La Bella Terra

Il primo problema del nostro Paese

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Caso 1

Mi ritrovo con alcuni colleghi per incontrare un cliente a qualche centinaio di chilometri da Milano. È il dirigente di una grande azienda multinazionale che ha in quella città un’importante sede. Noi siamo in tre, io e due dirigenti. Andiamo in stazione, prendiamo il Frecciarossa, poi il taxi e arriviamo al luogo dell’incontro. Il manager non c’è, è dovuto andare all’estero. Al telefono non risponde, la segretaria è imbarazzata visto che l’incontro era stato confermato via mail. Non ci resta che tornare a Milano. Abbiamo buttato via un giorno di lavoro di tre persone senior, i biglietti del treno e il tempo di preparazione delle proposte che avevamo pensato di presentare al famoso dirigente. Pazienza —  penso —  sono cose che succedono. Ma nei giorni che seguono nessuno si fa vivo, nessuna telefonata o mail per dire quanto meno “mi spiace per il disguido, vengo io da lei”. Nulla. Le scuse poi sono ovviamente fuori discussione: noi siamo un fornitore che bussa alla sua porta. Lui è un cliente per di più importante (pensa lui), quindi non deve rendere conto a noi, giusto?

Caso 2

Vado ad incontrare il responsabile di una grande azienda di ingegneria che ha la sua sede in un’altra regione (un’ora di treno). Presento il CEFRIEL, dico quello che facciamo. Sembra interessato. A valle di quell’incontro, nell’arco di un anno ci rivediamo altre due o tre volte per approfondire i suoi interessi. Ci vuole un anno perché sposta le date dei successivi incontri molte volte in quanto “troppo preso”. Su un tema di interesse lavoriamo in tre per preparare una proposta di lavoro. Piace. Ma dopo che l’abbiamo presentata ci dicono che secondo le regole aziendali (che prima non conoscevano?) è necessario fare una gara. Quando esce la RFP ci presentiamo insieme ad una grande multinazionale dell’IT. Dopo parecchi mesi dalla presentazione della proposta ci dicono che hanno cambiato strategia. Non ce l’hanno comunicato formalmente: semplicemente in una delle tante telefonate fatte per sapere se “hanno deciso qualcosa” ci viene detto che non se ne fa niente. Due anni di discussioni, viaggi, incontri, elaborazione di proposte letteralmente buttati via.

Caso 3

Prepariamo una proposta molto innovativa per una azienda. È il frutto di alcune riflessioni nostre, anche a valle di lavori sperimentali condotti nei mesi precedenti. Ci chiedono un sacco di approfondimenti. Di fatto, ci costringono a fare a livello di proposta di progetto una buona parte dello studio di fattibilità, a investimento nostro. Veniamo a sapere in seguito che con la nostra proposta hanno chiesto ad un altro fornitore se poteva fare il lavoro a meno. Ovviamente, grazie al lavoro fatto da noi l’hanno trovato subito. Nessuno ci ha comunicato alcunché.

Caso 4

Due miei colleghi preparano un incontro di lavoro con alcuni manager di una grande azienda che ha la sua sede principale a Roma. Partono da Milano al mattino. Arrivati al luogo dell’incontro, aspettano un paio di ore. Poi si palesa una delle persone che dovevano incontrare, dice che ha da fare e che se vogliono possono tornare il giorno dopo.

Caso 5

Dopo mesi di negoziazione e incontri, parte un progetto con una azienda medio-grande del settore metalmeccanico. Il progetto riceve l’approvazione del presidente, sia nei contenuti che nei costi. Come accade sempre, in attesa del contratto iniziamo a lavorare. Dopo un po’ di tempo ci chiama l’ufficio acquisti e ci dice che il budget deve essere tagliato del 30% a parità di progetto. Noi siamo in mezzo al guado: ritirarci vuol dire perdere il lavoro fatto, accettare vuol dire comunque andare in perdita. Inizia una sfibrante negoziazione, alla fine tagliano del 5–10%. Quelli dell’ufficio acquisti non sanno nulla del progetto. Sanno solo che devono tagliare: “ci pagano per questo”.

Questi casi non definiscono la regola. 
Ma non sono neppure l’eccezione. 
Accadono regolarmente a noi 
e a tanti professionisti e aziende che operano nel nostro paese. 

Altro che !

problemaParliamo spesso di innovazione, di investimenti, di digital divide, di cultural divide. Parliamo dei problemi relativi alle politiche industriali, agli investimenti in startup, alla digitalizzazione delle scuole. Ci arrovelliamo su tante questioni complesse, articolate, critiche. Oppure parliamo del malaffare, della corruzione e di moralità nella gestione della cosa pubblica. Sono tutti problemi ovviamente importanti. Ma a me pare che ci dimentichiamo, o non sottolineiamo a sufficienza, un tema fin ovvio: il livello di professionalità e correttezza nei rapporti di lavoro. Senza voler fare i moralisti, credo sia urgente e ineludibile discutere di quale sia il livello di professionalità che viviamo nel nostro paese.

Diciamocelo: il livello di professionalità in è mediamente basso. 

Credo che questo sia il principale elemento di differenziazione rispetto ad altri paesi occidentali. La corruzione esiste anche da loro, come tanti fatti di cronaca ci raccontano. Ricordate il caso Enron o quel che sta succedendo alla FIFA o gli scandali che hanno colpito diverse aziende tedesche negli anni scorsi? E non è forse vero che il cinema internazionale, specchio della società, è pieno di film che raccontano di casi di malaffare e corruzione?

La differenza è che il loro livello di professionalità è in generale più alto del nostro. E ciò incide sulla qualità e produttività medie del lavoro svolto.

Sono stato spesso in Germania, la patria della manifattura di eccellenza (peraltro, ho esperienza identiche in UK e USA). Non negoziano o se lo fanno è nell’ambito di un processo molto trasparente: ti dicono se la proposta va bene o no, e di conseguenza si comportano. Difficilmente restano in ufficio oltre l’orario di lavoro. Spesso ho notato che alle 5 del pomeriggio smettono tutti. Raramente li ho visti interagire via mail la sera o durante il weekend. Eppure sono i tedeschi, i creatori delle più grandi aziende manifatturiere del mondo. Sono i padri della qualità, della produttività e della puntualità. Come può accadere tutto ciò? Sono eccellenti solo perché hanno più risorse di noi? Costano più di noi, tra l’altro.

Semplicemente sono più professionali, seri, affidabili. 

Forse invece di spendere tanto tempo a parlare di startup, innovazione, open data et similia dovremmo ricominciare a ricordare e riaffermare in modo testardo e maniacale l’importanza di essere persone serie.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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