Alfabeto Open

Alfabeto Open: G come Gratis (software “for zero price”)

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”
(Antoine-Laurent de Lavoisier)

Se c’è una cosa non banale da spiegare sul è che “liberonon voglia diregratis”.

La gente ti guarda davvero strano quando lo fai ed insisti a chiarire il concetto.

Hai appena spiegato che il programma è lì, bello pronto per essere scaricato ed è rilasciato sotto licenza libera, dunque con il permesso legale di usarlo, copiarlo, studiarlo, modificarlo, ridistribuirlo.
Hai fatto vedere che c’è un sito di progetto, con tanto di supporto e di community dove trovare la documentazione oppure l’aiuto di qualcuno.
Magari hai addirittura accennato alle opportunità che il software libero offre, al rispetto della legalità, al concetto di software come conoscenza, come bene collettivo globale…

Insomma, hai visto il dubbio e la perplessità iniziale del tuo interlocutore virare in una nuova luce, di interesse e gratitudine negli occhi, quando inevitabilmente…  Zac!
Ritorni daccapo e vedi quell’espressione sospettosa, gli senti pronunciare la frase “ah ecco, non è gratis…” e gli leggi immancabilmente negli occhi un’altra frase: “…era troppo bello, c’è la fregatura”.

Ho avuto l’istinto di dire “Sììì! E’ anche gratis!!!” innumerevoli volte, per poter riconquistare velocemente la fiducia dell’interlocutore, ma ogni volta mi mordo la lingua, desisto e cerco di spiegare meglio.

Ma perché si rimarca tenacemente il concetto che software libero non significhi software gratis?

free-beerGratis vuol dire che non si paga (“for zero price” direbbero gli inglesi).
Libero significa invece molto altro (“libre” direbbero sempre gli inglesi, proprio per distinguerlo dell’ambiguità del termine “free”), ovvero che il software è rilasciato sotto una particolare licenza detta copyleft. E’ dunque una questione di libertà, proprio quelle citate all’inizio, non di prezzo.

Libero = gratis” non è solo un concetto sbagliato, è soprattutto un messaggio fuorviante, una banalizzazione troppo superficiale (e dannosa) che poi si deforma, nello scenario collettivo, con “gratis = scarso valore” e infine, per una strana proprietà transitiva, “software libero = software di scarso valore”.  Niente di più facile.

Ci sono anche ulteriori elementi da valutare, probabilmente utili a capire meglio.

Vediamo prima il lato dell’utente (utilizzatore).

Quando si adotta un software libero non lo si fa mai gratis, soprattutto per un utilizzo in ambito professionale, ma si affrontano sempre una serie di costi che vanno a costituire il Total Cost of Ownership (TCO), con cui in azienda si calcola il suo Ritorno sugli Investimenti (ROI).

Questo TCO esiste sempre e non vale solo per il software libero: è il costo che un’azienda deve sostenere per implementare un qualsiasi progetto od utilizzare un oggetto.

Il TCO del software libero può contare sulla riduzione (o azzeramento) dei costi derivanti dall’acquisto delle licenze d’uso, ma deve comunque considerare altri costi “indiretti” come ad esempio quelli di assistenza informatica, formazione del personale, consulenza, system integration, etc.
Il TCO del software proprietario è del tutto simile, ma di certo risente negativamente ad esempio dei costi di licenza (e non solo quelli).

Ogni progetto degno di questo nome porta con sé delle analisi che tengono bene in considerazione il costo totale di possesso (TCO) di una soluzione ed è praticamente impossibile che questo sia uguale a zero, cioè “for zero price” o “gratis” che dir si voglia.

Ora passiamo al lato dello sviluppatore (produttore del software).
Che sia sviluppato da un’azienda oppure dai volontari di una community di persone, il software libero si porta dietro il costo di tanta, tantissima attività.
Tutto il lavoro delle community di persone, o di un’azienda, attorno al supporto di un prodotto libero nuovamente si porta dietro il costo di tanta, tantissima attività.
Questo non rende il software gratis, neanche nel tentativo più disperato al mondo di banalizzare il concetto.

Infine, consideriamo persino che siamo esonerati dal problema mondiale, o comunque anglosassone, per cui “free” (in lingua inglese, appunto) voglia dire sia “libero” che “gratis”, quindi non abbiamo bisogno di esempi esplicativi che ci facciano capire la differenza tra i due termini, come la famosa similitudine “free as in free speech, not as in free beer” ideata da R.M.Stallman.

Da noi “free software” si traduce serenamente con “software libero” ed il significato di libero e di libertà ci è chiaro (e si riferisce appunto alla licenza d’uso, non al prezzo).

Fidatevi… Non chiamatelo gratis. Vi ho convinto?

 

Andrea Castellani

Andrea Castellani

Tecnico informatico, gestisce la domanda del fabbisogno ICT in Regione Umbria presso il Servizio Politiche ICT. Membro del Board of Trustees di The Document Foundation (TDF), socio co-fondatore di LibreItalia ONLUS, fa parte del gruppo di coordinamento del progetto LibreUmbria per l’adozione di software libero in Pubblica Amministrazione. Utente GNU/Linux dal 2001.

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