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#nonsolopesaro: facciamo luce sulle contromigrazioni

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Quando ho scritto l’articolo in cui affermavo che Microsoft, se era costretta a usare la contromigrazione del Comune di Pesaro da 600 PC per dimostrare che le migrazioni al sul desktop sono più costose – in termini di TCO e di efficienza – rispetto al software proprietario, non aveva nulla di meglio per poter dimostrare la sua tesi, ero ricorso – in modo provocatorio – allo strumento retorico dell’iperbole.

E invece, avevo centrato perfettamente il nocciolo del problema.

Microsoft, e i suoi sostenitori (ci sono esseri animati che mettono l’azienda di Redmond tra le esperienze di lavoro nei CV online, pur non avendo mai lavorato al suo interno, nella speranza – forse – di essere assunti), stanno proseguendo nella loro campagna di disinformazione sulle contromigrazioni a Microsoft Office sulla base di un ridotto numero di casi (che sono caratterizzati da diverse analogie, e sono l’archetipo di quello che NON si deve assolutamente fare quando si migra da Microsoft Office a una suite libera per ufficio).

Cominciamo con l’elencare le contromigrazioni che sono realmente avvenute:

  • Città di Helsinki, da OpenOffice a Microsoft Office nel 2011;
  • Città di Friburgo in Brisgovia, da OpenOffice a Microsoft Office nel 2012;
  • Città di Pesaro, da OpenOffice a Microsoft Office nel 2014.

E qui ci fermiamo, perché la contromigrazione della città di Monaco di Baviera sta solo nei sogni di Microsoft e non nella realtà (nonostante gli investimenti che l’azienda di Redmond ha fatto in questi anni, compreso il trasferimento della sede tedesca da Unterschleißheim a Schwabing, quartiere della capitale bavarese).

Lo dimostrano prima di tutto i 15.000 personal computer con sistema operativo Linux (Debian e Ubuntu), dove la produttività individuale è affidata a LibreOffice integrato con l’estensione WollMux. E lo dimostra anche il fatto che il progetto LiMux siede nell’Advisory Board di The Document Foundation, l’organizzazione a cui afferisce lo sviluppo di LibreOffice.

A questo punto, analizziamo le analogie tra le tre contromigrazioni “reali”, e verifichiamo i motivi per cui esse rappresentano – al contrario delle affermazioni da parte di Microsoft e dei suoi sostenitori – la conferma del fatto che le migrazioni al software libero sono possibili, a patto di rispettare alcune condizioni imprescindibili, descritte in modo abbastanza chiaro nel Protocollo di pubblicato da The Document Foundation:

  1. Prima di iniziare una migrazione, si deve fare un’analisi attenta della situazione esistente, per evitare che gli ostacoli alla migrazione – che esistono – si palesino in corso d’opera. Al contrario, questi ostacoli vanno individuati, affrontati e risolti in anticipo, come – per esempio – l’integrazione con i software delle terze parti, che rappresenta un problema solo se viene affrontata in ritardo e senza la dovuta attenzione.
  2. L’analisi deve essere seguita dalla comunicazione interna del progetto, che ha il compito di affrontare il problema della “resistenza al cambiamento” insito in tutti i progetti di questo tipo. Una comunicazione trasparente permette di gestire la maggior parte delle criticità, fermo restando che in qualsiasi progetto esiste un 3% fisiologico di rifiuto al cambiamento, qualsiasi esso sia.
  3. La comunicazione deve essere seguita dalla formazione, che ha l’obiettivo di spiegare agli utenti come sfruttare nel modo migliore le potenzialità del software, e soprattutto di come affrontare le inevitabili differenze tra il vecchio e in nuovo software (specificando in modo chiaro che si tratta di due progetti distinti, che non sono stati concepiti per essere l’uno il surrogato dell’altro, ma per rispondere – in modo spesso diverso – alle stesse esigenze di produttività degli utenti).
  4. La formazione non è completa se non viene affrontato anche il tema dei formati standard (e di dettagli non banali come quello delle font libere, in alternativa alle font proprietarie), che gli utenti – e non solo – ignorano completamente, e che rappresenta il principale ostacolo all’interoperabilità.
  5. Dopo l’analisi, la comunicazione e la formazione, si procede all’installazione di LibreOffice, che a questo punto non rappresenta più un oggetto misterioso, ma è – molto semplicemente – una nuova applicazione da utilizzare, e nei confronti della quale esercitare la propria curiosità (invece che una più che ovvia resistenza al cambiamento).
  6. Una volta chiarito tutto questo, e specificato che tutte queste attività hanno un costo (che rappresenta il costo del software libero, ed è non solo inferiore a quello delle licenze proprietarie, ma rappresenta un indispensabile trasferimento di conoscenza, e quindi un valore aggiunto fondamentale), è necessario sottolineare – e ripetere fino a quando non sarà chiaro a tutti – che a Helsinki, Friburgo e Pesaro l’analisi è stata fatta male, la comunicazione è stata completamente ignorata, e la formazione è stata fatta solo dopo l’installazione (quando il meccanismo della resistenza al cambiamento era già scatenato).

Tre casi di fallimento annunciato, dove Microsoft ha avuto terreno fertile per la sua attività commerciale. Tre casi che non rappresentano nel modo più assoluto la realtà delle migrazioni al software libero, nonostante i tentativi di disinformazione da parte di Microsoft e dei suoi sostenitori (quelli che vorrebbero essere assunti dall’azienda di Redmond).

Le migrazioni al software libero sono possibili, ma non sono alla portata di tutti. Quelli che pensano di poter fare tutto da soli perché “LibreOffice funziona bene, e fa le stesse cose di Microsoft Office ” (affermazione che corrisponde alla realtà, ma non tiene conto delle variabili innescate da un processo di migrazione), e pensano – soprattutto – di poter affrontare una migrazione a costo zero, dovrebbero evitare di affrontare il progetto, e contrattare un prezzo migliore per Microsoft Office.

Altrimenti, saremo implacabili, e li metteremo nel calderone di .

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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  1. Attilio A. Romita

    10/10/2015 alle 00:42

    La nota del prof. Vignoli si articola in varie parti.
    Una parte iniziale dedicata alla sua avversità di principio per Microsoft e che non ritengo di commentare: sono suoi problemi.
    Una parte centrale dedicata al change management tutta da condividere perchè ricalca esattamente il Manuale del giovane Change Manager.
    Una parte finale che mi sento di dover commentare anche alla luce di qualche anno di esperienza che è andata un po oltre l’uso dei prodotti Microsoft sia come Cliente che come Fornitore e come Consulente.
    La prima osservazione parte da una domanda: “Perchè affrontare il passaggio costoso, complesso e forse di incerta riuscita a dei sistemi diversi da quelli che funzionano bene nella mia realtà e che, al costo di una manutenzione sempre presente, mi garantiscono un continuo sviluppo?”
    La banale risposta “perchè così sono libero” non mi sembra commercialmente valida, perchè anche con il cosiddetto sw libero sono soggetto ad un gruppo di volenterosi e bravi specialisti che mi danno una certa sicurezza di adeguare il sw libero agli sviluppi del mercato e quindi non sono ne garantito ne libero.
    Non conosco le percentuali di Utenti Pubblici e Grandi Utenti che preferiscono un sw libero ad una sw fornito da una grande azienda che ha tutto l’interesse a fornire il meglio ai suoi clienti. Vorrei far notare che in queste analisi percentuali non possono e non devono essere considerati i piccoli utenti personali o legati a piccole entità perchè fanno massa numerica, ma hanno esigenze e necessità di garanzie completamente diverse.
    Come si può notare non ho fatto alcun commento sui i cosiddetti “ritorni” che con una battuta potrei definire “rinsavimenti” di qualcuno che aveva inseguito la falena della libertà e poi ha dovuto ricredersi. Il motivo è facile da trovare: quella pseudolibertà non poteva dare nel tempo le garanzie e le certezze di sviluppo legate, come ho detto prima, a gruppi di volenterosi sviluppatori volontari.
    E il prof. Vignoli insiste che per cambiare ci si deve affidare a specialisti che tracciano il percorso e decidono per noi. Io insisto perchè devo cambiare se già posso cambiare se già posso contare su una società specializzata che nel tempo mi ha garantito una vita serena.
    Grazie per l’attenzione.

    Grazie per la pazienza.

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