In Controluce

Il Transmedia Storytelling alla prova di Facebook

Transmedia

Pubblico qui il mio contributo all’ultimo numero di Media 2000, la rivista diretta da Derrick de Kerckhove, che ha dedicato un monografico al tema del . Con Giovanni Ciofalo (amico e collega con il quale condivido il corso di Social Media Management) abbiamo redatto alcuni contributi. Oggi presentiamo il numero agli studenti nel corso di una lezione-incontro alla quale parteciperanno – oltre me, Giovanni e Derrick – Maria Pia Rossignaud, Silvia Leonzi, Franco Siddi, max Giovagnoli, Claudio Gentile, Nicoletta Iacobacci, Giorgia Albertino e Luigi Colombo. Venite a trovarci?

Quando Henry Jenkins parlò di Transmedia Storytelling per la prima volta Mark Zuckerberg era uno studente di Harward. Era alle prese con la confraternita Alpha Epsilon Pi e con FaceMatch, un software che metteva a confronto le foto degli studenti iscritti all’Università per stabilire, attraverso un semplice processo di voto on-line, chi fosse lo studente più bello. Era l’inizio del 2003 e nessuno immaginava che un’evoluzione di FaceMatch, chiamata Facebook come i Face book che circolavano all’università, avrebbe fatto del suo creatore – il Sig. Mark Zuckerberg – uno degli uomini più ricchi del mondo. Ma soprattutto nessuno immaginava che l’ancora inesistente Facebook avrebbe contribuito a mutare in maniera profonda il modo in cui – in quello stesso mondo – le persone si conoscono, dialogano, fanno amicizia, si innamorano, sviluppano rapporti e costruiscono relazioni.

transmedia-storytelling11Facebook, in tal senso, è un vero spartiacque. Prima di Facebook i social media – si pensi a Second Life – erano strumenti per la gestione di relazioni sviluppate in un mondo virtuale in cui gli utenti vivevano una vera e propria “seconda vita” (appunto). Quasi sempre una vita distinta e separata dalla loro vita reale E per questo virtuale. Con Facebook e dopo Facebook i social media, nella loro declinazione di rete intesa come modello di costruzione strutturata ed organizzata di pattern relazionali (così come incarnata dai Social Network Site), sono diventati strumenti attraverso i quali gli utenti rimediano e rimodellano le loro relazioni reali. Con Facebook perde di senso ed arriva a svanire la differenza tra universi “virtuali” ed universi “reali”. Nasce invece, nell’ambito dell’unico ecosistema relazionale del reale, la distinzione tra momenti relazionali analogici (ossia sviluppati senza la mediazione delle tecnologie) e contesti relazionali digitali (attuati grazie alle tecnologie). Una rivoluzione che in meno di un decennio ha mutato profondamente il modo in cui gestiamo le relazioni, attuando un processo di rimediazione non solo degli strumenti, ma delle dinamiche relazionali nel loro complesso.

Cosa succede allo storytelling nel nuovo contesto relazionale reso possibile dai Social Network Site come Facebook, ed i suoi epigoni? Nessuno – nemmeno Henry Jenkins quindi – poteva immaginare dodici anni fa come sarebbe mutato il modo in cui le persone si relazionano tra loro e con le organizzazioni con le quali entrano in contatto. Una mutazione che non si limita all’aspetto epidermico e fenomenologico della comunicazione, ma che ne cambia la natura profonda.

È inevitabile quindi che quando il transmedia storytelling incontra il mondo dei social media così come esso è rappresentato nei social network site muti anch’esso in maniera profonda la sua natura. Una mutazione che fa uscire l’utente dallo stato di “libertà condizionata” nella quale sono costretti le storie ed i processi narrativi antecedenti a quella che potremmo definire l’era di Facebook. Il Transmedia Storytelling è un racconto. Un racconto che si sviluppa su trame diverse, strade differenti che talvolta si intrecciano, giochi di interdipendenze più o meno marcati. Ma pur sempre un racconto. Al più una storia a bivi. Un racconto in cui l’utente, benché talvolta attore attivo, si muove sempre in un sistema di scelte relativamente chiuso e predeterminato.

coworkCon l’affermarsi dei social network site il racconto diventa dialogo. La narrazione diventa partecipata. E così il Transmedia Storytelling non può esser più soltanto il flusso dei contenuti attraverso i diversi canali disponibili che sviluppano storie sempre più ricche ed interattive. Nella sua forma ideale di transmedia storytelling, spiega Jenkins dodici anni fa, ogni medium fa ciò per cui meglio è versato. E quindi una storia può essere narrata in un film, sviluppata in una serie televisiva, ampliata in un videogioco. Ma sempre in un universo di scelte chiuse ed opzioni previste dal transmedia producer. Non è contemplato, in questo contesto, che la storia si perda (o si espanda) verso percorsi inaspettati e completamente imprevisti. Non è contemplato che Nio diventi il cattivo, o che la Morte Nera salvi il mondo. Come non è contemplato che il Mulino Bianco finisca per rappresentare il Male. Eppure è quanto può succedere quando le storie diventano partecipate ed i percorsi che seguono non possono più essere predeterminati. È quanto può succedere quando le storie e ciò che esse raccontano – sia l’oggetto di questo racconto un universo, un prodotto o un brand – incontrano l’imprevedibilità dei social media, che è poi l’imprevedibilità del libero arbitrio dell’essere umano. Le narrazioni diventano dialoghi, ed i dialoghi percorrono strade che solo parzialmente possono essere tracciate a priori. Passare dalla narrazione al dialogo è una grande opportunità, ma anche un rischio da calcolare con attenzione. L’opportunità è quella di arricchire la storia del valore che le attribuiscono quelli che non sono più soltanto i suoi ascoltatori, ma che diventano attori attivi in un processo di co-creazione. Il rischio è che la storia finisca per raccontare qualcosa che non era stato previsto dai suoi narratori originali. Rappresentativi in tal senso sono gli Epif Fail, ossia i grandi fallimenti nelle campagne di comunicazione delle aziende, nelle quali accade che l’intervento degli utenti faccia talvolta prendere alla storia percorsi imprevisti e spesso nefasti. In tal senso, cosa sono gli Epic Fail se non storie collettive che sfuggono al controllo di chi ha iniziato a narrarle? Le regole del gioco sono cambiate. Non c’è più chi narra una storia e chi ascolta affascinato. Il fascino aumenta grazie agli infiniti percorsi che può prendere la narrazione con il contributo degli utenti. Ma nella narrazione distribuita e condivisa il lieto fine può non essere garantito.

 

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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