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Strategia per il mercato unico digitale: perché aprire le porte è meglio che chiuderle

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Dopo sei mesi di lavoro, la Commissione europea ha mantenuto la sua promessa e ha presentato la sua strategia per il mercato unico digitale (Digital Single Market -DSM). Malgrado i funzionari della Commissione si siano affrettati a precisare che questa non è la fine, ma piuttosto l’inizio di una lunga strada, abbiamo ora la possibilità di dare uno sguardo più da vicino alle priorità e alle direttive definite da coloro che ne sono responsabili.

Esperti ed analisti sono stati veloci nell’esprimere le loro opinioni sulla qualità e “implementabilità” delle misure incluse, ma in questa fase credo sia del tutto inutile perdersi nei dettagli. Vi sono ancora dei passi da compiere nel processo prima che una qualsiasi di queste misure inizi a dare i suoi effetti, non ultimo dei quali il sostegno decisivo del Parlamento europeo.

europa bandieraPer me e i miei colleghi di e di sicuro anche per le imprese di tutta Europa, il vantaggio sta nel riconoscere il fatto che ci viene ora presentata una visione strategica, una visione che possa infondere maggiore fiducia alle imprese e che abbia le potenzialità di stimolare gli investimenti. Da tempo l’industria della cybersecurity sostiene l’importanza di affrontare la questione della sicurezza prima di pianificare qualsiasi tipo di iniziativa strategica riguardante il mondo digitale (piuttosto che pensarci dopo). E’ pertanto incoraggiante sapere che tra le 16 priorità delineate all’interno della strategia del mercato unico digitale, la commissione abbia riconosciuto e mostrato un impegno volto a migliorare la fiducia nei servizi digitali, obiettivo che spera di realizzare attraverso il rafforzamento delle misure di cyber sicurezza sulla scia di iniziative già annunciate e in corso.

Ma ci sono anche altre nuove idee. Viene posto l’accento anche su una maggiore cooperazione e collaborazione tra stakeholder a tutti i livelli, il più interessante dei quali è la creazione di partnership pubblico-privato (PPP).

Nella mia veste di responsabile europeo di una società di livello mondiale, che opera in un settore che produce benefici grazie alla cooperazione tra diversi stakeholder, ad esempio stato-stato, pubblico-privato, grandi-piccole e medie imprese, questo è un elemento degno di nota.

Nel settore della cyber sicurezza, le partnership tra aziende private e organizzazioni pubbliche impegnate nella lotta contro il crimine sono sempre più importanti: tutti condividiamo infatti lo stesso obiettivo, che è quello di proteggere il mondo dai cyber criminali, figure che approfittano di individui, governi e aziende avvalendosi di mezzi digitali per guadagni illeciti, siano essi mossi da motivi finanziari, politici o altro. Lo dimostrano i sempre più numerosi gli esempi, basati su recenti storie di successo, di come la cooperazione tra settore privato e forze dell’ordine abbia consentito di scoprire e neutralizzare le cybergang più sofisticate. Solo per fare un esempio pensiamo alla recente operazione di smantellamento della botnet Simda, che ha coinvolto Kaspersky Lab, l’Interpol, funzionari dell’unità olandese contro i crimini high tech, FBI, Microsoft, il Cyber Defense Institute e molti altri stakeholder: è un classico esempio di come settore pubblico e privato possano lavorare fianco a fianco per realizzare obiettivi comuni.

Ed è attraverso le lente della nostra esperienza che guardo con interesse alle partnership pubblico-privato proposte per la cyber sicurezza che, secondo quanto sostiene la commissione europea, non solo apriranno le porte a maggiori investimenti e quindi a una maggiore innovazione in questo settore, ma incentiveranno anche l’adozione da parte di privati e aziende di soluzioni per la cyber sicurezza. Citando le parole della commissione, l’idea nasce dall’esigenza di “idee e soluzioni innovative [che possano consentire] di tutelare meglio la nostra società e la nostra economia”. Queste partnership utilizzeranno sforzi e risorse UE, nazionali, regionali e private, tra cui fondi per la ricerca e l’innovazione, per incrementare gli investimenti nella cyber sicurezza.

Il mio timore è che eliminando alcune barriere, nell’interesse di una maggiore sicurezza le autorità europee e nazionali non decidano però di innalzare altri tipi di ostacoli, questa volta a danno della concorrenza. Sarebbe un errore per un continente che da anni beneficia delle attività di molte sue aziende high-tech che risiedono e prosperano nel cyberspazio aperto, tra cui citiamo Skype (Lussemburgo), Spotify (Svezia) Rovio (Finlandia), Booking.com (Paesi Bassi) e Prezi (Budapest).

Spero poi che la nuova iniziativa di creazione di partnership pubblico-privato non porti solo maggiori finanziamenti a favore del settore informatico e dei nuovi progetti scientifici nel campo della cyber sicurezza (attraverso Horizon2020 ed altri nuovi programmi), ma stimoli anche una reale cooperazione tra settore pubblico e i vari stakeholder, tra cui ad esempio mondo accademico, grandi aziende e piccole e medie imprese, siano essi europei o altro.

In conclusione, cosa pensare della strategia per il mercato unico digitale in generale?

digital singleCerto, crea parecchia curiosità. E’ sicuramente una cosa sensata avere un mercato europeo unico per il mondo digitale, in linea con la legge sul mercato unico in vigore in Europa dal 1992. E sicuramente renderà più facile la vita degli oltre 500 milioni di europei, oltre a dare una tanto attesa spinta all’economia digitale europea.

Vi è tuttavia il rischio che alcune di queste iniziative possano portare a creare “un’Europa più chiusa”.  Alcuni hanno già espresso la preoccupazione che il principale obiettivo della strategia sia semplicemente quello di offrire all’Europa uno strumento per tutelarsi dalle “avide” società internazionali. E arrivano a definire alcuni elementi della strategia puro e semplice “protezionismo”. Se questi critici dovessero aver ragione, questo insieme di iniziative potrebbe finire per trasformarsi in un grave (e costoso) errore per un continente che da anni beneficia delle attività delle sue aziende high-tech che risiedono e prosperano nel cyberspazio aperto.

Sempre dal mio punto di vista, nel mondo della cyber sicurezza il protezionismo viene visto come una forza distruttiva che limita non solo la concorrenza, l’innovazione e la scelta per i consumatori, ma inibisce anche la nostra capacità di fare ciò che sappiamo fare meglio, cioè proteggere il mondo dal cyber crime. E questo soprattutto perché oggi il crimine informatico colpisce in un contesto globale, senza tener nessun conto delle frontiere, e crediamo pertanto che vada combattuto sullo stesso terreno senza frontiere.

Si potrebbe altresì verificare una situazione per cui alcuni governi nazionali al di fuori dell’Europa costringano i propri vendor di cyber sicurezza a sospendere i servizi erogati all’Europa in forma di ritorsione. E’ superfluo aggiungere che questa non sarebbe certo una situazione ottimale.

La buona notizia è che, nel nostro moderno mondo globalizzato, questo tipo di scenario è molto improbabile. Ma dimostra comunque perché la creazione di un mercato europeo e accessibile deve essere la priorità della commissione europea. E noi di Kasperky siamo pronti a fare la nostra parte.

Alexander Moiseev

Alexander Moiseev è entrato in Kaspersky Lab nel 2006 come Business Development Manager prima di essere nominato Managing Director di Kaspersky Lab Italia e Mediterraneo nell’aprile 2008. A luglio 2013 è stato nominato Managing Director Europe: gestisce gli obiettivi commerciali e di marketing degli uffici europei di Kaspersky Lab.

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