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Da #AllertaMeteoLG a #PorteOuverte: noi, i social network e le situazioni di emergenza

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Durante la sera del 13 novembre 2015, Parigi è stata teatro di una serie di attentati coordinati che hanno provocato oltre 130 morti e numerosi feriti. Gli attentatori, come sappiamo, hanno agito colpendo vari obiettivi in punti diversi della città: le esplosioni allo Stade de France, dove si stava giocando Francia-Germania davanti a cinquantamila persone, le sparatorie davanti a tre ristoranti, l’assalto al Bataclan dove era in corso un concerto rock. Il caos è subito dilagato per tutta la città: è venerdì sera, sono da poco passate le 9, c’è tanta gente in giro e improvvisamente è la confusione più totale.

A differenza dei casi precedenti, dove le zone colpite erano più circoscritte o comunque limitate a un solo tipo di obiettivi, nel caso di Parigi la situazione è stata enormemente complicata dalla complessità degli attacchi, che sono avvenuti in rapidissima successione e contro diversi tipologie di locali pubblici e dal fatto che, per ovvie ragioni di sicurezza, la città è stata blindata: ferma la metropolitana, vari settori del territorio cittadino chiusi al traffico, divieto di transito anche ai tassisti.

Parigi è una città grande. E quando in una città ci si mette a sparare per strada nessun posto è sicuro, specialmente se non si può più tornare a casa con i mezzi e nei tempi preventivati. Così, mentre le autorità, l’esercito e le agenzie di stampa cercavano di capire cosa stesse succedendo esattamente, su Twitter si faceva largo l’hashtag . Centinaia di persone negli arrondissement interessati dagli attacchi hanno cominciato a diffondere via Twitter le proprie coordinate, offrendo un rifugio sicuro a quanti erano per strada senza sapere dove andare. Letteralmente: chiunque tu sia, se sei bloccato qui vicino e non sai come fare, ti ospito a casa mia finché non finisce tutto.

L’idea è tanto semplice quanto efficace: sfruttando l’immediato effetto virale, il contenuto raggiunge rapidamente sempre più persone, andando oltre le reti sociali dei singoli individui. Non c’è bisogno di “fare una telefonata”, non serve conoscere “un amico che abita qui vicino”, basta scorrere la timeline di Twitter in un momento in cui tutti stavano seguendo l’evolversi della situazione.

porteouverte#PorteOuverte ha colpito e commosso tutto il mondo: in molti hanno sottolineato l’aspetto umano di un’iniziativa che è nata e si è diffusa nel giro di pochi minuti, senza nessun tipo di coordinamento, grazie all’azione spontanea di semplici cittadini che, con un attentato in corso, decidono non di barricarsi per salvaguardare se stessi ma di aprire le proprie case a chiunque ne avesse bisogno.

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Quello che è successo con #PorteOuverte è il risultato dell’evoluzione del ruolo dei nei casi di emergenza, un ruolo che diventa sempre più importante e funzionale mano a mano che cresce la consapevolezza degli utenti nel considerare il web non più come uno strumento, ma come un luogo. Un luogo popolato da persone che stanno contemporaneamente sul web e nel mondo fisico: due mondi che interagiscono continuamente tra di loro.

Non è certo la prima volta che le conversazioni che avvengono sui social media – Twitter in particolare, perché funziona in modo da facilitare la diffusione rapida di determinati contenuti – si polarizzano attorno a un evento in particolare: si può dire che un gruppo relativamente piccolo di persone alle prese con una situazione di immediato pericolo riesce in qualche modo a fare massa critica e a “sovvertire” l’agenda del web, mettendo la propria conversazione in cima alla lista.

Uno dei primi casi, in questo senso, è il famoso hashtag , utilizzato dalla popolazione ligure e genovese nel 2011. IL 4 novembre di quell’anno, infatti, il capoluogo ligure venne devastato da un’ondata di maltempo che provocò alluvioni e allagamenti in tutta la città: quell’hashtag, utilizzato dagli utenti che vivevano a Genova e comuni limitrofi, è diventato il collettore di tutte le informazioni sulle zone più critiche della città, dove trovare aiuto e segnalare eventuali persone in difficoltà. La potenza di quella conversazione fu tale da catalizzare l’attenzione del resto degli utenti italiani che, pur non essendo direttamente coinvolti nell’emergenza, si fecero megafono delle informazioni utili, retwittando messaggi, diffondendo numeri utili e cercando di mantenere una certa disciplina quando la conversazione iniziava a farsi un po’ troppo caotica.

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#allertameteoLG, tuttavia, aveva evidenziato un cruciale problema di fondo: se non sei connesso non hai accesso alle informazioni. La mia comunicazione non ti raggiunge, e tu non sai che io sto lanciando un messaggio potenzialmente indirizzato anche a te. Va anche detto, purtroppo, che nelle situazioni di catastrofi naturali o di grande concentrazione di utenti in un determinato posto le reti telefoniche sono le prime a saltare. Le torri possono essere danneggiate o momentaneamente fuori uso. Eppure, quelle informazioni veicolate sui social network devono arrivare a destinazione.

Così un anno più tardi, durante l’emergenza causata dal terremoto in Emilia, oltre ai messaggi in cui ci si scambiavano informazioni utili comparivano anche le richieste di aprire le reti domestiche in modo da permettere a chiunque di collegarsi ai WiFi delle case degli emiliani che non avevano subito danni, in modo da restare connessi.

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La richiesta di aprire le reti domestiche nasce non solo dalla necessità di restare connessi per scambiarsi informazioni, ma anche dalla consapevolezza che quelle informazioni hanno un valore altissimo per tutti gli attori in gioco. Il mondo del web e quello fisico si toccano e si intrecciano ed è fondamentale per tutti restare in entrambi i mondi.

#PorteOvurte segna un passo in avanti in questo senso e aggiunge un tassello in più: l’azione nasce nelle case dei parigini, si propaga sul web e, invece che rimanere contenuto informativo, diventa una nuova azione che si svolge nello stesso punto dove era partita. Lo scopo di #PorteOuverte non era quello di fornire numeri di telefono o indicare luoghi sicuri a un pubblico generico, ma prendere persone potenzialmente in pericolo e metterle al sicuro.

Ovviamente, la cosa non è priva di rischi: perché scrivere il proprio indirizzo in chiaro su Twitter nel bel mezzo di un attentato terroristico non è una mossa particolarmente sicura, soprattutto considerando le modalità con cui il tutto stava accadendo. E infatti #PorteOuverte si è evoluto immediatamente, stabilendo delle regole: sono cominciate a piovere raccomandazioni a non divulgare il proprio indirizzo, ma a usare i messaggi privati per coordinarsi con le persone in cerca d’aiuto.

 PO#PorteOuverte è, prima di tutto, una meravigliosa risposta di solidarietà dei parigini e verrà ricordata come tale accanto all’orrore di quella notte. Ma, guardando al lato più tecnico, non si tratta soltanto della prova “dell’utilità dei social network”, come ha scritto qualcuno. #PorteOuverte segna un nuovo stadio evolutivo degli utenti dei social network che passano dalla generazione di contenuti alla generazione di azione. Non sono i social network ad essere diventati improvvisamente utili, siamo noi ad aver trovato un nuovo modo per usarli.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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