In Controluce

#IoT: Social Internet of Everything: un ibrido che non può essere sterile

È curioso quanto possano essere alte, in una società liquida ed in un mondo interconnesso, le barriere tra i saperi. Nella foga dell’iper-specializzazione rischiamo tutti di diventare come quel chirurgo che, arrivato ad essere il più esperto del mondo nella cura del dito mignolo, non era più in grado di riconoscere la mano nella sua interezza.

Non c’è giorno, ormai, nel quale non si assista all’ennesimo convegno sulle Smart City (pardon, ora è d’uopo parlare di Smart Community), sull’Internet of Things e sull’Internet of Everything, o magari sull’Internet of Everything & Anything Else. Come non c’è giorno in cui qualcuno non discetti di Big Data ed di Open Data, o non si interroghi sulle magnifiche sorti e progressive dei Social Media. Ognuno dal suo punto di vista: il che non è male. Ma troppo spesso (anche) ognuno chiuso nel suo punto di vista. Il che, invece, è molto male.

  • È male perchè – parrebbe evidente – chiudersi, in un mondo che è sempre più “open”, non sembra un’idea particolarmente intelligente, se si vuole gestire il cambiamento prima che il cambiamento gestisca noi.
  • È male perchè guardare al dettaglio perdendo la visione d’insieme non consente di cogliere il senso reale delle cose. Fa perdere la visione prospettica.

Ed è proprio perdendo la visione prospettica che si assiste al paradosso per il quale un convegno sulle Smart Community organizzato da Ingegneri ed uno organizzato da urbanisti sembra che parlino di cose diverse. No: non di due aspetti diversi della stessa cosa, ma proprio di due cose diverse. Quando in realtà parlano tutti della stessa cosa, ma senza che nessuno se ne accorga.

Ecco quindi che – tutti impegnati a riscoprire l’acqua calda – si perdono di vista le connessioni tra i fenomeni. Ma sono proprio le connessioni, in un mondo sempre più in rete, a rappresentare il vero valore delle cose.

Non si può comprendere il reale valore dei Big Data se non lo si declina in un contesto in cui il mondo sarà fatto di oggetti interconnessi che produrranno continuamente dati. Non si può comprendere il vero valore dell’Internet delle cose se non lo si contempla in uno scenario in cui esso rappresenta la dimensione infrastrutturale delle Smart Community di domani. E non si può capire davvero che senso avranno le Smart Community se non si considera lo sviluppo dei processi di partecipazione collegati all’Open Government. Insomma: “omnia ab uno et in unum omnia”, tutto è nell’uno e l’uno è in tutto.

È il caso dell’internet delle cose (di ogni cosa) e dell’ecosistema dei Social Media: in particolare dei Social Network Site. Curioso come siano pochi coloro i quali si siano resi conto di come l’ ed i Social Media non siano altro che le due facce di quella unica medaglia che è l’essere umano.

Oggi, forti di un mondo in cui i Social Network Site hanno già rimodulato il nostro modo di costruire e gestire le relazioni, siamo abituati ad interagire con le persone per mezzo di strumenti relazionali come Facebook, Twitter, WhatsApp. Strumenti che vedono sempre più spesso nei device mobili – smartphone, phablet o tablet che siano – i principali strumenti attraverso i quali gestire il processo di interazione. A questi device si affiancheranno, in un futuro sempre più prossimo, warable device come gli Smart Watch, o gli Smart Glass (non sempre – la storia delle tecnologie ce lo insegna – il primo tentativo è quello buono).

Ma siano telefoni, orologi od occhiali – comunque smart – questi device rappresentano inevitabilmente gli strumenti ai quali affideremo con sempre maggiore forza la gestione dei contatti con il nostro ecosistema relazionale.

Dal momento in cui i social media sono diventati mobili, i device mobili sono diventati il centro delle relazioni umane mediate dalla tecnologia. Ma così come questi strumenti sono diventati il centro del nostro sistema relazionale di rete, lo stanno diventando anche per la gestione dell’ecosistema strumentale proprio dell’Internet of Everything. L’automobile può essere fatta parcheggiare dallo Smartphone. Con lo Smartphone si può aprire la porta di casa. Con lo Smartphone si può persino monitorare il proprio ritmo cardiaco e spedire il tracciato in tempo reale al proprio cardiologo. Insomma: lo smartphone (con i suoi derivati ed i suoi annessi) è nel contempo il punto di contatto attraverso il quale interagiamo ed interagiremo con le persone e e quello grazie al quale lo facciamo e lo faremo sempre di più con gli oggetti. È il punto di convergenza che fa cortocircuitare l’universo materiale degli oggetti che tramite esso sono controllati con quello immateriale delle relazioni che per mezzo di esso si sviluppano tra le persone.

Il processo di ibridazione, in questo contesto, è inevitabile. È inevitabile che il dominio materiale delle cose inizi ad interagire sempre più strettamente con quello delle relazioni umane. Ed è quindi inevitabile che in un contesto di Internet delle cose che diventa (o torna ad essere) delle cose ma anche delle persone, questa nuova Internet of Everything and of Everyone sia Social By Default.

Come in ogni processo di ibridazione ciò che nascerà avrà caratteristiche nuove e inedite. Caratteristiche che solo in parte potranno essere fatte risalire agli elementi generativi di questo cambiamento: i social network site per come li conosciamo oggi e l’/IoE per come la stiamo oggi rappresentando. Gli ibridi, è noto, rimodulano il loro patrimonio genetico arricchendolo e sviluppando caratteristiche originali. Per la avverrà lo stesso. Un nuovo contesto nel quale i social media diventeranno hub relazionali in grado di connettere l’universo delle cose con quello delle persone aprirà scenari completamente nuovi, dischiuderà opportunità inedite e – va sottolineato – svilupperà nuove minacce e nuovi problemi da affrontare.

Molti ibdridi, in natura, sono sterili. Starà alla nostra intelligenza far si che la Social Internet of Everything sia in tal senso un’eccezione: un ibrido fertile di opportunità che miglioreranno la qualità della vita degli esseri umani.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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