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Elena Grandi e le community di software libero

Community

Sono una persona a cui piace costruire cose, sia come programmatore (per la qual cosa mi pagano anche) che come crafter/DIYer”. Così si definisce in sintesi Elena “of Valhalla” Grandi, attiva nel mondo del ed esempio di programmatrice impegnata nelle attività organizzate dai Linux User Group locali a sostegno della diffusione dell’open source. “Tendo a dare piccoli contributi alle distribuzioni che uso maggiormente – afferma Elena – quindi in passato ho partecipato ad OpenEmbedded e ad AUR per Arch Linux, ma negli ultimi anni sto usando prevalentemente Debian partecipando attivamente nella community”.

Come ti sei avvicinata alla tecnologia e perché?
Mio padre voleva un figlio maschio, non avendolo si è accontentato di far giocare me con il suo computer. Il risultato è stato che ho avuto a che fare con tecnologia fin da piccola, prima solo in modo passivo, poi iniziando a dover smanettare da sola con le configurazioni di DOS per poter far partire i giochi e da lì l’interesse è andato crescendo.

Se dovessi suggerire 3 buone ragioni per sposare il sw libero?
La prima ragione è uno dei punti del Contratto Sociale di Debian: “Le nostre priorità sono gli utenti e il software libero”: mentre molto software proprietario è scritto con l’intento di ottenere il più possibile dagli utenti, quello libero ha in generale lo scopo di fare qualcosa di utile per gli utenti, a partire dagli sviluppatori stessi.

Una seconda ragione, meno universale, è che il software libero è divertente ed è ideale per chi è appassionato di DIY o comunque ama personalizzare ciò che usa.
La possibilità di modificare i programmi che si usano tutti i giorni, sistemare i piccoli problemi o aggiungere funzionalità mancanti, e per di più poter condividere queste modifiche con chiunque e avere buone possibilità di vederle parte del programma “ufficiale” è qualcosa che nessun altro modello di distribuzione del software offre agli stessi livelli.

La terza ragione è che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la comunità del Software Libero non è composta da nerd monotematici, ma comprende persone dagli interessi più disparati e che vale la pena conoscere: non è per niente raro incontrare conversazioni che mescolano software e lavoro a maglia o amministrazione di sistemi e cucina o altre combinazioni inattese.

Quante donne incontri nelle community che frequenti e con quali ruoli prevalentemente?
Nei gruppi locali che frequento più assiduamente sono fondamentalmente l’unica donna: agli eventi sociali capita che ci siano anche le ragazze degli altri partecipanti, ma non sono particolarmente interessate né alla tecnologia né alla filosofia dietro al software libero.

Le cose cambiano nella comunità Debian, dove le donne sono comunque poche, ma non inesistenti; lì i ruoli sono abbastanza vari: pacchettizzazione, infrastruttura, ma anche pubblicità, grafica ed altro.

Quale potrebbe essere un modo per avvicinare le donne alle community di software libero?
Credo che non sia possibile avvicinare le masse femminili alla comunità del software libero senza prima aver superato gli stereotipi sociali che prescrivono quali hobby siano riservati a donne e ad uomini, e questo è un processo difficile, che non mi aspetto possa essere risolto in pochi anni.

Per il resto, avere comunità amichevoli ed interessate a dare il benvenuto ai nuovi utenti mi pare un buon metodo per avvicinare al software libero qualunque essere umano che sia già interessato
alla tecnologia.

Se dovessi dare una definizione di community? Quale quella che frequenti più volentieri e perché?
Una community è un gruppo di persone che ha degli interessi e un progetto comuni, uno o più piani per conquistare il mondo e che idealmente riesce a trovarsi di tanto in tanto per mangiare assieme.

Frequento volentieri tutte le comunità di cui faccio parte: la distinzione tra colleghi di progetto e gruppo di amici uniti dal fatto di credere in ideali comuni è molto labile e stare con degli amici facendo cose utili è un ottimo modo di passare il tempo.

Se dovessi spiegare perché no Facebook e dovessi consigliare delle alternative social?
Usando Facebook (o Twitter, o altri social network proprietari) si affidano le proprie comunicazioni ad aziende con interessi diversi dai nostri, che possono imporre condizioni arbitrarie a loro piacimento, senza neppure garantire trattamento simile a tutti gli utenti o qualunque tipo di garanzia democratica.

L’alternativa principale è costituita dai sistemi distribuiti: sistemi che, come già le email, permettono di avere un account su un qualunque server, comunicare con gli utenti di qualunque altro server che usa lo stesso protocollo; generalmente questi sistemi forniscono inoltre strumenti per poter migrare più o meno facilmente il proprio account da un server all’altro.

Il grande vantaggio di questa situazione è che l’utente non è più alla mercé del fornitore del servizio, ma ha la possibilità di scegliere tra più fornitori equivalenti ed eventualmente negoziare delle condizioni più adatte alle sue esigenze.

I due social network distribuiti che sembrano avere più trazione al momento sono pump.io e friendica: sul primo è più facile trovare server pubblici sui quali iscriversi, mentre sul secondo è più diffuso il modello del gruppo di amici che condivide risorse per gestire un nodo.

Entrambi i network sono al momento frequentati per lo più da appassionati di Software Libero e di diritti digitali, ma almeno in questi ambiti si incontrano numerose conversazioni interessanti.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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