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Matteo Ricci, aka Mr. Smart, un ottimo candidato

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è Sindaco di Pesaro, dove si occupa di “pianificazione e marketing della città“, Vicepresidente Nazionale del PD e Vicepresidente Nazionale ANCI. E’ un tipo decisamente “smart”, o almeno, nella presentazione delle sue linee programmatiche utilizza questo termine come se piovesse, e ci infila anche un Comune 3.0, che fa veramente figo.

Con questo CV, Matteo Ricci era il candidato ideale per un’azione veramente smart da parte di Microsoft, ovvero la contro-migrazione da a Office 365. Un’operazione che all’azienda di Redmond non è riuscita nemmeno dopo gli investimenti faraonici che ha fatto a Monaco di Baviera, dove l’operazione avrebbe veramente fatto notizia, visto che si trattava di 13.000 PC e non solo del software di produttività ma dell’interno ambiente operativo, visto che utilizzano LibreOffice su Linux.

open-sourceIl lupo, però, perde il pelo ma non il vizio, per cui Microsoft – nonostante la “lezione” tedesca, dove i dati palesemente inventati da EDS sui costi del progetto di migrazione sono serviti solo a scatenare le ire degli addetti ai lavori – ha fatto la stessa cosa anche a Pesaro, dove ha tirato fuori dal cappello una cifra di 300.000 euro – ovvero, 500 euro a utente per la migrazione a OpenOffice – che non compare in nessun documento del Comune di Pesaro.

La cifra è talmente lontana dalla realtà (con 500 euro a utente si organizza un master e non un semplice corso di formazione) da far sorridere. Anche perché un tale fervore informativo avrebbe dovuto coinvolgere anche altri aspetti, sui quali ho il sospetto che Microsoft abbia sorvolato.

Per esempio, stando all’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale, per acquisire le licenze proprietarie di 365 il Comune di Pesaro deve aver prodotto una valutazione comparativa – ai sensi della Circolare AgID 63/2013 – tale da dimostrare in modo inequivocabile l’impossibilità di utilizzare OpenOffice per il lavoro d’ufficio, cosa che non è umanamente possibile, se non per una percentuale risibile dei 600 PC. E infatti, della valutazione comparativa non c’è traccia, per cui – sempre ai sensi del CAD – c’è qualcuno che non ha rispettato la legge.

E se ho solo il sospetto che Microsoft abbia sorvolato sulla necessità della valutazione comparativa, ho invece la certezza che – magnificando le funzionalità quasi taumaturgiche di Office 365 – abbia sorvolato su aspetti come la sicurezza e il formato proprietario – e qualitativamente inferiore – dei documenti. Due aspetti che si traducono in costi nascosti e difficilmente quantificabili, che rischiano di sovvertire qualsiasi calcolo sul Total Cost of Ownership.

Per quanto riguarda la sicurezza, una banale interrogazione del National Vulnerabilities Database dimostra la differenza abissale tra Microsoft Office e LibreOffice: il primo ha avuto 101 problemi di sicurezza negli ultimi tre anni e 14 negli ultimi tre mesi mentre il secondo ha avuto 9 problemi di sicurezza negli ultimi tre anni e 1 negli ulti tre mesi. Ovvero, Microsoft Office ha più problemi di sicurezza in un trimestre di quanti ne ha avuti LibreOffice in tre anni (anche OpenOffice ne ha avuti di meno, ovvero 11).

Per quanto riguarda il formato dei documenti, c’è una ricerca svolta nel 2011 da Symantec e MessageLabs che dimostra come i formati dei file più utilizzati per gli attacchi da parte dei malintenzionati sono il PDF e i documenti in formato proprietario di Microsoft Office (per essere precisi: DOC, XLS, XLSX, PPT, WRI e RTF), mentre non vengono menzionati i documenti in formato standard e aperto Open Document Format prodotti da LibreOffice e OpenOffice.

Quindi, stando a quanto si evince da fonti indipendenti, grazie a Office 365 i responsabili dell’infrastruttura di information technology del Comune di Pesaro si troveranno ad affrontare poco più di un problema di sicurezza alla settimana (con i relativi aggiornamenti, che richiedono tempo e risorse), mentre i dipendenti dovranno prestare maggiore attenzione all’apertura dei documenti, perché quelli in formato Microsoft Office sono quelli più utilizzati per il “trasporto” del malware (anche questo comporta una significativa perdita di tempo, e nel caso di virus o malware anche di risorse).

Quanto costerà, nel complesso, la gestione dei problemi di sicurezza che derivano dall’uso di un software intrinsecamente più vulnerabile come Microsoft Office e la gestione dei problemi di interoperabilità che derivano dall’utilizzo di un formato proprietario e inutilmente offuscato e complesso come quello delle diverse versioni di Microsoft Office?

Questo, a parte la scelta tutt’altro che “smart” di una soluzione che comporta un saldo negativo secco per la bilancia dei pagamenti, in quanto Microsoft emette le sue fatture in Irlanda e riconosce alla filiale italiana solo una commissione. E alla faccia della seguente affermazione di MR Smart: “Significa anche costruire un pezzo nuovo di economia locale. […] Noi dobbiamo far crescere questo distretto. […] Scommettiamo allora sul sostegno alle start-up, e alle nuove esperienze di coworking. Forme di lavoro nelle quali dobbiamo credere”.

Tutte cose che si sarebbero verificate investendo sul software libero, e non sul software proprietario. Il software libero, infatti, produce ricchezza a livello locale, in quanto sviluppa e poi utilizza le competenze presenti sul territorio, in modo più “smart” di quanto non riesca a fare qualsiasi azienda del software proprietario. E’ il progresso, MR Smart, quello vero, e non quello che si fa solo sulla carta, con affermazioni roboanti che nascondono un nulla preoccupante.

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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