La Bella Terra

Quali sono le priorità nello sviluppo dell’Agenda Digitale?

Digital

Qualche giorno fa ho partecipato ad un bel Focus Group a Città di Castello, svoltosi nell’ambito dell’iniziativa , un articolato programma concepito dalla Regione Umbria sull’agenda digitale regionale (e di riflesso, nazionale). La discussione si è incentrata sul tema delle infrastrutture tecnologiche e digitali, ed è stata una opportuna e interessante occasione di confronto e di scambio di idee su tanti temi sui quali ci arrovelliamo da lungo tempo.

Nel corso della discussione è emerso più volte il tema delle priorità. Quando si parla di priorità, in realtà, spesso si corre il rischio di fare un elenco pressoché infinito di temi e progetti, dove tutti cercano di infilare l’argomento che sta loro più a cuore. In realtà, in un qualunque piano di lavoro serio è vitale riuscire a definire delle priorità. Senza priorità si finisce solo per fare demagogia e retorica, creando false aspettative e illusioni nell’opinione pubblica e nei diversi interlocutori.

Per questo motivo, finito il workshop, ho continuato a rifarmi la stessa domanda:

Dovessi io scegliere 5 priorità, quali indicherei? E se dovessi indicare altre 5 “presunte” priorità che invece, pur essendo iniziative di valore da perseguire, non sono così urgenti, quali sceglierei?

Ho provato a fare questo esercizio e raccolgo qui una mia (provocatoria) proposta.

Disclaimer: parlo in questo contesto soprattutto delle azioni da mettere in campo nel settore pubblico. So bene che ci sarebbe tanto da dire anche nel caso del privato.

Le 5 priorità

1. Competenze, Governance e Procurement

Perché un processo di innovazione complesso e di lungo periodo possa concretizzarsi, è vitale che la “macchina” che ha il compito di condurlo funzioni correttamente. Se la “macchina” non va o è carente, qualunque programma di innovazione e rinnovamento reale, lungimirante, diffuso e profondo finisce per essere impossibile o largamente deludente.

Perché ciò non accada, tre sono le aree prioritarie sulle quali investire:

  1. Servono persone competenti e programmi che rafforzino e diffondano tali competenze. Non basta saper comunicare o tamponare l’esistente con soluzioni semplicistiche o velleitarie: serve saper fare, progettare, gestire progetti complessi, capaci di coniugare prospettive di lungo periodo con il raggiungimento di obiettivi sul breve-medio.
  2. Servono modelli organizzativi e processi di governance realmente all’altezza dei bisogni e delle sfide che viviamo. Non basta rappresentare interessi o lobby, né accontentare l’ansia di protagonismo dei diversi settori della nostra società e della politica. Servono modelli operativi e di governance che funzionino, in grado di coniugare decisioni politiche di lungo periodo con capacità di execution e di relazione con i diversi livelli istituzionali del Paese.
  3. Serve comprare bene, non pensando solo alla riduzione dei costi, per acquisire in tempi e costi ragionevoli ciò che serve allo sviluppo delle amministrazioni pubbliche, e per stimolare e favorire la crescita di un mercato maturo dell’offerta ICT.

È questa la prima e grande priorità: una macchina pubblica che funzioni e che interagisca correttamente e proficuamente con il mercato e la società civile.

2. Infrastrutture di rete

Il Paese ha bisogno di un sistema di telecomunicazioni che funzioni e che si sviluppi secondo quelli che sono i ritmi e le sfide internazionali con le quali ci confrontiamo.

  • Servono reti fisse (soprattutto in fibra) e mobili che siano moderne e capaci e rispondere ai bisogni di cittadini e imprese, e alla loro domanda latente.
  • Serve diffondere le tecnologie della rete in ogni angolo del Paese, così da essere elemento di attrattività e di sviluppo. Laddove il privato non trovi convenienza ad investire, il pubblico intervenga secondo modelli sussidiari e rispettosi del mercato e della concorrenza.

In altre parole, seconda priorità, dobbiamo puntare a sviluppare l’offerta di infrastrutture di telecomunicazioni fisse e mobili: è una precondizione abilitante, necessaria ancorché non sufficiente, per promuovere lo sviluppo del Paese.

Fortunatamente, il tema è in questo momento al centro del dibattito tra politica e operatori del settore: c’è da augurarsi che quanto prima ne esca un progetto Paese che non solo colmi i gap dei quali ancora soffriamo, ma acceleri significativamente il tasso di sviluppo digitale dei nostri territori.

3. Infrastrutture di interoperabilità e standard

Il cuore del problema delle amministrazioni pubbliche del nostro paese è la loro incapacità di dialogare, scambiarsi dati, condividere informazioni, conoscenza, servizi. Questo tema è sempre stato ignorato o sottovalutato perché è complesso e “non si vede”. È la strategia di interazione B2B tra soggetti pubblici e privati: non è un portale e non è una app e per questo forse poco visibile e poco spendibile nella comunicazione politica ed istituzionale. Eppure, se non svilupperemo quella che in gergo tecnico si chiama interoperabilità o integrazione dei back-end, non riusciremo mai a modernizzare le amministrazioni pubbliche del nostro Paese.

Nota a margine: lo stesso problema vale per le singole imprese e per le filiere e i distretti. L’integrazione applicativa è “il” tema strategico per lo sviluppo degli ecosistemi locali e nazionali.

Ciò che dovrebbe essere utilizzato per facilitare una reale integrazione tra amministrazioni, SPC Coop, è sostanzialmente disatteso per una serie di problemi:

  1. È tecnologicamente datato e inutilmente complesso. Andrebbe rivisto, semplificato e allineato a quelle che sono le moderne pratiche oggi disponibili sul mercato (vedi per esempio il nostro lavoro su E015).
  2. Adotta regole sulla privacy e in generale di collaborazione tra amministrazioni che sono ormai anacronistiche. Bisogna passare da una logica di collaborazione punto a punto ad un vero mashup applicativo, anche dal punto di vista organizzativo e normativo (come per esempio è stato per l’appunto fatto in E015).
  3. È limitato alle interazione tra amministrazioni pubbliche e deve essere quindi esteso per prevedere anche la cooperazione applicativa con le aziende private (anche in questo caso, è ciò che E015 prevede).

Sviluppare una nuova infrastruttura di questo tipo non richiede grandi investimenti “in ferro”, né sviluppi faraonici. Come nel caso del GSM e di Internet stessa si tratta soprattutto di definire standard tecnologici e applicativi condivisi e regole di governance che guidino e coordinino il lavoro dei diversi soggetti partecipanti. È un tema che richiede visione, lungimiranza e governance prima ancora che investimenti massivi.

È lo snodo vitale per avviare un reale e diffuso processo di innovazione.

4. Piano regolatore delle applicazioni e dei servizi

Lo sviluppo dei sistemi digitali nelle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, è avvenuto in modo disorganico, replicato, incoerente. Le informazioni sono sparpagliate in miriadi di sorgenti informative che vengono poi riallineate attraverso flussi e scambi di dati “ad-hoc” che non fanno altro che aumentare i costi, introdurre inconsistenze, incrementare la complessità della gestione e dell’evoluzione dei sistemi digitali del Paese. Il caso della ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente) è a questo proposito esemplare.

È quindi necessario sviluppare quel famoso “Modello di riferimento” che dovrebbe essere il principale compito di AgID e del suo comitato di indirizzo. Tale modello dovrebbe indicare – tra l’altro – quali sono le basi di dati strategiche del Paese, i principali sistemi informativi e le modalità secondo le quali essi interoperano tra di loro e con la società civile. Tale modello deve basarsi su un profondo ripensamento del ruolo delle amministrazioni pubbliche nel rapporto con la società civile e tra centro e amministrazioni locali.

Abbiamo un disperato bisogno di creare un disegno organico che, salvaguardando i diritti e i compiti delle strutture centrali e periferiche, riconduca il loro lavoro ad una visione unitaria e sinergica. In altre parole, serve una visione ed una progettualità unitaria che abiliti e promuova una efficace esecuzione distribuita.

5. Consolidamento delle applicazioni e delle basi di dati core

Una diretta conseguenza dell’attuazione delle priorità 3 e 4 è il ridisegno e la razionalizzazione delle basi di dati e delle applicazioni “core” del Paese: anagrafi dei cittadini, anagrafe tributaria, anagrafi delle imprese, … Alcune di queste iniziative sono state già avviate o in essere, ma devono essere inquadrate nel disegno strategico di cui al punto 4 e devono essere organicamente condotte in linea con la strategia di interoperabilità di cui al punto 3.

Questo passaggio è fondamentale per consolidare i dati essenziali del “sistema paese” e permetterne l’accesso, secondo diritti differenziati e regolati, a tutti i soggetti pubblici e privati interessati e delegati al loro utilizzo. Inoltre, è funzionale ad una profonda razionalizzazione del parco applicativo che permetta di eliminare duplicazioni e sovrapposizioni di sforzi e, così facendo, di liberare risorse per affrontare le tante sfide che ancora non sono state indirizzate.

Per esempio, ha senso, in prospettiva, avere applicazioni anagrafiche differenziate a livello di singolo comune? Parliamo tanto di cloud in migliaia di convegni e poi teniamo queste anagrafi in 8000 sottoscala? Non è un problema, come vedremo, di “consolidamento dei CED”: il primo ineludibile e fondamentale passaggio è il consolidamento applicativo. Certamente, tale passaggio non può avvenire in modo istantaneo: è unprocesso complesso che deve essere pianificato, gestito, accompagnato con visione, lungimiranza e convergenza di sforzi.

Proprio ciò che in questi anni è sempre mancato.

Le 5 priorità che lo sono meno (o non lo sono per nulla)

1. SPID

Il Sistema Pubblico per l’Identità Digitale è certamente un progetto utile e da perseguire. Ma in queste settimane pare essere diventato una sorta di Santo Graal che risolve tutti i nostri problemi.

Bene è stato aver definito SPID. Ma deve essere chiaro a tutti che SPID non è un sistema di interoperabilità e cooperazione applicativa, come taluni sembrano credere. Non è tramite SPID che i sistemi delle amministrazioni dialogano: al massimo, si riconoscono mutuamente. SPID non sostituisce SPC Coop e non può sopperire alla mancanza di un moderno sistema di interoperabilità.

Dovendo scegliere, prefisco 100 volte utilizzare le mie care e vecchie username e password per accedere a nuovi servizi efficienti, utili e integrati, piuttosto che avere un “PIN unico” di cui non so che farmene.

SPID è un dolce alla fine del pasto: ci deve essere, ma non può sostituire antipasto, primo e secondo.

2. Consolidamento dei CED

Il tema del consolidamento dei CED è per certi versi facile da “vendere”: è indubbio che avere computer e server in giro per palazzi e uffici spesso non presidiati costituisca un rischio ed anche un “costo nascosto” per la collettività. Ma il modo con il quale viene spesso affrontato il problema non lo risolve e anzi aumenta rischi e problemi.

Il consolidamento dei CED non è semplicemente una operazione di “spostamento di macchine dai sottoscala delle amministrazioni in edifici predisposti per questo scopo”. Questo è l’ultimo passaggio di un processo più complesso che deve partire dal consolidamento applicativo, come tutte le esperienze in campo industriale hanno largamente dimostrato.

  • Prima è vitale razionalizzazione il parco applicativo, convergendo su soluzioni unitarie, che possono poi essere accentrate e offerte in cloud.
  • A questo punto si pone il problema di dove essere debbano essere collocate: in CED pubblici? oppure nei CED già predisposti dalle aziende private e selezionati tramite gare?

Il punto è che non ha alcun senso dire “servono 40 CED dove spostare le macchine dei comuni o di altri enti locali”. Fatto così, è un processo che parte dalla coda invece che dalla testa e in molti casi (si pensi a tanti piccoli comuni che oggi non spendono niente) aumenta i costi.

E poi, perché 40 CED e non 20? Perché le regioni sono venti e ciascuna ne deve avere due? È così che razionalizzaziamo costi e servizi?

3. Carte, documenti unici, tesserini

Negli anni scorsi c’è stata la corsa a produrre tesserini e carte digitali. In alcuni casi, si è trattato di investimenti collocati all’interno di progetti organici di informatizzazione. In tanti altri casi si è trattato di iniziative che avevano più lo scopo di “rendere visibile l’amministrazione”, senza particolari vantaggi per il cittadino. Ancor oggi, esistono progetti per costruire documenti unificati e per rilanciare la carta di identità elettronica (CIE).

Bisogna dire basta a questi progetti. Il tempo delle carte è passato. Al di là dei transitori e di casi specifici che richiedono identificazione a vista, ci sono nuove tecnologie mobili che possiamo utilizzare per l’accesso digitale ai servizi. E soprattutto deve finire questa assurda competizione tra amministrazioni dello Stato ognuna delle quali vuole a tutti i costi portare avanti il proprio progetto e la propria iniziativa.

4. Portali, app, “nuovi servizi”

Una amministrazione pubblica dovrebbe “farsi vedere” solo per aiutare a risolvere i problemi dei cittadini. Per il resto, dovrebbe essere “invisibile”: non dovrebbe mai assillare il cittadino o l’impresa con richieste che sono legate al proprio funzionamento, né creare servizi inutili, volti solo a segnalare o peggio giustificare la propria presenza. L’amministrazione pubblica dovrebbe essere capace di apparire solo quando il cittadino ne ha realmente bisogno.

Obiettivo delle amministrazioni dovrebbe essere quello di eliminare procedimenti, certificazioni, obblighi e, conseguentemente, rendere inutile lo sviluppo di nuove app e servizi. In particolare, con una adeguata interoperabilità e circolarità delle informazioni tra amministrazioni, tanti obblighi in capo oggi a cittadini e imprese svanirebbero: in altre parole,bisogna cancellare il bisogno di app, non crearle per digitalizzare vecchie procedure e regole che sono in realtà da superare!

È questo il senso ultimo di due espressioni italiane spesso inflazionate e due espressioni inglesi un po’ “ostiche”:

  1. Digitalizzazione: si prendono i processi così come sono e li si “digitalizza”. Spesso questo approccio viene anche sottointeso quando si parla di digital by default: le procedure (normalmente quelle esistenti!) “si devono poter svolgere anche in forma digitale”.
  2. Innovazione: si ripensano processi e servizi in modo radicale, partendo dai bisogno reali dei cittadini e, se serve, rivoluzionando le procedure in essere. È uno dei principali significati (non l’unico) dell’espressionedigital firstsi ripensa tutto sapendo che esiste il digitale, non per rifare in digitale ciò che esiste!

Non bisogna continuare a costruire nuovi servizi di front-end che digitalizzano l’esistente: bisogna cercare di eliminare tanti inutili motivi di ricorso alle amministrazioni e, al contrario, promuovere e rafforzare il dialogo diretto tra le amministrazioni (interoperabilità dei back-end).

L’ansia di protagonismo di troppe amministrazioni e la loro voglia di “fare app, siti web e portali” mi pare l’indice di una insicurezza e di un continuo bisogno di giustificare la propria esistenza: molto spesso non serve, è inutile, è controproducente, è uno spreco di risorse ed energie.

Potrei riassumere questo principio con uno slogan (cosa che di solito cerco di evitare …):

Non dobbiamo fornire certificati digitali:
non dobbiamo più fornire certificati “tout court”!

5. “Open *.*”

Ne ho parlato diffusamente in un precedente articolo: non si fa altro che parlare di open data, open government, open source, open “tutto” (“*.*”, appunto). Come dicevo, certamente sono concetti importanti, vanno promossi e sostenuti. Ma non sarà grazie da essi che cambia l’amministrazione del paese. Indubbiamente, rendere processi e dati aperti porta trasparenza e accountability. Questi sono gli ambiti dove io credo questi concetti siano vitali. Ma oggi siamo andati ben oltre.

 A leggere i commenti di tanti osservatori ed “esperti” sembra che “open *.*” sia la panacea di tutti i mali. Ed è per questo che non metto questo tema tra le priorità: abbiamo bisogno di riequilibrare un ragionamento che èprofondamente squilibrato, spesso alquanto demagogico, e soprattutto fonte di enormi illusioni.

Un commento finale

Come sempre, non è facile riassumere in poche righe argomenti così complessi. Ma credo sia utile proporre qualche razionalizzazione e semplificazione che possano indicare un criterio di fondo, una linea di indirizzo. È questo il senso di queste note che non possono essere altro che il punto di partenza di un dibattito che dovremmo sviluppare con lungimiranza e attenzione per identificare una strategia che ci porti realmente fuori dalle secche nelle quali da troppo tempo siamo impantanati.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

Twitter LinkedIn 

Clicca per commentare

Commenti e reazioni su:

Loading Facebook Comments ...

Lascia una replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Trackbacks.

TechEconomy è il portale di informazione dedicato a manager, imprenditori e professionisti che vogliono approfondire e comprendere l’impatto delle tecnologie nello sviluppo del business nelle PMI come nell’industria, nella finanza, nei servizi.
Si rivolge insomma a tutti coloro che vogliono capire come le nuove realtà dell'Information Technology - Web 2.0, e-Business, net economy - stiano cambiando l’economia, e con essa la società.
Inizio
Shares
Share This