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Silenzi che valgono come risposte

silenzio

Gli abbiamo scritto in tre a , il sindaco di Pesaro che ha annunciato in modo quasi trionfale il ritorno dell’ente a Office 365, ciascuno con una serie di domande circostanziate sull’opportunità dell’operazione.

Domande semplici, che in alcuni casi erano addirittura scontate, e non potevano che dare origine a una sola risposta.

Per esempio, alla richiesta della valutazione comparativa che motiva l’acquisto di un software proprietario rispetto all’impossibilità di usarne uno open source, che è un obbligo di legge, non si poteva rispondere che fornendo il link al documento, con un’operazione che richiede – se il documento è difficile da trovare – pochi minuti.

E invece, sono passati quindici giorni, e non è arrivata nessuna risposta. Tanto che, dopo un lasso di tempo così lungo, rischia di sorgere il legittimo sospetto che non sia arrivata nessuna risposta perché Matteo Ricci non sa quale risposta dare a nessuna delle domande.

Onestamente, sarei molto sorpreso da questa conclusione della vicenda, perché sono certo che il ha preso una decisione nel pieno rispetto della legge, e in totale indipendenza rispetto al fornitore del software.

Quindi, ripeto l’invito a Matteo Ricci a rispondere alle cinque domande poste da Sonia Montegiove, che riprendo pari pari dall’articolo pubblicato il 27 giugno:

  1. La prima domanda nasce spontanea: già che i 300mila si erano spesi, perché non prendere in considerazione – per esempio – il passaggio a LibreOffice? Perché buttare il lavoro fatto e costato per tornare a migrare di nuovo? E i costi di questa nuova migrazione, al di là delle licenze, perché non sono presentati?
  2. Perché si paragonano i 500 euro una tantum stimati per OpenOffice ai 118 euro prima (diventati poi nel corso del comunicato stampa 197 euro) di Office365, che rappresentano una spesa annuale?
  3. Sembra che i dipendenti del comune di Pesaro si rechino in trasferta nelle sedi decentrate per mettere un grassetto a un collega o per andare a prendere di persona un documento con una chiavetta USB. Non esistono reti interne che consentono la condivisione dei documenti? E non si può pensare a un sistema open source utile alla “collaboration” così come viene chiamata a Pesaro?
  4. Anche questa domanda sorge spontanea: con una spesa di 300.000 euro per la formazione, i dipendenti del comune di Pesaro avevano ancora difficoltà nell’uso dello strumento? Non sarebbe stato meglio fare qualche corso di recupero, allora, invece che ripartire da zero e riformare tutti i 600 (cosa non conteggiata ma che adesso il Comune dovrà necessariamente fare)?
  5. Ultima domanda: perché nell’atto non si è riportata la valutazione comparativa richiesta da AgID per l’acquisto del software? Magari uno schema di raffronto su costi e qualità sarebbe stato utile. O no?

Una volta fornita la risposta alle domande di Sonia, che sono sicuramente le più urgenti, anch’io vorrei avere una risposta alle mie, che sono un po’ più tecniche, e quindi richiedono sicuramente un po’ più di tempo:

  1. Quanto costerà, nel complesso, la gestione dei problemi di sicurezza che derivano dall’uso di un software intrinsecamente più vulnerabile come Office?
  2. Quanto costerà la gestione dei problemi di interoperabilità che derivano dall’utilizzo di un formato proprietario e inutilmente offuscato e complesso come quello delle diverse versioni di Office?

Immagino che il fornitore del software abbia preparato un testo in cui spiega – con dovizia di particolari – come un software che ha avuto 101 problemi di sicurezza in tre anni sia meno costoso da gestire rispetto a uno che ha ha avuti solo 9. Sono molto curioso di sapere come due aggiornamenti mensili riescano a essere meno costosi rispetto a un aggiornamento ogni quattro mesi. E sono altrettanto curioso di sapere dove ha sbagliato il Governo del Regno Unito, che ha deciso di passare a ODF – il formato di LibreOffice – per ridurre i costi legati ai problemi di interoperabilità dei formati di Office.

Per concludere, mi piacerebbe che anche Paolo Vecchi, che ci guarda da Brighton, ricevesse una risposta alle sue obiezioni.

Altrimenti, quello che oggi è solo un legittimo sospetto rischia di diventare una certezza, ovvero che le risposte non arrivano perché non ci sono, nemmeno dopo due settimane. Questo, purtroppo, sarebbe veramente un bel problema, e non per noi, ma per il comune di Pesaro e per Matteo Ricci, e di riflesso anche per il produttore di Office 365.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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