Interviste

#SCE2015: cultura,dati utili e strumenti di accountability, ecco cosa serve alla democrazia del futuro

SCE2015

Sostenere che in Italia manca una vera cultura del dato, aperto o meno, che fa riferimento alla scarsa competenza scientifica insegnata e appresa sin dall’età scolare, non è una ovvietà. E’, invece, una pericolosa realtà che rende la trasformazione digitale di intere economie un processo non necessariamente orientato al successo. A cosa servono, infatti, servizi innovativi per la cittadinanza se la cittadinanza stessa non riesce a comprendere il “senso” e l’utilità reale di quelle innovazioni?
Ed è una realtà così, ad oggi, concreta che la Smart City Exhibition, che si terrà a Bologna dal 14 al 16 ottobre, ha voluto dedicare ampio spazio proprio al tema dei dati, della cultura, delle competenze e della democrazia.

“In questo paese, a prescindere se aperti o no, i dati non sempre vengono capiti perché c’è scarsa competenza scientifica di base: nelle scuole sulle si potrebbe fare molto di più per migliorare la qualità delle competenze scientifiche dei ragazzi” spiega Flavia Marzano, Presidente Stati Generali dell’Innovazione e fondatrice di Wister, Chairperson del convegno “Open data per la democrazia”: “lo dicono anche i dati PISA del rapporto Ocse: lItalia è al 35esimo posto tra i Paesi Ocse per quanto riguarda la formazione scientifica, un dato grave perché vuol dire, essenzialmente, che le giovani generazioni rischiano seriamente di non avere gli strumenti conoscitivi adeguati per leggere il reale che li circonda, fatto di dati, di connettività, di tecnologia diffusa.

E sul fatto che i dati saranno sempre più il pane quotidiano con cui cittadini, imprese, e Pa locale e centrale avranno maggiormente a che fare è, e vogliamo che sia, una ovvietà. Per effetto dell’IoT e della crescente diffusione di strumenti e servizi digitali che producono essi stessi una molte enorme di dati, prendere decisioni “data driven” al servizio della collettività deve diventare un’abitudine forte di chi amministra e uno strumento di comprensione forte per chi è amministrato.

I decisori della politica, spiega Marzano, “possono trovare nei dati, e lo diremo con forza nel corso del convegno, strumenti per orientare e definire azioni concrete a supporto della cittadinanza. Sapere, ad esempio, che in un dato quartiere c’è il 40% dei giovani senza una occupazione mentre un altro quartiere non ha queste cifre, permette di definire politiche adatte e agire con interventi mirati. Ecco perché servono dati fruibili anche grezzi ma aperti. Ma è anche essenziale che i dati siano leggibili da  computer (Machine readable) e integrabili pur provenendo da enti diversi, prospettiva che attirerebbe nel circolo virtuoso composto da cittadini e Pa, anche le imprese. Pensiamo se si potessero integrare i dati sulla mobilità di treni e di aziende di trasporti locali di comuni diversi: un’impresa potrebbe realizzare unapp che eviti il fastidio allutente di entrare e uscire in diverse applicazioni, una a seconda del comune in cui transita.

In sostanza le politiche nazionali hanno bisogno di dati per sapere dove sta andando il mondo: un decisore che legge i dati Ocse già citati potrà pensare di investire più in docenti e in formazione del mondo scientifico.” E anche i cittadini, ne hanno bisogno: “sapere se il mio sindaco investe il 30% delle sue entrate nel settore A e non B, aiuta a capire che tipo di politico è. Attenzione, parlando di Open data non stiamo parlando solo di trasparenza, la trasparenza è normata da tempo (dalle legge 241/90 in poi), ma per innescare un processo virtuoso in cui il cittadino è parte integrante dellinnovazione organizzativa della PA in cui vive. Ed ecco che ci siamo già spostati, spiega Marzano, sul tema dell’accountability: “tutti gli attori del territorio devono poter interagire in  modo più agevole per garantire maggiore partecipazione e collaborazione. Se una giunta comunale è in difficoltà su investimenti che mi interessano, come impresa posso decidere di intervenire a supporto oppure, come cittadino, posso decidere di aiutare la PA ad assolvere parte della sua funzione. Si crea una abitudine virtuosa che allaccountability associa la fiducia tra amministrati e amministrazioni.

Tutto questo però è valido e applicabile a una condizione: che i dati liberati siano utili. Su questo Marzano è chiara: “ad oggi non sempre lo sono. Non sempre ciò che la PA mette a disposizione della cittadinanza è un dato che abbia una utilità pratica ecco perché serve open goverment. La PA dovrebbe chiedere ai cittadini: quali dati volete che renda disponibili? E solo così che si attiva tutto il sistema Paese: la Pa, limpresa che vuole dati sulla mobilità, le associazioni che vogliono creare app a supporto di determinate categorie, etc.

Quanti e quali dati “liberati” sono in Italia offerti al territorio è uno dei molti nodi cruciali quando si parla di dati e lo conferma Responsabile Ufficio per l’innovazione digitale Formez Pa che modererà il convegno “Le nuove competenze e i nuovi mestieri nel mondo dei dati.” “Per quello che notiamo dai dati dell’osservatorio di Dati.gov.it in Italia i tassi di “liberazione del dato” si sono assestati: il numero di nuovi dataset percentualmente si è ridotto rispetto al passato il che, probabilmente, va a vantaggio di una maggiore qualità degli stessi” spiega Marras. E c’è anche un’altra novità di rilievo rispetto al passato: su molti di quei dati aperti compaiono anche strumenti di rapido accesso e rappresentazione. “Dunque più attenzione all’accountability e a dar conto di quello che si fa. Il dato aperto per la PA è come se fosse la garanzia che quello che viene raccontato in cruscotti e infografiche a corredo”.
Questo però non vuol dire che tutte le criticità siano state risolte: persiste un alto grado di disomogeneità, nel senso che temi analoghi in amministrazioni simili, producono dati disomogenei impossibili da confrontare “e per quelli strategici interviene quindi la PA centrale che li raccoglie con processi specifici passando per SIOPE”. Insomma, di certo ci sono primi segnali di attenzione ma c’è ancora molto da fare.

Il tema delle professionalità innovative che mancherebbero nella PA è un ostacolo per proseguire sulla strada della innovazione guidata dai dati? Non necessariamente, spiega Marras. Se intendiamo per professionalità innovative attori “tecnici” come i data scientist: “questa è una figura talmente avanzata e in evoluzione che è impossibile che la si crei all’interno della pubblica amministrazione, si dovranno per forza usare competenze esterne.” Se invece parliamo di leadership orientata all’innovazione, questa è un’altra storia ed è quella che serve realmente. “La PA ha bisogno di eleader, manager che comprendano cosa è un data scientist, che capiscano se e quando dotarsene.” Servono, quindi, figure interne che abbiano una visione strategica dell’importanza del digitale e di determinate competenze, nell’amministrazione del futuro.

La strada è quella della digital transformation che investe anche la pubblica amministrazione ma anche per Marras le competenze sono centrali: la Pa deve fare in modo che si diffondano adeguate competenze già a partire dalla scuola. “E’ un tema critico in Italia dove siamo davvero fanalino di coda rispetto ad altri Paesi. Da qui si evincono quali siano le due priorità maggiori per la PA: dare opportunità di crescita al Paese e garantire adeguati servizi.”

E siamo tornati all’inizio: “Se non ho cittadini capaci di fruire dei servizi innovativi come Pa rischio di fare servizi che non verranno mai usati, ma se non faccio servizi realmente innovativi i cittadini saranno meno incentivati ad usarli.”

Di tutto questo si parlerà nel corso della Smart City Exhibition 2015.

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