pensare che serva un albo anche per le startup innovative la flessibilità di far parlare i garage con le aule universitarie non può che apparire una chimera. Insomma: confondere innovazione ed innovatività e rappresentare la digital transformation come un gioco per bambini è drammaticamente pericoloso. Ne hanno già fatto le spese in tanti. Non vorremmo dover essere i prossimi.

L’Italian Digital Day che si è concluso ieri è stata la celebrazione della narrazione che ha il sopravvento sulla sostanza. In molti attribuiscono la responsabilità di ciò al Digital Champion, ma in fondo è forse quello che più di altri ha chiara la sua mission (al netto dei problemi sostanziali e tutt’altro che secondari della sua associazione). Il problema è che se non c’è molto da divulgare a poco serve un divulgatore. Abbiamo la narrazione. Peccato che, malgrado le sue celebrazioni, narrare non basti più.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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