Analogical side

L’#Expo2015: in 12 punti e una partita a biliardino

Expo anteprima

Da aprile ho partecipato ai tre eventi più internazionali che si tengono in Italia nel 2015: il Salone del Mobile a Milano, la Biennale di Venezia, l’Expo. Ogni volta per tre giorni. Poi ho letto, o visto, i commenti sui media. E mi sono reso conto che molti di questi sono stati realizzati senza aver partecipato all’evento o dopo una breve incursione che non può aver permesso di assorbirne il senso ma può aver consentito soltanto la ricerca di elementi che convalidassero un pre-giudizio, un luogo comune o una visione ideologica. Io ho visto un’esposizione nella quale tecnologia e tradizione spesso s’integrano e si esaltano a vicenda, perfino si fondono e favoriscono il dialogo e la conoscenza partendo dal tema vitale della nutrizione.

Servizi e trasporti. Flash.

  • Il WIFI c’è, ovvio. Ma la (prima buona) notizia è che funziona. Con una massa di visitatori iperconnessi e selfiedipendenti non era per niente scontato. Ogni tanto si perde la connessione quando si entra in un padiglione, dotato a sua volta di rete pubblica a disposizione dei visitatori. Ma il collegamento ritorna appena si esce
  • Ma quanto costa una bottiglietta d’acqua minerale?! Se volete la Perrier è un discorso, altrimenti… nulla: basta avere l’accortezza di rifornirsi presso gli appositi chioschi con fontanelle che erogano, del tutto gratuitamente, acqua naturale o frizzante. Fresca. Sono nei pressi delle “stecche”, architetture di servizio che ospitano i servizi: spazi relax, colonnine per ricarica device, centri per il recupero di oggetti smarriti, e i bagni (con fasciatoi e sale per l’allattamento) che sono, anche loro, tanti e pulitissimi. E gratuiti.
  • Flop di presenze?! Paventato da alcuni, sperato più o meno velatamente da altri è da annoverare tra i rischi, o le iatture, superati. Mezzora prima dell’apertura la gente già s’affolla agli ingressi. E nonostante i controlli da aeroporto, quando alle 10 s’aprono i cancelli, il deflusso è a un ritmo più che accettabile. Non ho sentito proteste per gli inevitabili spogliarelli da metal detector: c’è la consapevolezza nelle maggioranza delle persone che la sicurezza non può essere un optional
  • I treni Freccia Rossa che vanno a Torino fermano anche a Milano Rho; buona cosa. Treni e metropolitane sono il modo migliore per raggiungere Expo. Ma se pensate di visitarlo con una tirata dalla mattina alla sera, magari provenendo da Napoli o da Roma sappiate che, anche se foste un maratoneta (e dei migliori!), riuscirete solo ad annusarla questa esposizione. Io, atleticamente solo normodotato e non proprio teenager, in tre giorni, sono riuscito a vedere 14 padiglioni su 90: e non avevo neanche il problema delle file, perché ero in un “Gruppo Stampa” che godeva di questo privilegio! Lo so il biglietto d’ingresso costa, il pernottamento pure ecc. ecc… ma se riuscite a organizzarvi su più giorni il vostro sguardo sul mondo s’allargherà. Perché, come ci ricorda la stimolante mostra Arts & Foods alla Triennale di Milano, l’Expo è innanzitutto conoscenza, poi degustazione e divertimento
  • Senza una guida (a pagamento) ci si perde! Falso. Senza nulla togliere alle guide professioniste (ce ne sono di ottime) la struttura dell’Expo è semplice: due assi principali ortogonali, il decumano e il cardo, ispirati al castrum romano lungo i quali sono disposti i padiglioni e i “cluster” (quest’ultimi raggruppano per tema i Paesi che non hanno potuto/voluto permettersi un padiglione). Piantina cartacea, App e Virtual Tour (questi ultimi due buoni ma certamente migliorabili) sono gratuiti e necessari per orientarsi e informarsi sui contenuti. Ma cominciate a familiarizzare con questi strumenti prima di raggiungere il sito; organizzate il percorso per evitare di andare avanti e indietro! E salite sulle navette perimetrali (comprese nel prezzo del biglietto; 10 fermate, buona frequenza) quando ha un senso: inutile perdere tempo per fare 3 km in bus, quando il vostro obiettivo è a 200 metri a piedi!

Expoimmersioni: tra molte suggestioni e qualche polemica

  • Voglio bene a Carlo Petrini, per quello che ha fatto, per quello che rappresenta per il Sistema Italia e per l’oasi verde che ha creato in questa Esposizione, dove si può toccare con le mani la terra, i prodotti, la biodiversità. Autentico ritorno alle radici. E qui devo fare un appunto agli organizzatori di Expo: la creatura di Petrini non è facilmente rintracciabile sulle piantina e nell’app. E per quanto riguarda il Virtual Tour, non mi pare ci sia. Signori vogliamo provvedere, e rapidamente? Proprio perché la visione di Petrini è originale, e spesso divergente, merita di essere messa in rilievo: coerentemente con il tema di fondo, la diversità, anche quella dei punti di vista, va valorizzata. Detto questo, la polemica di Carlo con McDonald’s mi è sembrata da vecchio guru insofferente e tutta avvitata sul tormentone logoro e trito dei “paninari industriali”. Molto peggiore, peraltro, la replica della multinazionale: “Migliaia di persone ci scelgono liberamente, magari dopo essere passate a visitare l’immenso, triste e poco frequentato padiglione di Slow Food… una filosofia approssimativa condita di retorica terzomondista “. I padiglioni di Petrini e McDonald’s sono molto vicini, forse troppo: diciamo… un battibecco da cortile, appesantito da stereotipi ideologici
  • Dei quattordici padiglioni che ho visto, sento di dovervi segnalare Corea, Svizzera, Giappone, Angola, Brasile, Israele, Azerbaijan, il Padiglione Zero. Esperienze che vi rimarranno. Non c’è il padiglione Italia nei miei “preferiti” ?! Semplicemente perché l’ho solo attraversato. Ci tornerò, a luglio. E poi racconterò anche di casa nostra e del valore aggiunto delle biodiversità regionali. Al momento, solo una notizia appetitosa: al 25 maggio, il ristorante più frequentato è quello della Liguria, al secondo posto la Toscana
  • Il padiglione della Corea è un raffinato mix di tecnologia e tradizione; anzi, la tecnologia al servizio della tradizionale conservazione dei prodotti e delle tecniche antichissime di

    #Expo2015 Scatti di Marco Stancati (98)

    La luce mette in risalto i volumi di #Koreapavilion20

  • fermentazione del cibo. E, in una grande sala dagli effetti speciali, mi risucchia lo sguardo smarrito di un bambino sul dramma della fame del mondo; uno sguardo che a distanza di giorni ancora mi fissa. E’ il padiglione dell’empatia, con una capacità d’accoglienza straordinaria. Ti sembra di conoscerli da sempre questi entusiasti coreani che riescono a coniugare Samsung e Moon Jar (il tradizionale vaso per la fermentazione dei cibi al quale è ispirata l’architettura stessa del padiglione), break dance e lirica, realtà aumentata e gesti antichissimi; e ti fanno sentire che sono aspetti della medesima cultura. Se mangiate qui, sappiate che hanno un agrodolce davvero raccomandabile: più forte e pieno di quello della cucina cinese. E fatevi servire come bevanda quella che, a prima vista, appare come una cedrata. In realtà: aceto, limone e marmellata di cedro. Lo so, la sola idea vi fa venire un brivido da acido eccessivo. Rassicurate le vostre papille gustative: faranno la conoscenza intima di nuove sensazioni organolettiche. Sono armonici questi orientali!
  • La Svizzera: una sorpresa. Niente formaggi, niente orologi, niente cioccolato, niente soldi. Ma quattro prodotti che la Svizzera esporta: acqua, sale, mele e… caffè (sic!). In dosi sufficienti per 20 milioni di visitatori, se quelli che vengono nei primi mesi non ne approfitteranno. Quello che finisce infatti non verrà rimpiazzato e non ce ne sarà per quelli che verranno dopo. Dopo venti giorni già scarseggiano le mele! Una metafora fortissima del consumo dissennato, dell’incapacità di pensare a chi verrà dopo di noi, di proiettarsi nel futuro, di agire in termini di comportamenti sostenibili. Un concept elementare ma molto, molto incisivo. Forse il più forte e coerente con il tema dell’Expo. Chapeau davvero, gentili ospiti svizzeri! E passi per quelle buffe pagliette in testa e le battutine un po’ stereotipate da “giochi senza frontiere”
  • Il padiglione del Giappone è irrinunciabile: sperimenterete anche un ristorante virtuale che vi farà aumentare la fame, quella vera però. Per giorni sulla stampa ha impazzato la notiziadi un conto di oltre 100 euro pagato nel ristorante Minokiki,

    giappone1

    #JapanPavilion: al Fast Food

    Giappone2

    #UKpavilion: il ronzio delle api

  • con possibilità di arrivare a 220 sempre e solo per un (sontuoso) piatto unico. Come se uno dei ristoranti più famosi del mondo fosse lo standard del pasto medio all’Expo! Comunque potete apprezzare anche la cucina giapponese, a un costo intorno ai 20/25 euro, semplicemente scegliendo il fast food del medesimo padiglione. Cura straordinaria nella preparazione del cibo (a vista) e un’architettura del piatto che seduce. Mangerete prima con gli occhi e… con lo smartphone: ho contato una media di 10 scatti per ogni piatto. Il pass da uomo dei media mi ha regalato anche un altro privilegio. Una hostess giapponese che m’illustrava ogni dettaglio del mio piatto al ritmo di un triplice” inchino-risatina-spiegazione” ogni mio boccone. Dopo un po’ ho convinto la perla d’Oriente a consentirmi di fare almeno tre bocconi, prima di scatenarsi nel rituale a tre tempi. Ha acconsentito, con inchino (più profondo), risatina (uguale) e… generosa giustificazione (“tu tanta fame!!”)
  • Il Brasile: non è solo uno dei più grandi produttori agricoli del mondo ma capace d’innovazione tecnologica al servizio del ciclo vitale dell’alimentazione. A questo padiglione c’è sempre fila, sia pure fluida. In prevalenza giovani e giovanissimi, ma ho visto anche una coppia di ottantenni, tanto simpatici quanto temerari, cimentarsi con l’attraversamento di una rete sospesa, lunghissima e inevitabilmente instabile: lui a un certo punto, per venirne fuori, ha tentato di gattonare sulla rete; molto più difficile che stare in piedi! Rapidi sono arrivati in soccorso i volontari.
  • La rete è la grande metafora scelta per illustrare la visione carioca del tema della responsabilità collettiva nel trovare le soluzioni che sfamino il mondo. Unità, connessione e scambio sono i messaggi impliciti di quest’installazione: i movimenti di ciascun visitatore su quella rete influenzano inevitabilmente quelli degli altri.
  • Ogni nostro gesto ha ripercussione sul destino dei nostri simili, ogni nostra scelta condiziona e interagisce con la vita altrui. E se vuoi arrivarci in piedi alla fine del percorso, devi tener conto del ritmo collettivo: se uno cade, difficilmente gli altri resteranno dritti.

    Angola

    1#AngolaPavilion e #BrazilPavilion: la valorizzazione reciproca

  • La rete è piaciuta tanto che pare che il Comune di Milano stia prendendo accordi per un utilizzo successivo. E, a proposito, di riutilizzo: mi piacerebbe che ci fosse più comunicazione sul dopo Expo: cosa verrà smantellato (come, in che tempi, con quale smaltimento e da chi), cosa resterà e, soprattutto, cosa e come verrà riciclato. Mi sembrerebbe coerente, infatti, con la filosofia della sostenibilità che questa Esposizione continuasse a produrre effetti di conoscenza e partecipazione, abbinate alla sostenibilità delle soluzioni, anche dopo il 31 ottobre
  • C’è un padiglione che non mi è piaciuto per niente: quello olandese. Un banale luna park, che mi sembra anche assemblato alla meno peggio. E non si capisce come dovrebbe ricollegarsi al tema dell’acqua ostentato nelle comunicazioni ufficiali. Tema che ha tradizionalmente ispirato agli olandesi soluzioni innovative; dell’acqua c’è solo una piccola citazione con una squallida piscinetta da grandi magazzini. Se l’Olanda riteneva, come altri Paesi scandinavi che, oggi nell’era del mondo globale e iperconnesso, le esposizioni universali non hanno più senso, potevano rinunciare a venire come ha fatto la Finlandia! Ma questa presenza sciatta tanto per esserci, suona offensiva. Fa in qualche modo il paio con l’arroganza dell’atteggiamento dopo le devastazioni a Roma dei teppisti del Feyenoord. Forse, a livello diplomatico, occorrerebbe capire cosa sta succedendo nelle relazioni tra Italia e l’Olanda
  • Potrei continuare a lungo, tornando alla panoramica delle cose stimolanti, parlandovi del piccolo ma armonicissimo padiglione dell’Azerbaijan, del sorprendente e poetico

    Israle

    II giardino verticale di #Israelpavilion e il #PadiglioneItalia

  • padiglione ad alveare del Regno Unito al quale si giunge mediante un breve percorso tra erba di campo, papaveri, margherite e fiordalisi: in un istante, ti senti trasportato nelle ronzanti atmosfere di campagna. Della musicalità dello sconfinato padiglione dell’Angola, ispirato alla stilizzazione dell’Imbondeiro (il baobab africano), ricco anche di tecnologia che mira a esaltare la sacralità del cibo della quale regina riconosciuta è la donna: è lei, generatrice e custode della vita, che salverà il mondo. Posso solo accennarvi del verde verticale di Israele e degli USA (giardino per i primi, orto per gli americani con prodotti che vengono periodicamente raccolti e consumati). E quanto spazio ci vorrebbe per narrarvi di “Divinus halitus terrae”? Il suggestivo Padiglione Zero che ci racconta da dove veniamo e della trasformazione del paesaggio, dei rituali di consumo… E ce ne sarebbero ancora più di settanta di padiglioni! Quindi non posso dirvi: ecco, questo è Expo 2015. E’ solo il mio Expo, e ho tentato di farvelo assaporare.

Cascina Triulza e le riflessioni a caldo

Io l’ho letta così questa Esposizione universale: uno grande sguardo su come ciascun Paese interpreta il tema “Nutrire il pianeta. Energie per la vita” e su come cerchi soluzioni per un equilibrio sostenibile. Le architetture temporanee dei padiglioni sono la prima grande attrattiva: metafore diverse e suggestive, affiancate le une alle altre, che suggeriscono soluzioni a volte simili, a volte complementari, a volte diverse, per una medesima finalità. Il viaggio nell’Expo comincia da loro, dai molteplici design che ti seducono e t’inghiottono. Se si arriva all’Esposizione Universale aspettandosi di partecipare a un gigantesca sagra paesana o alla festa dell’Unità globalizzata, è inevitabile giudicare tutto con parametri incoerenti, di ridursi al confronto insensato tra il prezzo del sushi e quello della piadina, a fare inutili raffronti tra quanto costa vedere i ballerini acrobatici del Cirque du Soleil dello spettacolare “Alla Vita” (poesia volante, credetemi!) e l’ingresso a una balera di liscio. O a paragonare l’opera “Co2” di Battistelli sul tema del futuro della terra con “Montagne Verdi” di Marcella Bella, che pure un suo senso ce l’avrebbe. Alla fine, si sa, la differenza la fa lo sguardo di chi osserva. E a osservare, sono stato aiutato dalla Canon che ha fornito per tre giorni a me e altri colleghi dei media macchine professionale e semiprofessionali: mi hanno consentito di concentrarmi su particolari che mi sarebbero sfuggiti.

Poi ho un altro e più grande motivo di gratitudine: per Cascina Triulza, unica architettura preesistente nel sito dell’Expo, che ospita il mondo del volontariato in un’atmosfera meno convulsa, dove qualcosa della serenità dell’aia e dell’orto ancora rimane. C’è anche, nella cascina, un piccolo stand degli amici dell’Anteas (Tutte le età attive per la Solidarietà) che è riuscita a “fare comunità” mettendo nei suoi 7 mq. (!) perfino un aggregante biliardino: insospettabili sfide tra Vip di passaggio e Very Normal People al grido di: “scendi in campo, mettiti in gioco con noi”. Il messaggio è chiaro:

Triulza

#CascinaTriulza #Anteasnazionale: arriva Giorgio Napolitano

Biliardini

Vecchia arma di costruzione di massa: il biliardino

qualunque età tu abbia, chiunque tu sia, non startene in panchina; mettiti in gioco con il volontariato, ché questo mondo ha bisogno di solidarietà, non di individualismi. Non ti chiedono da dove vieni e con quali convinzioni; se vuoi dare una mano agli altri, c’è posto per te. Accomodati al biliardino intanto: per riprenderti da tanti stimoli globali dell’Expo, un ritorno con il calcio balilla alle radici locali (di quartiere, d’oratorio, di sezione di partito, di spiaggia, di bocciofila, di centro sociale…) ci sta tutto: “Think Global, Act Local”, no? Allora giochiamo insieme, il resto verrà.

Marco Stancati

Marco Stancati

Oggi consulente per la comunicazione d’impresa, formatore, curatore d’eventi. Ieri manager aziendale, docente alla Sapienza di Roma (comunicazione Interna e Pianificazione dei Media), direttore responsabile di periodici. Da sempre buon nuotatore, da otto anni plurinonno e discreto fotografo. Da analogico che vive quotidianamente la fantascienza del digitale, scrive di fenomeni coinvolgenti, di motivante umanità e di ordinaria disumanità.

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1 Commento

  1. Nadia Mogni alias Evaporata

    03/06/2015 alle 10:31

    Come sempre impeccabile con le sue note informative. Grazie Marco. 😀

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