#EpicFail

#AskTrump: l’errore di pensare che “tanto a te non può succedere”

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Non offrirti mai di rispondere a domande alle quali… Non sai rispondere. Se non ha imparato in tempo la lezione del “mai dare carta bianca agli utenti” forse avrà imparato almeno questo.

Non si tratta di una novità: un personaggio pubblico ha la bella idea di prestarsi a una sessione di “domande e risposte” su Twitter e gli utenti dirottano la conversazione con domande “stupide” per ridicolizzare il personaggio in questione e far finire tutto a tarallucci e vino. Ma quando il “personaggio pubblico” è un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, tutto diventa più interessante. Specialmente se si tratta di Donald Trump.

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Un paio di settimane fa il magnate statunitense, oggi in corsa alla Casa Bianca per il Partito Repubblicano, ha pensato bene di rendersi disponibile per un’ora di Q&A su Twitter, rispondendo direttamente dalla sede newyorchese di Twitter. Il Question&Answers è esattamente quello che sembra: gli utenti fanno una domanda – qualsiasi domanda –e il personaggio di turno risponde. Poiché non si può mettere un filtro alla pubblicazione dei tweet, sull’hashtag di riferimento in genere arriva di tutto, soprattutto se l’opinione pubblica è particolarmente sollecitata sul tema.

In effetti perché lasciarsi scappare l’occasione di prendere un po’ in giro un candidato presidente, per di più in piena campagna elettorale, e soprattutto un candidato presidente che è protagonista del web in decine di parodie satiriche che partono dalla sua capigliatura e arrivano fino alla sua avversione per l’Obamacare?

Insomma, in men che non si dica, tra le domande più o meno pertinenti degli utenti cominciano a comparire tweet come questi:

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Si tratta per lo più di sfacciate prese in giro da parte degli utenti, che da mesi sono bombardati – e in alcuni casi sono essi stessi i produttori – di contenuti satirici su Donald Trump. E tra i tweet di puro scherno c’è chi solleva, sempre con toni sardonici, anche questioni legate al programma politico del candidato o alle sue passate dichiarazioni che hanno sollevato parecchie polemiche:

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Ora. Non è certo la prima volta che succede qualcosa del genere: le cronache del web sono piene di personaggi pubblici e brand che decidono di esporsi a quello che è un pubblico ludibrio assicurato. Nessun personaggio “in vista” è immune dalle critiche, e sappiamo bene che se anche la mamma di Bambi dovesse decidere di fare un Q&A su Twitter dal paradiso dei cartoni animati ci sarebbe qualcuno pronto a farle notare che non si portano fuori i cerbiatti quando nevica.

Solo per fare qualche esempio concreto, più o meno recente: BritishGas che risponde alle domande degli utenti all’indomani di un rincaro delle tariffe sul riscaldamento, l’ex rettore delle scuole di Washington D.C. che chiede se “ci sono domande” dopo aver chiuso decine di scuole e la CNN che lancia l’hashtag #AskACop mentre in tutti gli Stati Uniti infuria la polemica per l’uccisione di giovani afroamericani da parte di poliziotti bianchi.

 Insomma, non si può proprio dire che chi gestisce la comunicazione social di Donald Trump sia stato preso alla sprovvista da una reazione inaspettata degli utenti: il dirottamento di #AskTrump era largamente preventivabile, tanto che viene il sospetto che lo staff del candidato presidente non abbia applicato la cara vecchia politica del “purché se ne parli”, tanto più che alla fine dell’ora dedicata alle domande su Twitter, Trump ha addirittura pubblicato una foto dalla sede di Twitter a New York dicendo di «essersi divertito molto».

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Se così non fosse, però, chi ha avuto la bella idea di lanciare #AskTrump ha peccato di ingenuità, dimostrando di non sapere come funzionano le conversazioni su Twitter: è ovvio che in una normale conferenza stampa nessuno avrebbe il coraggio di prendere il microfono e chiedere a un candidato presidente perché abbia i capelli simili a una pannocchia, ma su Twitter, protetti dal relativo anonimato del proprio account e soprattutto dalla massa degli altri utenti, simili comportamenti non solo sono frequenti, ma anche socialmente condivisibili.

Pensare che gli utenti possano “avere rispetto” di un personaggio pubblico tanto importante è essere degli sprovveduti: più una persona è in vista e al centro delle controversie, più la comunicazione sui social diventa ad alto rischio.  Questo non significa che i personaggi pubblici non debbano comunicare sui social, rinunciando a un canale più informale per comunicare con il proprio target di riferimento: semplicemente, non ci si può permettere di lasciare che sia il web a guidare l’azione, nemmeno per un’ora.

Dall’altra parte, è ingenuo anche credere che una bagatella come quella di #AskTrump possa aver realmente spostato dei voti o rovinato la reputazione di Donald Trump. Niente di tutto questo: di certo, però, episodi come questi alimentano tutta una conversazione “parallela” sempre pronta a fare da contraltare alla comunicazione istituzionale. Cosa che rende la vita difficile a chi si deve occupare di questa comunicazione: se su cento tweet novanta sono di scherno, bisognerà lavorare il doppio per evitare che, a emergere e imporsi, non sia proprio quel tipo di conversazione che non può essere controllata, in quanto generata dal pubblico.

LessonLearned: Più sei grande e controverso e meno puoi permetterti di improvvisare nella comunicazione sui social media. Per quanto informale, questa dovrà essere studiata nei minimi dettagli e, per nessuna ragione, si dovrà lasciare qualcosa “al caso”.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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