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Chiara De Felice racconta Informatici Senza Frontiere e Open hospital

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Chiara de Felice è coordinatrice della sezione Puglia di e segue il progetto Open Hospital.
Fonte: Flickr

Chiara de Felice di lavoro fa l’informatico nel settore bancario e nel tempo libero è coordinatrice della sezione Puglia di Informatici senza Frontiere. Segue il progetto Open Hospital, ha lavorato sui progetti di ISF per la disabilità e come insegnante in corsi di alfabetizzazione per soggetti svantaggiati. Quello che l’appassiona della tecnologia, più che la parte tecnica in senso stretto, è l’opportunità che viene offerta attraverso di essa. “Il primo pc che ho utilizzato – continua – è stato un Commodore VIC 20 regalato dai miei genitori a Natale per giocare, e già lì ho scoperto che con poche istruzioni era possibile costruirsi la risoluzione di un problema come una semplice addizione”. 

Quanto conta l’informatica in zone come quelle in cui andate come volontari ISF?

La mission di Informatici Senza Frontiere è ridurre il digital divide. Siamo abituati a pensare di vivere in un’epoca disastrosa, piena di guerre, povertà, malattie. Sicuramente ci sono diversi problemi come crisi climatiche, scarsità di risorse. In realtà c’è anche una maggiore consapevolezza dei problemi e quindi  una migliore capacità di affrontarli e risolverli. Ad esempio negli ultimi 100 anni la durata della vita è raddoppiata, la mortalità infantile è scesa di 10 volte, sono scesi i costi di elettricità, trasporti, l’alfabetizzazione è passata dal 25 all’80% negli ultimi 130 anni. In realtà le nostre aspettative si stanno innalzando. Tutto questo è stato permesso soprattutto dalla tecnologia. Qualunque strumento diventi una tecnologia informatica raddoppia le prestazioni e riduce i costi. Basti pensare che il cellulare che ognuno di noi ha in tasca ha prestazioni superiori rispetto ad un supercomputer degli anni Settanta. Questo significa che oggi abbiamo a disposizione tecnologie molto efficaci alla portata di tutti. Pensiamo alla stampa 3D che permette la democratizzazione e distribuzione di una stampa su misura, alla medicina digitale, ai nanomateriali. La tecnologia offre l’opportunità di liberare risorse.

Siamo portati a pensare che in certe zone del pianeta non ci sia sviluppo tecnologico e innovazione: è davvero così?

Attualmente nei paesi in via di sviluppo la penetrazione del cellulare è quasi del 70%: ciò significa che un guerriero Masai al centro del Kenya oggi ha una migliore mobilità di chiunque altro 25 anni fa, e se ha una connessione Internet ha accesso a una quantità di informazioni che fino a 10 anni fa non era a disposizione di nessuno. Nel cellulare oggi abbiamo libri, musica, dispositivi medicali, GPS, tutto materiale che fino a poco tempo fa ognuno di noi ha comprato investendo molto denaro. Per mezzo della tecnologia questi beni si stanno demonetizzando e dematerializzando nel cellulare. La parte migliore la vedremo con le applicazioni per la salute che permetteranno analisi e diagnosi, oltre ad un beneficio globale, e nei Paesi in via di sviluppo sarà più facile diagnosticare le malattie e perchè no inviare al centro sanitario più vicino le informazioni che serviranno per ricevere una terapia. La popolazione mondiale che accede ad Internet è in forte crescita: 6% nel 2000, 23% nel 2010,  quindi poco meno di 2 miliardi di persone connesse, e si stima che nel 2020 si passerà da 2 a 5 miliardi di utenti internet, questo significa che 3 miliardi di nuove menti si uniranno alla conversazione globale. Cosa ci diranno? Cosa desidereranno? Grazie alla diffusione della tecnologia saranno persone più istruite, con una salute migliore, in grado di usare la stampa 3D, in una parola saranno produttive. Cosa apporteranno queste persone? Sicuramente ad oggi non possiamo prevederlo. La tecnologia ci permette di avere molto più potere come individui nella gestione delle grandi sfide del pianeta. Abbiamo gli strumenti, la passione degli innovatori fai da te e abbiamo tre milioni di nuove menti che stanno per venire a lavorare con noi, per affrontare le grandi sfide e fare quello che è necessario fare.

Parlaci del progetto Open Hospital

Open Hospital è un progetto creato su misura per realtà rurali, poichè l’obiettivo deve essere velocizzare il lavoro e permettere la registrazione dello storico dei pazienti. E’ costruito su misura in base alle esigenze e viene di volta in volta adattato alla specifica realtà. Non sempre le zone in cui viene utilizzato sono a digiuno di tecnologia, ma a volte è necessario fornire l’esperienza necessaria per poter automatizzare un processo e renderlo non un intralcio ma un punto di forza. Il nostro lavoro quindi consiste non sono nell’installazione del software, ma parte con uno studio della specifica realtà, segue la configurazione, l’installazione e l’alfabetizzazione del personale. Nelle fasi di analisi si concorda con la direzione del centro sanitario il processo da seguire. L’utilizzo di Open Hospital all’interno del centro sanitario determina una serie di vantaggi: possibilità di avere lo storico dei pazienti (in alcuni villaggi si tratta di persone che non sono neanche registrate all’ufficio anagrafico), permette una più efficace gestione dei medicinali in magazzino, permette al personale di inviare al Governo i dati relativi alle malattie diagnosticate in modo da poter accedere ai finanziamenti.

Si è creata una community intorno al progetto? Di quante persone è composta all’incirca?

La community conta circa una ventina di sviluppatori: abbiamo dei referenti tecnici che si occupano di coordinare il lavoro di sviluppo. I referenti tecnici sono in continuo contatto con gli ospedali in cui è installato il software e conoscono perfettamente le esigenze reali. Inoltre diverse Università d’Italia hanno collaborato sul progetto aggiungendo moduli innovativi con il lavoro di tesi di laurea sperimentali.

Nella mappa Open Hospital figura anche un’esperienza italiana: in quale città?

In Italia è stato installato presso il CESAIM (Centro Salute per Immigrati) di Verona. Il software è a disposizione di tutti, pertanto può essere utilizzato da tutti gli enti che lo ritengono conforme alle proprie esigenze. Il software ha come obiettivo quello di snellire il lavoro di medici e infermieri pertanto è basato solo sull’effettiva operatività, non prevediamo aggiornamento collegati a normative specifiche delle varie nazioni. Ma è chiaramente adattabile da chiunque voglia scaricarlo e modificarlo per le proprie esigenze.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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