#EpicFail

Perché l’allarme bomba circolato su WhatsApp è il rovescio della medaglia di #PorteOuverte

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Casomai ci fosse bisogno di dirlo, tutto ciò che è successo sul web in questa settimana dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre ha dimostrato come i social network siano ormai quasi perfettamente integrati nel nostro modo di vivere. Ne è stato un esempio #PorteOuverte, l’hashtag diventato virale mentre l’attacco era ancora in corso e che aveva come scopo non soltanto quello di diffondere informazioni a un pubblico generico, ma di generare un’azione immediata, mirata e individuale, non di gruppo, ma tra due persone fino a quel momento estranee.  

WANon sempre però questo meccanismo innesca un’azione che porta a conseguenze auspicabili: lo ha dimostrato quello che è successo tra giovedì e venerdì, quando sui cellulari dei cittadini romani ha preso a circolare un messaggio trasmesso via WhatsApp che, in estrema sintesi, diceva di tenersi lontano dalla zona della movida romana perché quasi sicuramente obiettivo di un nuovo imminente attentato dell’Isis.

Riportare in dettaglio il contenuto del messaggio non è di alcun interesse in questa sede, tanto più che nelle ultime 48 ore questo è comparso praticamente ovunque. Più interessante, invece, soffermarsi su alcune sue caratteristiche: prima di tutto non si trattava di un tweet o di uno status su Facebook ma di un messaggio che circolava su WhatsApp, popolarissimo servizio di instant messaging per smartphone – praticamente una chat sempre connessa con qualsiasi dei nostri contatti – utilizzato da 900 milioni di persone in tutto il mondo. Il fatto che questo messaggio sia circolato su WhatsApp, è cruciale per comprendere perché le cose siano andate così: un tweet o un post su Facebook, avrebbero potuto passare inosservati, ma qui si parla di un messaggio che arriva direttamente a te, sul tuo telefono, con una notifica che ti avverte. Un messaggio che ti arriva da uno dei tuoi contatti e non da un utente sconosciuto, e che per questo motivo non solo non può essere ignorato, ma assume immediatamente molta più credibilità.

Un altro dettaglio importante è che non si trattava di un messaggio di testo, ma di una nota audio: la registrazione di una telefonata di una madre che spiega alla figlia di non recarsi in determinati luoghi del centro di Roma e di «avvisare quanti più amici possibili» nel tentativo di tenerli lontani da quello che veniva considerato un pericolo concreto. Nemmeno questa è una cosa di poco conto: quella di scambiarsi note audio è un’abitudine piuttosto diffusa tra gli utenti di Whatsapp, soprattutto tra i più giovani. E, in effetti, non è la stessa cosa leggere di non andare in un posto perché potrebbe esserci una bomba e ascoltare una voce palesemente allarmata che dice a una ragazzina di non andare nel centro di Roma.

Insomma, la mamma dice alla figlia che c’è pericolo e di avvisare tutti i suoi amici, la figlia registra la conversazione, ne fa un breve file audio, lo manda ai suoi amici. Gli amici lo mandano agli amici e poi agli amici degli amici. È il principio che guida tutti i contenuti “virali” che circolano sul web, lo stesso principio delle catene di Sant’Antonio.

Morale: in capo a poche ore la nota audio raggiunge circa 2 milioni di persone in tutta Italia. Si parla di procurato allarme e nella faccenda interviene perfino Matteo Renzi che, sempre con una nota audio su WhatsApp, rassicura tutti e sottolinea l’importanza di non farsi fregare dalle bufale. La madre e la figlia coinvolte si presentano poi alla polizia per chiarire l’equivoco. La ragazzina dirà di aver diffuso il messaggio sotto forma di nota audio perché “aveva paura che gli amici non le avrebbero dato retta” e perché “un adulto le aveva detto di farlo”.

E in effetti, al netto del casino provocato, la ragazzina ha dimostrato il pragmatismo tipico dei nativi digitali: le hanno chiesto la massima diffusione del messaggio e lei l’ha fatto con la migliore strategia che poteva mettere in campo, cercando di renderlo il più credibile possibile – ha scelto di diffondere la voce originale, la voce di un adulto che dice di aver ricevuto un’informazione dal Ministero degli Interni – e utilizzando una piattaforma dove sapeva che quel messaggio non sarebbe stato ignorato. A questo, aggiungiamoci il contesto: l’attentato di Parigi ancora vivo nella memoria di tutti, gli attentatori che prendono d’assalto i luoghi di svago frequentati dai giovani, la paura di nuove stragi e il senso di voler “fare qualcosa”. Come non poteva diventare virale, quel messaggio audio?

Purtroppo, l’accuratezza con cui ha diffuso il messaggio non colma due falle fondamentali: la prima è la mancata verifica della fonte originaria, ovvero se l’allarme attentato fosse fondato o meno. La seconda, invece, è che nessuno ha pensato a che tipo di azione si sarebbe innescata oltre a quella del semplice “passaparola”.

Le cronache dicono che la madre avrebbe poi raccontato con costernazione che il suo intento era solo quello di proteggere la figlia e che «non immaginava» che la sua raccomandazione «sarebbe diventata virale». Ma non era stata lei a dire alla figlia di «fare un passaparola», per «salvare quanti più ragazzi possibile?»

È questo il punto: la madre – ma avrebbe potuto essere chiunque – ha chiesto di far diventare virale un contenuto senza avere idea di cosa questo comportasse veramente. È come se chi avesse messo a disposizione casa propria con si fosse poi rifiutato di far entrare in casa le persone che si fossero presentate alla porta in cerca di un posto sicuro dove stare perché non pensavano che sarebbe davvero arrivato qualcuno.

Esattamente come per #PorteOuverte – che scatenava un’azione sul web per provocarne un’altra nel mondo reale – anche la faccenda dell’allarme bomba su WhatsApp si è sviluppata grazie a questo meccanismo: peccato solo che l’azione fosse del tutto inconsapevole e involontaria, portando a conseguenze tecnicamente da reato.

Quello che è successo in questo caso dimostra una volta di più come i social media dotino tutti i propri utenti della stessa “potenza di fuoco”: non è necessario essere “personaggi famosi” o “avere tanti follower” per raggiungere un pubblico molto ampio, ci può riuscire chiunque “sappia come fare”. La competenza tecnica, tuttavia, non può prescindere dalla consapevolezza che i social network non sono mondi chiusi a sé stanti: quello che succede sul web prima o poi esce dal web e arriva nel mondo fisico, dove quel messaggio continua a vivere e modifica il comportamento altrui.

E sì, se dici a tua figlia di avvisare tutti i propri amici perché presto ci sarà un attentato, tecnicamente si può configurare il reato di procurato allarme. Ma più che nelle aule di un tribunale, questa storia dovrebbe stare nelle aule delle scuole: solo formando utenti consapevoli si potranno avere – nei momenti di emergenza come nella vita di tutti i giorni – sempre più esempi virtuosi come #PorteOuverte e meno “incidenti” come quello dell’allarme bomba su WhatsApp.

Lesson Learned: Quello che fai nel “mondo virtuale” ha conseguenze reali, e il tuo atto comunicativo ha un raggio d’azione molto più ampio di quello che potresti volere.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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