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AirBnB riscuoterà, e pagherà, la tassa di soggiorno a Parigi

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, a partire dal primo ottobre, riscuoterà la tassa di soggiorno per chi alloggerà nelle strutture di sharing a , e verserà le tasse al comune. La novità è stata annunciata in queste ore e rappresenta uno dei molti accordi locali che il colosso Usa sta compiendo in diverse città del mondo: è già accaduto a San Francisco, città natale di AirBnB, con un accordo pacifico di via libera agli affitti di locazione tra privati, e anche con Amsterdam, la prima città europea con cui l’azienda ha concordato la medesima misura in via di attivazione a Parigi.

Il nodo del contendere è che la tassa di soggiorno che normalmente viene raccolta dagli albergatori, nel caso di case private, finiva per non essere pagata con notevoli perdite per le amministrazioni cittadine. Basti pensare che la Francia è uno degli stati in cui i cittadini più apprezzano i servizi di sharing economy e AirBnB nello specifico, e Parigi è la seconda piazza globale per il colosso di San Francisco. Un volume di affari enorme che coinvolge, nella sola capitale francese, 50.000 alloggi registrati a sistema.

Nicolas Ferrary, direttore di Airbnb in Francia ha commentato: “Sempre più persone condividono le loro case a Parigi più che in qualsiasi altra parte del mondo e questo nuovo processo assicurerà alla città di riceve più entrate della nostra community“.

AirBnB, proprio in queste settimane, è stata oggetto di aspre critiche e attacchi dagli albergatori di lusso di Parigi, che la accusano di concorrenza sleale: il circuito si è arricchito sempre più di alloggi di pregio che ricchi proprietari affittano in zone lussuose della città ma senza aver l’onere di sostenere le tasse che gli hotel sono chiamati a versare.

A partire da ottobre, dunque, per effetto dell’accordo, il colosso raccoglierà la tassa di soggiorno e la verserà nelle casse dell’amministrazione: si tratta di un extra di 0,83 euro a notte per persona, come previsto dalle norme parigine per gli immobili turistici non classificati.

Gli accordi come questo che si stanno moltiplicando testimoniano, e alimentano, quel processo di “normalizzazione” che porterà alla progressiva integrazione dei servizi di sharing, spesso considerati dalle categorie professionali “tradizionali” una minaccia allo status quo del loro business, quale ulteriore possibile opportunità, nel rispetto delle regole, per turisti e cittadini. 

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