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10+1 piccoli particolari (errati) nel rapporto Netics sul caso Pesaro

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Dello strano caso del Comune di che ha annunciato in pompa magna il ritorno a Office dopo la migrazione a OpenOffice abbiamo parlato abbondantemente ponendo domande specifiche alle quali nessuno si è mai degnato di rispondere. Se non, in questi giorni, in modo un po’ originale (o forse no come insegna la MicrosoftStoria) attraverso un altro articolo pubblicato da ZDNet in cui veniva citato un rapporto dell’ Osservatorio che metteva in evidenza un TCO (Total Cost of Ownership) di Office365 del 79% più basso rispetto alla soluzione open.

Limitandosi alla lettura del titolo ci si poteva anche fidare (come fanno purtroppo in troppi) e pensare che tanto rumore su Pesaro si era fatto per nulla.  Ma volendo approfondire anche poco, balzavano all’occhio 10 (+1) piccoli particolari non proprio corretti. Proviamo a trovarli insieme.

  1. Nell’articolo il link alla ricerca dell’osservatorio “indipendente” Netics si scopriva che non portava al rapporto perché ancora non pubblicato. Per averlo noi abbiamo chiesto sui social e via e-mail. Ci è stato spedito in questi giorni (per poi essere pubblicato), ma non sarebbe stato più corretto renderlo pubblico a tempo debito e senza sollecitazioni visto che porta la data del giugno 2015?
  2. Associare la parola indipendente ad una ricerca che nella prima pagina porta il marchio Microsoft e Soft Jam (la ditta che ha venduto licenze Office365 e altri ammennicoli necessari a far funzionare il tutto come si può consultare dalle determine pubblicate nel sito del comune di Pesaro) non è che sia proprio corretto. Ma l’indipendenza si sa che è un concetto relativo e anche molto fluido.
  3. A pagina 2 si legge “pensare a un funzionario della PA che nel buio del suo ufficio scrive un documento con un word processor…restando fuori dal resto del mondo è fortemente riduttivo”. Riduttivo e semplicistico (oltre che fuori luogo) è l’atteggiamento di chi pensa al funzionario che solo per il fatto di usare un programma di produttività individuale (come è anche Office 2013, per dire) è isolato dal mondo. Ripetiamo nei convegni che i software sono solo strumenti e che l’informatica è al servizio dei processi mentre qui si pensa che grazie ad un software al funzionario ritorni la vista (forse per la nuova luce), spuntino le ali e possa volare alto. E se questo fosse vero avremmo risolto ogni problema della PA.
  4. Sempre a pagina 2 si cita Pesaro come “esempio da prendere in considerazione rispetto all’analisi preliminare dei costi (e dei rischi) connessi a migrazioni a open source”. Personalmente eviterei di prendere a modello un Ente che butta 300k (per sua stessa ammissione) in una migrazione a software libero per poi rispenderne altri (non quantificabili adesso se non in un 100k di licenze) per ritornare ad una soluzione proprietaria. Se analisi attenta fosse stata fatta qualche anno fa, magari non ci sarebbe stato bisogno di tornare sui propri passi.
  5. Il comune di Pesaro si dice che “rappresenti un caso interessante in termini di innovazione” in quanto ha colto il significato di Comune 3.0 solo perché ha sposato il cloud computing e l’interoperabilità che si porta dietro. Al di là dell’ironia che si può fare sull’uso del 3.0, una volta l’interoperabilità dipendeva ad esempio dai formati e dagli standard che si sceglievano e non dal posto in cui stavano i documenti. Ma magari nel mondo 3.0 non sarà così (e non possiamo che esserne felici).
  6. A pagina 6 si sostiene che 5 anni fa Pesaro scelse il software libero “perseguendo la logica del risparmio”. Peccato quindi che i rapporti Netics Pesaro li commissioni soltanto ma non li legga, visto che nel rapporto Open source e spesa si sostiene (giustamente) che non sempre il software libero porta ad un risparmio e che occorre sempre valutare numerosi fattori. Del resto, la PA non sceglie software libero solo perché non ha soldi (altrimenti si chiamerebbe software di ripiego). Sceglie software libero principalmente per svincolarsi dai fornitori e per scegliere soluzioni aperte, sicure, affidabili e che invitano alla condivisione e collaborazione con altri soggetti.
  7. Sempre a pagina 6, per stessa ammissione del responsabile dei sistemi informativi Stefano Bruscoli, si dice che “si pensava che non ci fosse nessuna differenza per gli operatori nell’uso di OpenOffice”. Forse una leggerezza nell’affrontare un problema complesso come una migrazione da Office a qualunque altro programma che non sia marchiato Microsoft? La dichiarazione di Bruscoli, poi, che sostiene la grande difficoltà nel mantenere soluzioni ibride e presenza contemporanea dei due programmi per non aver potuto migrare macro di Excel e database di Access è un modo per costituirsi e dire: “Non abbiamo fatto bene la migrazione. Abbiamo iniziato ma non l’abbiamo portata a termine. Ci siamo fermati alla prima macro di Excel e al primo piccolo database fatto in casa dal funzionario triste (al buio) di cui sopra”.
  8. Finalmente le pagine con i numeri, come la 7 che riporta i costi per la migrazione a open source presi a riferimento anche per il calcolo del TCO. Qui compaiono 210.000 euro sotto la voce “costi iniziali di conversione dei file” e sono la voce più consistente, quella che alza pure il TCO ovviamente e che è stata dichiarata nel comunicato iniziale (sono i 2/3 dei 300k dichiarati, tanto per intenderci). Per scrivere una cifra come questa ci si aspetta che ci sia una fonte certa dalla quale arriva quel numero. Ma quel numero è il calcolo (fatto da Bruscoli, così come dichiarato a Paolo Vecchi tempo fa) “nasometrico”, elaborato con il metodo scientifico del “più e del meno”, del tempo speso dai dipendenti nel prendere un doc e aprirlo con OpenOffice per poi salvarlo e passarlo ad un collega per farglielo aprire con Microsoft Office. Insomma convertire e deconvertire a Pesaro era tutto un lavorare. Tanto che si è pensato che 15 minuti al giorno per dipendente venissero spesi per “inveire” contro OpenOffice e tutta la setta di softwareliberisti (sporchi) del mondo.
    E a pagina 8 il concetto viene rimarcato dicendo che
    “aver dovuto mantenere una situazione ibrida, concomitanza OpenOffice-Office, ha creato incompatibilità”. La domanda sorge spontanea: se uno il problema, come in questo caso, ce l’ha chiaro (e ce l’ha chiaro quello che nel rapporto viene definito il CIO) perché non trovare la soluzione più facile ovvero provare a terminare la migrazione eliminando la situazione ibrida? Perché non cogliere l’occasione della migrazione come fanno altri per togliere vecchie macro incrostate dagli anni e produrre qualcosa di più pulito ed efficace? Perché non rivedere i processi organizzativi ed eliminare e razionalizzare la gestione dei dati togliendo database fatti in Access, software che va bene per gestire le videocassette di casa (come suggeriva la stessa Microsoft anni fa) ma non va bene per gestire basi dati in PA?

  9. A pagina 9 si evidenzia ancora nel prospetto dei costi annuali della soluzione open la voce “perdita di produttività degli utenti finali” (la stessa del punto 8) pari a 379,46 euro ovvero i due terzi della cifra totale che viene poi confrontata con Office365. Nella tabella a pagina 9 compaiono “Costi operatività utenti finali” pari a 191,250 euro per OpenOffice ma a pagine 16 nella stessa tabella dei costi per Office 365 alla stessa voce compare ZERO. Neppure mezzo centesimo insomma per il tempo che i dipendenti di Pesaro potrebbero perdere per riconvertire di nuovo i documenti (dire che non ci sarà bisogno di conversione è dire una cosa falsa perché in molti casi c’è bisogno di conversione anche tra una versione Office 2000 e una 2007, per dire), per inveire contro la lentezza del cloud se non ci sarà adeguato collegamento, per inveire contro Microsoft per non saper utilizzare tutti gli strumenti sui quali ancora non sono stati formati e per cercare vecchi strumenti dentro le ribbon di Office365? Mezzo minuto di smarrimento a dipendente davanti a Office365 lo vogliamo prevedere? O siamo ottimisti?

  10. A pagina 12 l’ing. Bruscoli, dopo aver dichiarato che “il cloud è il futuro e che chi non sa cogliere le novità e rapportarsi con esse non sa fare bene il proprio lavoro”, sostiene di dover rinnovare la rete interna e il parco macchine (e noi su questo ci mettiamo la mano sul fuoco). E allora ci chiediamo, visto che Pesaro è un caso di eccellenza perché sa fare bene le analisi preliminari, perché non abbiamo conteggiato i costi per il NECESSARIO rinnovo di rete e parco macchine? Queste sarebbero state addirittura facilmente quantificabili come spese e non avrebbero costretto il CIO pesarese a immaginarsi lo scenario di funzionari al buio, incazzati (anche perché tristi davanti ad OpenOffice) per non riuscire a convertire documenti, incapaci di farlo tanto da perdere almeno un prezioso quarto d’ora al giorno.

10 + 1. A pagina 17 si sottrae dalla spesa annuale per utente un -75,31 per risparmi sul telefono e un -10,20 per un risparmio sulle trasferte. Ma non si poteva ipotizzare nel rapporto Netics che tanto prende in considerazione l’innovazione e l’apertura a nuovi strumenti che le telefoniche si sarebbero potute risparmiare con un semplice Skype o hangout (non a pagamento) e che le trasferte magari poco hanno a che fare con il trasporto dei documenti? O vogliamo immaginare il funzionario di Pesaro che oltre al buio e a OpenOffice doveva pure prendere la vecchia macchina del Comune e portare con un floppy disk un documento ad un collega di un’altra sede?

 

Anche stavolta abbiamo fatto delle domande che non avranno risposta. La risposta è dentro di voi, ma è quella sbagliata avrebbe detto Quèlo.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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3 commenti

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3 Comments

  1. Marco Alici

    26/08/2015 alle 09:23

    “Per non parlare di sicurezza, elemento non sempre adeguatamente considerato da chi sceglie soluzioni open source per loro stessa natura molto più vulnerabili”.
    Per dimostrare affermazioni come queste bisognerebbe citare le fonti, o almeno spiegare. Altrimenti è come postulare che gli asini volano.

    Infatti è esattamente il contrario, come ben sa chi conosce almeno un po’ l’argomento, e/o ha l’onestà intellettuale di capire come funzionano le cose.

    Altrimenti non si spiega, ad esempio, perché aziende come Google, Amazon, Facebook ecc. basino il loro business su infrastrutture di “vulnerabilissimo” open source come Linux.

  2. Paolo

    26/08/2015 alle 10:24

    Un discorso onesto sarebbe quello di considerare i costi di aggiornamento da MS-Office “classico” a MS-Office a ribbon e cloud:
    1) costo delle licenze
    2) costo di aggiornamento in formazione del personale
    3) costo del tempo perso a cercare la vecchia funzione nel posto sbagliato (che peraltro non c’e’ piu’)
    4) costo del nuovo hardware necessario
    5) valutazione dell’aspetto LEGALE del posizionamento geografico dei dati personali/sensibili
    6) valutazione dell’aspetto LEGALE dell’uso di software proprietari che trasmettono statistiche di utilizzo all’eterno dell’amministrazione.

    Ciao.
    PaoloPì

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