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#IoE, senseable cities e tecnologie per l’alimentazione: intervista a Carlo Ratti

Carlo ratti
CarloRatti

è Direttore del MIT SENSEable City Lab di Boston

L’internet of everything connette persone, cose, device e processi: le città sono i luoghi in cui la connessione virtuosa di tecnologie e servizi può realizzare gli scenari innovativi di maggiore rilevanza per la vita di tutti noi. Cosa sta succedendo, quindi, agli spazi urbani, con l’? Ne abbiamo parlato con Carlo Ratti Direttore del MIT SENSEable City Lab di Boston, il principale centro di ricerca mondiale dedicato alla comprensione e analisi di come le tecnologie cambino la vita delle persone e quali siano le ricadute nel contesto urbano.

Secondo Ratti cui: “il concetto di Internet of Things risale addirittura alla fine degli anni Novanta. Tuttavia, solo adesso sta entrando nelle nostre case e nelle nostre città, che nell’ultimo decennio hanno visto una trasformazione importante. Provo a spiegarlo con una analogia: fino a vent’anni fa in Formula Uno il successo su un circuito era attribuito principalmente alla meccanica dell’auto e alle capacità del pilota. Poi si è sviluppata la telemetria. L’auto è stata trasformata in un computer monitorato in tempo reale da migliaia di sensori, diventando «intelligente» e più flessibile nel rispondere alle condizioni di gara.” Lo stesso sta succedendo alle tecnologie, prosegue Ratti: “nei dieci anni passati le tecnologie digitali hanno preso piede nelle nostre città, formando la struttura portante di infrastrutture intelligenti a larga scala. Fibre ottiche a banda larga e reti di telecomunicazione senza fili supportano cellulari, smartphone e tablet che sono sempre più alla portata di tutti. Se si aggiunge una rete in continua crescita di sensori e tecnologie di controllo digitale, il tutto tenuto insieme da computer economici e potenti, Internet invade lo spazio fisico e le nostre città si trasformano in un «computer a cielo aperto»”.  Ovvero in una ? “Non amo molto questa definizione, che pone troppa enfasi sulla tecnologia. Per questo noi di solito parliamo di “senseable cities” – città capaci di ascoltare e rispondere ai cittadini.”

E come una senseable city può rispondere alle esigenze cittadine e delle istituzioni? Le opportunità dell’ nella città sono infinite e in queste pagine ne abbiamo parlato più volte: si va dalla possibile migliore gestione della viabilità portuale come nel caso di Amburgo, al controllo e monitoraggio delle acque piovane, passando per sistemi di prevenzione in caso di calamità naturali.

Ratti ci porta un ulteriore esempio concreto: “Al Senseable City Lab ci stiamo interessando di tematiche legate alla mobilità. Le nostre auto restano inattive per il 95% del tempo, quindi sono un candidato ideale per le dinamiche di sharing economy. Si stima che ogni auto condivisa possa aiutarci a rimuovere dalle nostre strade dalle 10 alle 30 auto private. Inoltre, le auto senza guidatore promettono una vera rivoluzione in termini di car sharing; annulleranno letteralmente la distinzione tra trasporto privato e pubblico. La mia auto può darmi un passaggio al lavoro e poi, invece di restare ferma in un parcheggio, portare a scuola i miei figli o quelli del vicino o di chiunque altro nella mia rete sociale.”  

E ancora, in una recente ricerca del MIT, “cui abbiamo partecipato, dimostra che la richiesta in termini di trasporti in una città come Singapore potrebbe essere coperta con il 30% dei veicoli attualmente in funzione sull’isola. Questo dato potrebbe essere ridotto di un ulteriore 40% se i passeggeri volessero condividere un viaggio. Il risultato è una città in cui tutti possono viaggiare on demand con un quinto delle auto a oggi in uso. Numeri che si tradurrebbero in un minore impatto ambientale e in un grande risparmio di denaro, tempo ed energie. Infine, meno auto in giro per la città potrebbero liberare lo spazio della rete stradale che potrebbe essere riconvertito in aree pubbliche o verdi.” 

In questo senso il ruolo degli architetti, che sono chiamati a disegnare città, strade, servizi del futuro, non possono che andare di pari passo con la rivoluzione delle senseable cities.  “L’architetto deve avere un approccio multidisciplinare, orchestrando molte voci. Voci di esperti e di cittadini, in un processo simile a quello dell’open source – ne discutiamo nel nostro ultimo saggio “Architettura Open Source” (Einaudi, 2014). Quella del designer diventa allora una figura “corale”, in un cui sta all’architetto il compito di dare il via al processo, armonizzare le voci e dare una conclusione all’opera.”

Nell’anno dell’Expo2015 parlare spazi urbani intelligenti, lì dove lo stesso sito espositivo milanese è stato pensato come una città intelligente full-ip, vuol dire anche riflettere su tecnologie, alimentazione e sicurezza alimentare. Uno degli aspetti fondamentali dell’IoT applicato al cibo è legato alle informazioni” chiarisce Ratti. In occasione di Expo, dalla collaborazione tra il MIT Senseable City Lab, lo studio Carlo Ratti Associati e Coop, è nato il Future Food District, 6.500 metri quadri di esposizione, in cui i visitatori possono toccare con mano come la tecnologia digitale possa cambiare il modo in cui le persone interagiscono con il cibo anche nel contesto retail. “Siamo partiti proprio dall’idea che i prodotti possano raccontarci le loro storie. Un’immagine che mi è sempre piaciuta è quella del signor Palomar di Italo Calvino che, immerso in una fromagerie parigina, ha l’impressione di trovarsi in un museo o in un’enciclopedia: Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo (…) Questo negozio è un museo: il signor Palomar visitandolo sente, come al Louvre, dietro ogni oggetto esposto la presenza della civiltà che gli ha dato forma e che da esso prende forma.” 

Ma c’è anche dell’altro, un altro che fa tira in ballo le radici stesse dell’essere umano: “Mi piace pensare che le nuove tecnologie della rete possano aiutarci a riconnetterci con la catena alimentare. Una filiera trasparente potrebbe un primo importante passo per garantire a tutti una maggior conoscenza dei prodotti della terra – magari accorciando le “strade del cibo” e favorendo la valorizzazione dei prodotti locali.” 

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