#EpicFail

Kristen Lindsey: quando per perdere tutto basta una foto su Facebook

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In The Social Network, il film di David Fincher che racconta la nascita di Facebook, a un certo punto uno dei personaggi dice che “su Internet non si scrive a matita, ma con l’inchiostro”, alludendo al fatto che tutto quello che finisce sul Web non può essere “veramente” cancellato nemmeno se chi ha pubblicato quel contenuto a un certo punto decide di rimuoverlo. È il principio del digital footprint e a lungo si è dibattuto sulle possibili ricadute che il nostro comportamento online può avere sulla nostra vita offline, anche dal punto di vista professionale.

Da molti anni sappiamo che pubblicare su Facebook quelle foto di quella festa dove ci siamo divertiti tanto e alla fine abbiamo bevuto un po’ troppo potrebbe non essere una buona mossa se, nel frattempo, stiamo facendo dei colloqui di lavoro: è da ingenui pensare che un responsabile delle risorse umane non vada a dare un’occhiata al nostro profilo Facebook prima di chiamarci per una “chiacchierata”, così come è da ingenui pensare che basti cancellare una foto, un tweet o un contenuto “scomodo” per fare in modo che questo non esista più.

Eppure, c’è ancora chi ogni tanto ci casca. E non si tratta solo di personaggi pubblici, che hanno sempre un riflettore puntato addosso e le loro mosse sono praticamente seguite in diretta da chiunque, ma anche semplici cittadini che, in un modo o nell’altro riescono ad “auto-sabotarsi” nel peggiore dei modi.

è – o forse è meglio dire era – un medico veterinario di Brenham in Texas. Che un bel giorno ha avuto la bella idea di pubblicare sul suo profilo Facebook un suo selfie mentre tiene in mano con aria trionfante il cadavere di un gatto, ucciso con una freccia scagliata dal suo arco. (Foto che ho censurato perché ai fini del nostro discorso non ha molta importanza vederla per intero). E la didascalia:

La mia prima vittima, che ridere. L’unico gatto selvatico buono è quello con una freccia in testa. Premio per il veterinario dell’anno… bene accetto.

Lindsey

[Foto: Dan Rust]

Non ci vuole molto per immaginare cosa sia successo poi: la foto ha valicato la cerchia dei contatti della dottoressa, è stata ripresa da un’associazione animalista texana ed è diventata virale, attirando lo sdegno e l’indignazione di quanti ritengono che già scoccare una freccia in direzione di un gatto sia un atto di crudeltà, crudeltà ancora più grave se, a compiere quel gesto, sia stato proprio un medico veterinario.

Piano piano emergono i dettagli: si scopre che il gatto non era “un gattaccio selvatico”, ma uno dei gatti ospiti di un gattile della stessa città Si chiamava Tiger. La posizione della Lindsey si aggrava ulteriormente, tanto che la Texas Animal Cruelty Laws si rivolge alla clinica veterinaria della Lindsey, chiedendone il licenziamento.

E così Kristen Lindsey, che era un utente di Facebook come milioni di altri, con la propria rete di contatti che andava poco oltre i confini della sua rete sociale nel cosiddetto “mondo offline”, è diventata improvvisamente e tristemente “famosa”: contro di lei vengono create pagine Facebook che chiedono “giustizia per Tiger” o che chiedono che non possa più esercitare la sua professione e la sua pagina Facebook viene ricoperta di insulti.

Sulle prime la Lindsey risponde con una buona dose di spavalderia:

Lindsey2

[No, non ho perso il mio lavoro. Che ridere. Come se qualcuno volesse liberarsi si me. Sono fantastica! Fonte: BuzzFeed]

Poi, davanti alle polemiche sempre crescenti e ad addirittura a vere e proprie minacce di morte, Kristen Lindsey chiuderà la sua pagina Facebook. Si scoprirà che la Washington Animal Clinic – la clinica veterinaria dove lavorava la dottoressa – ha poi deciso di licenziarla e che la Lindsey, che non pareva particolarmente pentita del suo gesto, è attualmente indagata dalla polizia locale per crudeltà sugli animali.

Il fatto che la Lindsey abbia cancellato il proprio profilo Facebook, compresa la foto e tutti gli status seguenti, non ha impedito che quella foto e la sua storia continuasse a circolare sul web: basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca “Kristen Lindsey” per veder apparire in centuplice copia il selfie di lei sorridente con il gatto morto nella mano destra.

Non sappiamo come andrà a finire la storia, né se la Lindsey tornerà a lavorare come veterinario ma il suo esempio, per quanto probabilmente possa risultare quasi banale, sottolinea una volta di più come non sia possibile separare la nostra vita online da quella offline, specialmente se scegliamo di essere presenti online con il nostro nome e cognome.

Quella di apparire sui social network con il nostro nome e cognome dovrebbe essere una scelta consapevole,  al di là del fatto che molti social network, Facebook in primis, richiedono un’iscrizione con un nome e cognome reale. Purtroppo, ancora oggi, molto spesso non ci si sofferma a pensare alle conseguenze che le nostre azioni online hanno sulla nostra vita offline, specialmente se queste azioni sono considerate poco ortodosse o addirittura sconfinano nell’illecito. Così come non ci si ricorda abbastanza spesso che è pressoché impossibile cancellare la memoria del web che, ogni giorno di più, si dimostra essere un luogo dove per “emergere” (nel bene e nel male) non conta il numero degli amici o dei follower: ma la rilevanza delle nostre azioni e l’eco che queste sono in grado di suscitare.

Lesson Learned: Ogni nostra azione online ha conseguenze reali. La nostra condotta sui social media non può essere scissa da quella del mondo offline e tutto quello che facciamo sul web diventa parte non solo della nostra esperienza ma anche della nostra immagine sociale e della nostra reputazione.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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