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Innovazione, creatività e competenze: ecco le startup del #R2B2015

startup

Creatività, spirito imprenditoriale e competenze specializzate: sono queste le caratteristiche dei fondatori delle tre che abbiamo incontrato quest’anno del corso del , decima edizione di un evento storico per l’imprenditorialità dell’Emilia Romagna che da anni promuove l’incontro virtuoso tra imprese e ricerca nell’ottica dell’innovazione. Anche quest’anno l’evento sulla ricerca industriale e dell’innovazione promosso dalla Regione Emilia-Romagna e Bologna Fiere, in collaborazione con il Consorzio regionale per l’innovazione Aster, e SMAU, ha offerto un’importante riflessione sul futuro delle imprese che guardano all’Europa e all’internazionalizzazione senza dimenticare il potenziale nascosto nelle tante startup che, sul territorio regionale, stanno beneficiano di un ecosistema di politiche virtuose a supporto.

Nella due giorni bolognese abbiamo conosciuto Federico Carboni di Agromet, Fabio Zaffagnini di Trail Me Up ed Emanuele Borasio di weAR, tre “startuppari” di diversa provenienza e di diverso percorso professionale, hanno impiegato per realizzare idee di business innovative. Facile, difficile, ripagante? Scopriamolo insieme con qualche avvertenza: il ruolo del pubblico conta, eccome, la sostenibilità delle startup nel tempo non è questione che si possa ignorare, ai finanziatori, a volte, manca il coraggio.

Agromet: l’agrometerologia che aiuta contadini e grande distribuzione

AgrometL’idea da cui nasce Agromet è semplice: portare l’innovazione tecnologica appresa all’università in un mondo dalle grandi potenzialità, quello dell’agricoltura. Federico Carboni, giovanissimo fisico dell’atmosfera co-fondatore dell’azienda, ci spiega che sono tre le tipologie di servizi nel bouquet attuale di Agromet, due per i produttori, la terza per la grande distribuzione, tutte basate su previsioni meterologiche. La prima offre previsioni di maturazione dell’uva: “Al momento dell’invaiatura già si può dire a che grado zuccherino arriverà l’uva. Se in quel momento biologicamente si riesce a sapere la cultiva come si comporta, grazie anche ad un algoritmo che incrocia i dati meteo presi in campo, ecco che avremo l’indicazione precisa del grado zuccherino che avrà l’uva con un errore di solo mezzo grado.” Il secondo servizio offre previsioni di resa delle coltivazioni come, ad esempio, quanti quintali per ettaro renderà un determinato terreno sempre grazie ad algoritmi con previsioni meterologiche; infine il terzo servizio per la grande distribuzione, prevede la domanda ortofrutticola: “da studi interni e da bibliografia estera sappiamo che c’è un andamento del mercato per prodotti deteriorabili che è meteo sensibile con vere soglie oltre le quali c’è oscillazioni del mercato.” Come a dire, è inutile promuovere in shop i meloni se, dopo i 31° strutturalmente i consumatori scelgono le angurie. “Il marketing ha bisogno di capire questo perchè così si studiano promozioni ad hoc.”

Agromet, spiega Carboni, è l’esempio che in Emilia il sistema pubblico a sostegno delle startup funziona: “ci siamo iscritti al progetto Spinner2013” il programma della Regione Emilia-Romagna dedicato alle persone per lo sviluppo di idee e progetti innovativi “e lo abbiamo vinto così che a marzo 2014 ci siamo fondati come srl. Spinner ci ha dato quella liquidità sufficiente per pagare le spese di avviamento come notaio e registro delle imprese. Poi siamo stati seguiti da Aster e abbiamo partecipato anche al progetto StartCup. Posso dire che siamo stati davvero accompagnati nel nostro percorso di crescita e oggi siamo una piccola azienda che ha un fatturato di previsione di 50 mila euro. Grazie a queste iniziative pubbliche e ad enti come Aster, siamo riusciti a fare impresa senza sborsare un euro.

Ma ora arriva il difficile che, secondo Carboni, è riuscire a entrare davvero nel mercato italiano: “fuori dall’Italia si è pronti a ricevere innovazione, da noi ciò che è nuovo va visto come qualcosa che se non c’è va prima testato e analizzato mentre all’estero anche l’idea è meritevole di fiducia.” 

weAR

weArEmanuele Borasio è un veterano dell’imprenditorialità: Presidente dell’Area CNA di Ferrara, ha accumulato degli anni esperienza e conoscenza del mondo della realtà aumentata che lo hanno portato a fondare recentemente weAr, startup legata, appunto all’augmented reality. “In una esperienza precedente avevamo già testato il mercato della realtà aumentata in Italia sviluppando applicazioni che ci hanno aiutato a capire come i consumatori interagivano con spazi e prodotti. In quella fase abbiamo notato due cose: l’estrema, e apprezzata, facilità nell’uso del device, basta usare e puntare lo smartphone e l’app e algoritmo di riconoscimento, fa il resto; ma parimenti il contenuto di realtà aumentata era complesso da realizzare. Così abbiamo fatto un salto in avanti ulteriore con Con weAr.” Si tratta di un tool che permette a chiunque di creare contenuti aumentati soprattutto per il learning e il training del personale. “Con marko, questo il nome del nostro software as a servic, è facilissimo creare e diffondere manuali attraverso una app. Il tool è pronto e in fase di test presso aziende legate all’automotive, aerospace, multiutily, produzione energia elettrica. L’idea è che in futuro possano esserci tanti esperti che facciano business attraverso la creazione di manuali aumentati come Marko, che diventerà una piattaforma abilitante.”

Anche nell’esperienza di Borasio l’Italia è un luogo complesso in cui fare impresa tanto che “il futuro delle PMI è fare rete con centri di ricerca per avere nuove idee, nuove tecnologie e nuovi player. Quello che ci salverà è la creatività ma la complessità di fare impresa in Italia resta. Il problema di accesso al credito per le startup è un problema, ma grazie anche a piccoli progetti territoriali, il panorama è interessante. Resta il nodo delle revenue costanti nel tempo: l’unica scelta è trovare un proprio canale all’estero.” Aster, in questo senso, è  una struttura che ha rappresentato negli anni un “bel link” tra substrato delle imprese e ricerca ed è quello che “auspico continui a fare: promuovere l’incontro tra realtà differenti.” Non a caso abbiamo incontrato Borasio proprio ai tavoli dell’Innovat&Match.

Trail Me Up

trail me upLo hanno definito in molti modi dal Google Maps italiano allo street view all’italiana e in effetti l’idea è quella: Trail Me Up, ci spiega il CEO Fabio Zaffagnini “è un servizio che crea visite virtuali guidate di lughi raggiungibili solo a piedi, montagne, foreste, deserti, parchi etc… Qualche anno fa abbiamo sviluppato un sistema di acquisizione montato su uno zaino che scatta migliaia di foto panoramiche ad altissima risoluzione collegato a gps e a una girobussola.” Lo zaino viene affidato a escursionisti volontari che si candidano sul sito web e tutte le foto vengono elaborate da un software che fa una sorta di street view di sentieri. Vengono quindi aggiunte anche informazioni utili su quel particolare percorso, incluse le storie che si accompagnano a questi luoghi. “Poi vendiamo ad agenzie turistiche, enti promozione che vogliono far vedere il loro territorio.” Stesso meccanismo anche per le fiere: “mettiamo in piedi una sorta di street view degli spazi fieristici anche con le informazioni aggiuntive sugli espositori e con un sistema di like si interagisce con le aziende.”

Trail Me Up è nata per gioco nel 2011 ma il potenziale c’era e si è costituita come azienda nel 2014. “Abbiamo investito soldi nostri, non abbiamo trovato investitori per diversi motivi ma il principale è che in Italia vendere innovazione è difficile soprattutto se non hai una realtà consolidata e ti presenti ai clienti senza uno storico anche con buoni CV.” Il pubblico, conferma anche Zaffagnini, in Emilia Romagna c’è: “abbiamo ricevuto un contributo con il progetto Spinner e con un progetto legato ad Expo2015, siamo anche incubati da Cesenalab. Ma riuscire a vendere e fare business con il mondo della Pa, è un’altra cosa.” Zaffagnini fa emergere una criticità che ci è stata evidenziata anche da Andrea Rangone che sottolineava come il grande limite delle startup che si impegnano con il pubblico è che entrare nella lista dei fornitori accreditati per imprese così giovani e senza “storico” è davvero un ostacolo forte. Insomma, non basta fare la startup, bisogna anche poi creare le condizioni per renderle realmente operative. Ma, spiega Zaffagnini, anche con gli imprenditori la storia non è facile: “in Italia c’è bassa propensione al rischio rispetto ad altri paesi.” 

Eppure il coraggio e lo spirito di iniziativa non mancano: Zaffagnini insieme a un gruppo di appassionati sta lavorando a un progetto che nulla a che fare con Trail Me Up ma che ha molto a che fare con competenze, progettualità e innovazione. “Da appassionati del gruppo musicale Foo Fighters nutriamo il sogno impossibile di vederli cantare a Cesena.” L’unico modo per provare a convincerli è estremo: “faremo suonare un loro pezzo a 1000 persone contemporaneamente: 250 cantanti 350 chitarristi 150 bassisti, 250 batteristi, il 26 luglio a Cesena. Registreremo il tutto e, a quel punto, ci appelleremo a Dave Grohl, il loro leader.” Un progetto niente affatto improvvisato: “Abbiamo fatto un crowdfunding di 40 mila euro online e lavoriamo da un anno al progetto: 5 mesi per pianificare, con circa 20 persone coinvolte, project manager, addetti stampa, social media manager, esperti di crowdfunding, musicisti e fonici.” Anche l’innovazione per avere successo, ha bisogno di metodo e di progettualità. E di tanta tenacia.

 

 

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