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Quanto spam c’è nelle conversazioni social sui brand?

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Non è un segreto che molti brand usano Twitter come una sorta di focus group globale alla ricerca di cosa i clienti pensino di loro ma anche come luoghi per conoscere abitudini, gusti e preferenze degli utenti. E non è neppure un segreto che il flusso di dati dei sia pieno di un “rumore” di fondo inutile, fatti di dati irrilevanti. Ora un nuovo studio rileva che gran parte di quel “rumore” è generato da link a siti di couponing e retweet di celebrity e rappresenta una porzione rilevante del volume complessivo delle conversazioni.

Networked Insights ha recentemente realizzato un rapporto, pubblicato da Fast Company, secondo cui molti dei marchi più conosciuti al mondo sono menzionati in primo luogo su Twitter, Facebook e altre piattaforme di social media, in forma di , coupon, o contenuti per adulti. In sostanza i loro marchi sono usati per attirare ignari utenti su siti e prodotti che nulla hanno a che fare con i brand in questione.

E non si tratta di numeri irrilevanti: il social spam è un problema enorme per le conversazioni dei brand che spesso hanno un tasso altissimo di questi contenuti: ad esempio la società beauty Elizabeth Arden ha un tasso di spam dell’85%, Visa dell’81% e non vameglio alla rivale MasterCard, 76%. Il 70% delle mention di Fisher-Price sui social media, invece, sono spam mentre il 68% delle menzioni della società di cosmetici Lancome non hanno proprio  nulla a che fare con i consumatori che stanno parlando di trucchi.

Spam

Jaime Brugueras, vice presidente Networked Insights  ha spiegato che la sua organizzazione si è imbattuta in tre diversi tipi di messaggi “rumorosi” sui social media (definiti “indesiderabili”) analizzando Twitter, Facebook, e altre piattaforme. Ci sono tweet e post che attivano presunti affari con coupon; tweet di celebrity (che possono momentaneamente elevare la visibilità di una azienda, ma non  ne riflette la sua base clienti); e lo spam per prodotti, servizi o contenuti per adulti che sfruttano gli hashtags o account di marche popolari, per raggiungere il più ampio pubblico possibile.

Secondo Networked Insights, coupon e messaggi promozionali correlati costituiscono il 5,8% di tutte le discussioni sui social media, i contenuti per adulti sono responsabili del 2,2%, e lo spam in generale di un altro 1,3%. “Gli spam bot sono sempre più sofisticati” spiega Brian Johnson. “In alcuni casi è difficile capire se il profilo è legittimo o meno. Spesso bisogna leggere i tweet un certo numero di volte per capire se si tratti di una persona o se si tratti di qualcosa che è stato solo fatto per imitare molto da vicino un essere umano.”

E per i marchi che utilizzano Twitter e Facebook e che vogliono monitorare la fiducia dei consumatori, questo panorama significa problemi, perchè quella che si genera è una “confusione” di fondo che ostacola la buona interpretazione del sentiment sui singoli brand. Ma, spiegano i ricercatori, potremmo leggere il dato anche in chiave positiva: gli hashtag che i brand usano, in fondo, sono progettati per catturare il maggior numero possibile di sguardi. “In un modo un pò contorto, essendo oggetto di spam significa semplicemente che l’azienda in questione sta facendo bene il suo lavoro di essere onnipresente.”

 

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