La Bella Terra

Perché la Dichiarazione dei diritti in Internet non serve e anzi fa danni

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Nei giorni scorsi è stata presentata la , redatta da una commissione presieduta dalla Presidente Boldrini. Nel leggere il documento finale la prima reazione potrebbe essere quella di dire “bene, si sostiene Internet, è un fatto positivo”. In realtà, più ci rifletto e più penso sia un danno sia di sostanza che di comunicazione. Provo a spiegare il perché di questa mia posizione.

La sostanza

Per andare sul concreto, provo a esplicitare i miei commenti su alcuni degli articoli del testo.

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A che serve questo articolo? Cosa dice che non sia ovvio? Stiamo faticosamente cercando di ripetere che Internet non è un “luogo a sé stante”, “senza regole”, e invece qui si esplicita che devono valere i principi che si applicano “al resto della nostra vita”. Non solo è inutile, ma anche dannoso perché rafforza il pregiudizio di molti e la confusione di tanti!

Ci torno.

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Questo articolo è confuso e sostanzialmente inutile. Per alcuni temi esiste l’antitrust. Ma, soprattutto, esiste il concetto di Servizio Universale. Esso dovrebbe definire ciò che viene garantito a tutti. Oggi, nel nostro servizio universale per i servizi di telefonia abbiamo ancora oggi questo tipo di voci (testo preso da Wikipedia):

  • la fornitura di elenchi telefonici cartacei;
  • la copertura del territorio con cabine telefoniche pubbliche;
  • la fornitura di un collegamento Internet con velocità di trasmissione minima di 2.400 bit/sec..

L’ultimo articolo non sempre è applicato nei tratti di rete coperti da vecchi apparati quali MUX e UCR.

La legge dovrebbe essere rivista con cadenza annuale dal Ministero delle Telecomunicazioni alla luce dei progressi della tecnologia, per determinare nuovi obblighi del servizio.

Finora dal Ministero delle Telecomunicazioni non sono state convocate consultazioni pubbliche sul tema.

Ecco, invece di fare quel che andrebbe fatto e cioè aggiornare a termini di legge questa definizione di servizio universale che è francamente datata, noi che facciamo? Una lunga lista di frasi general generiche che contengono anche affermazioni quanto meno imprecise come “ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità”. Che significa? Perché dobbiamo dirlo? Così non si instilla il dubbio che voglia dire “uguali prestazioni per tutti a parità di costo”? Dovremmo semmai parlare di “non discriminazione” e non di “parità”. E in ogni caso, perché dobbiamo dirlo? Forse che a norme vigenti qualcuno può discriminare o impedire che ci sia “parità di accesso” nel senso che sembra essere inteso dal testo della Dichiarazione?

E per parlare di altri bisogni ugualmente importanti, come per esempio quello ad avere una casa dignitosa, perché per essi non esiste una Dichiarazione dei diritti? Perché non si dice che a tutti deve essere garantita “parità di accesso” alla casa?

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Non più tardi di qualche settimana fa è stata approvata la riforma della scuola. In quella legge è scritto ciò serve?

  • Se si, è la dimostrazione che non servono queste dichiarazioni di principio e, se c’è la volontà, le cose si possono fare.
  • Se no, perché il Parlamento, che qui dichiara principi, per primo non li applica nel momento più importante della sua vita ed esistenza e cioè nell’azione legislativa?

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Non credo ci siano persone più convinte di me della necessità di avere una rete neutrale. Ma i termini usati dalla Dichiarazione vanno bene per un post di un blog o un articolo di giornale. È un tema complesso che non può essere affrontato con un paio di frasi general generiche che non dicono nulla o, peggio, dicono cose imprecise e sbagliate. Per esempio, io penso che una qualche forma di traffic shaping, effettuato in modo trasparente e per tipologia di servizio (non per applicazione singola) sia necessario per far funzionare la rete. Che vuol dire quindi “non subire interferenze in relazione al tipo dei dati … applicazioni”? Si dice che il traffic shaping è vietato tout court? Lo stabiliamo così, in due righe? Cosa dice alla fin fine questo articolo della Dichiarazione?

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Io non capisco. In primo luogo, si dichiara un principio che non so quanto sia fattibile. In secondo luogo, non si capisce il senso della frase “il diritto all’oblio non può limitare la ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata”. Mi sembra una contraddizione logica, quanto meno per il modo nel quale l’affermazione viene articolata e presentata.

Ancora una volta, non è possibile affrontare questioni così complesse in poche righe. Va bene per proporre qualche provocazione su un blog, ma non certo per un documento ufficiale del Parlamento.

Potrei andare avanti e discutere anche gli altri articoli, ma mi fermo qui.

La comunicazione

Si potrebbe dire che la Dichiarazione ha uno scopo educativo e di comunicazione. È una tesi che non mi convince per nulla. Primo non so quanti cittadini o imprese vadano a leggerla. Secondo, viviamo un momento storico nel quale le persone sono stufe di parole e vogliono fatti.

Ma al di là di queste considerazioni general generiche, ci sono almeno tre commenti puntuali che vorrei fare.

L’amico Fiorello Cortiana in un commento su Facebook sostiene quanto segue:

Qui l’utilità di un indirizzo come la Dichiarazione. Il Marco Civil brasiliano ha usato in questo senso la dichiarazione congiunta italo-brasiliana presentata all’IGF di Rio 2007. C’è da augurarsi e adoperarsi affinché anche la Dichiarazione appena presentata sia utile a generare/giustificare norme e politiche pubbliche concrete.

Concordo con l’amico Fiorello sul fatto che servano dichiarazioni di principio per guidare l’azione dei governi e dei parlamenti. Ma se i brasiliani “hanno fatto” ispirandosi a quanto insieme con loro abbiamo scritto nel 2007 (!!!), perché noi 8 anni dopo ricominciamo a parlare di “principi” invece di agire?

Siccome non siamo in grado di fare, dichiariamo.

Io credo che sia proprio questo uno dei limiti della politica di oggi: siccome si riesce a “fare poco” (non sto a discutere le cause), ecco che ci si rifugia nella retorica, nelle dichiarazioni, nei principi generali che di preciso nulla dicono, nulla vincolano, nulla implicano. Così veramente pensiamo di coinvolgere il paese in un percorso di crescita su questi temi?

Invece di dire che Internet è una dimensione della vita dove valgono le regole alle quali siamo tutti sottoposti, sembra che si debbano definire regole ad hoc.

Tutti i giorni siamo sommersi dalla superficialità (a volte interessata) di chi dice che “Internet è un luogo senza regole”. E noi invece di riaffermare con forza che così non è, cosa facciamo? Scriviamo dei principi per dire che dobbiamo applicare a Internet quel che vale altrove. È quanto di più diseducativo e controproducente si possa immaginare.

In sintesi

Lo dico con amarezza e dispiacere, ma non trovo altre parole:

è l’ennesima occasione persa.

Invece di fare quel che serve, discutiamo di presunti principi che ci dovrebbero guidare. E lo facciamo anche in modo confuso e controproducente.

A volte sembra proprio il destino amaro di questo paese.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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