Open 4 Business

Gli ineffabili

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Gli ineffabili potrebbe essere il titolo di un film, e invece è una triste commedia degli equivoci che ha come protagonisti gli esponenti e tutti coloro che ritengono opportuno assecondarli nella loro attività diseducativa su un’ampia serie di argomenti: il , la sicurezza del software, i formati standard, e – non ultimo – il modello di business del software proprietario.

Partiamo da quest’ultimo: il modello di business Microsoft si basa su un costo di licenza estremamente elevato rispetto al valore del prodotto, che viene giustificato da un’articolata impalcatura legale che ruota intorno all’EULA (End User License Agreement) e da un’aggressiva attività di relazioni istituzionali che ha l’obiettivo di “stimolare” la disattenzione della classe politica.

open-sourceTutto questo, per proteggere un modello di business ormai obsoleto, che si basa sulla proprietarizzazione della conoscenza, in netto contrasto con la tendenza alla condivisione della conoscenza che guida da sempre la ricerca universitaria e scientifica, e dall’avvento di Internet anche le relazioni tra gli individui, e in modo particolare tra i giovani (che fanno della condivisione, in alcuni casi persino eccessiva, un autentico stile di vita).

Modello di business che viene “protetto” da un’aggressiva campagna di disinformazione sui formati standard e sulla sicurezza del software, che ha come risultato quello di confondere le idee degli utenti a tal punto da far cadere in errore anche coloro che dovrebbero essere informati sull’argomento, dato che tutti ormai viviamo all’interno di una realtà talmente offuscata da essere quasi convinti che i formati di Microsoft Office siano standard, e che Microsoft Office sia sicuro.

Al contrario, non esiste cosa più lontana sia dal principio sia dall’implementazione di uno standard dei formati di Microsoft Office, come hanno dimostrato le diverse decisioni a favore di ODF dei governi inglese, francese e olandese, così come non esiste una suite per ufficio vulnerabile quanto Microsoft Office, come dimostrano sia la ricerca indipendente commissionata a Symantec dal governo tedesco sia il database delle vulnerabilità gestito dalla Carnegie Mellon University.

Peraltro, i due problemi sono strettamente legati, in quanto sono proprio gli elementi proprietari contenuti all’interno dei file di Microsoft Office – che secondo Microsoft hanno il compito di garantire la compatibilità a ritroso, mentre in realtà servono solo a perpetuare il lock-in dei formati – a “trasportare” il malware, e a rendere intrinsecamente insicuri sia i vecchi che i nuovi formati.

Naturalmente, le presentazioni da parte degli ineffabili esponenti Microsoft sorvolano allegramente sui problemi di interoperabilità provocati dai formati non standard – la colpa è sempre del software che non legge quelle che sono delle vere e proprie antologie di offese alla standardizzazione (si va dall’incompatibilità con il Calendario Gregoriano alla triplice descrizione di uno stesso colore) – sia i problemi di sicurezza causati da questi formati.

E dopo aver sorvolato sui problemi importanti per gli utenti, che li obbligano – per esempio – a spendere più di quello che dovrebbero, per la protezione nei confronti del malware, si dilungano sulla disinformazione nei confronti del software libero, insistendo su una gratuità della licenza che in realtà rappresenta un fattore poco importante rispetto alla disponibilità del codice sorgente, e alla possibilità di sviluppare funzionalità e risolvere problemi che ne consegue.

Probabilmente non avverrà mai, ma sarebbe opportuno che gli ineffabili fermassero – anche solo per pochi istanti – la loro campagna di disinformazione per rispondere a domande elementari come le seguenti:

  1. Perché le versioni di un formato teoricamente standard come OOXML sono quattro (per tre versioni del software: 2007, 2010 e 2013)? Perché l’estensione è sempre la stessa, anche di fronte a formati molto diversi tra loro?
  2. Il formato OOXML prodotto da Microsoft Office 2016 si aggiunge a quelli già presenti sul mercato, o è lo stesso dei due formati di Microsoft Office 2013?
  3. Perché le ClearType Font sono state introdotte nell’EULA solo a partire da Microsoft Office 2007, la stessa versione in cui è stato introdotto il formato non standard OOXML? Perché non c’è nessuna menzione del fatto che le ClearType Font, proprio perché rientrano nell’EULA, non possono essere utilizzate da tutti gli utenti?
  4. Siamo perfettamente sicuri che il brevetto US 6624828 B1 (Method and apparatus for improving the quality of displayed images through the use of user reference information) associato alle ClearType Font, secondo il quale la visualizzazione delle font viene migliorata attraverso la raccolta di informazioni di riferimento sull’utente (user reference information) senza che quest’ultimo venga avvertito, rispetta la legge italiana sulla privacy?
  5. Perché il database delle Common Vulnerabilities & Exposures del Governo degli Stati Uniti – alimentato dai test indipendenti effettuati dagli specialisti di sicurezza – rileva oltre 100 problemi per Microsoft Office e meno di 10 per LibreOffice (negli ultimi tre anni)? Siamo di fronte a una cospirazione oppure Microsoft Office e i documenti OOXML – responsabili della maggior parte dei problemi – sono veramente molto vulnerabili, tanto da richiedere un aggiornamento ogni due settimane?

Le risposte sono facili. Saremmo veramente onorati se questa volta riuscissimo a ottenerle, invece di essere costretti a ripetere le stesse domande ad libitum come nel caso della contromigrazione del Comune di Pesaro.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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